giovedì 31 ottobre 2013

#apriteivostriocchi #21_27ottobre #rassegnastampa

POLITICA. Ci siamo tenuti spesso alla larga dai guai giudiziari di Berlusconi per non rendere monotematica e noiosa la nostra pagina politica. Ma stavolta ne diamo conto leggendo la notizia dall’Unità. Berlusconi a giudizio, pagò tre milioni per far cadere Prodi, è il titolo del pezzo pubblicato giovedì.
Leggiamo: Inizierà a febbraio il nuovo processo a Silvio Berlusconi. L’imputazione, questa volta, è corruzione. Avrebbe cioè pagato e cercato di pagare alcuni senatori del centrosinistra per portarli nel centrodestra o comunque farli votare contro il governo Prodi e costringerlo alla dimissioni. Cosa che è effettivamente successa, per una manciata di voti, il 24 gennaio 2008. Tra tutti i guai del Cavaliere questo è solo l’ultimo ma è il più infamante perché si tratta di dover rispondere di un’accusa che va a toccare il rispetto e il decoro delle istituzioni, delle regole della democrazia, del voto degli elettori. Berlusconi infatti è accusato di aver truccato le regole del gioco comprando il voto dei senatori, comparse ugualmente meschine in questa ancora presunta ricostruzione.
Il gup ha quindi accolto la tesi della procura e di un’inchiesta che porta le firme di Woodcock e Milita ma anche di Piscitelli e dell' aggiunto Curcio. A giudizio per corruzione vanno Berlusconi e Lavitola. De Gregorio, la gola profonda e reo confesso, ottiene, come richiesto, il patteggiamento (20 mesi).
Si chiamava «Operazione libertà». L'ex senatore l'ha spiegata in quattro verbali fiume resi tra novembre e dicembre 2012. In pratica, nel 2006, appena entrato in Parlamento con l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, fu subito contattato da Berlusconi che pianificava a tavolino le mosse per buttare giù il prima possibile il traballante governo Prodi. «In cambio ricevetti - confessò ai pm - tre milioni di euro. Uno fu trasferito alla mia fondazione Italiani nel mondo. Gli altri due milioni mi furono pagati in contanti in tranche da 500 mila euro che mi consegnava a rate direttamente Valter Lavitola nel mio studio al Senato».
ECONOMIA. Una notizia di economia che la dice lunga sulla necessità di invertire la rotta, se persino il Fondo monetario internazionale, l’istituzione simbolo dell’economia liberista, ha pubblicato uno studio secondo cui tassare di più i ricchi non fa male. Leggiamo a questo proposito un articolo pubblicato sull’Internazionale di questa settimana. “Sembra che in molti paesi sviluppati ci sia spazio d’azione, se si vuole, per ottenere maggiori entrate dalla fascia di reddito più alta”, scrive l’Fmi. Eppure in passato l’Fmi si è espresso più volte contro l’aumento delle tasse, sostenendo il modello ideale dello stato snello che si tiene alla larga dagli affari dei cittadini. Evidentemente, ora gli esperti dell’istituto hanno appurato che il mondo è cambiato e ritengono che negli ultimi anni i sistemi fiscali siano diventati “meno progressivi”, cioè che abbiano imposto oneri meno pesanti con l’aumentare del reddito. Questo è dovuto, tra l’altro, al fatto che le aliquote fiscali più alte sono state ridotte e che molti stati ricorrono sempre più alle imposte indirette uguali per tutti, come l’Iva. Secondo l’Fmi, in molti paesi la riduzione della progressività ha ampliato nettamente il divario tra ricchi e poveri. Secondo l’Fmi, l’aliquota ideale per le fasce di reddito più alte dovrebbe essere compresa tra il 55 e il 70 per cento. Queste cifre potranno sembrare esagerate, ma negli anni cinquanta e sessanta negli Stati Uniti l’aliquota fiscale più alta era superiore al 90 per cento e l’economia era comunque fiorente.
CRONACA. La notizia la leggiamo dal Fatto quotidiano di lunedì. Più furti per tutti. Ebbene, la crisi economica ha portato con sé un aumento esponenziale di furti in casa, ma anche di auto e bici. Per darvi un’idea: sono oltre 236mila le abitazioni violate nel 2012 in Italia.
Leggiamo dal Fatto: La fotografia dell’Italia che ruba, dal 2008 ad oggi, è innegabilmente legata alla crisi economica. Un recente studio di Bankitalia analizza la relazione tra il rallentamento dell’attività economica nei primi due anni di crisi, il 2008 e 2009, e l’intensificazione di episodi criminosi. Mentre calano le rapine e non variano sostanzialmente i delitti violenti, i dati parlano di un innalzamento di quei reati che non presuppongono particolari abilità, proprio come i furti. A fronte di una riduzione del 10 per cento dell’attività economica, si assiste - a livello locale - a un aumento pari al 6 per cento dei furti. Numeri che non valgono laddove le realtà criminali sono più forti (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), segno che il controllo del territorio da parte delle mafie non consente a nessuno di improvvisarsi ladro.
L’altro dato inquietante, seppure in leggero calo, è quello che riguarda i furti d’auto: una ogni cinque minuti, oltre 13 l’ora, 316 al giorno. Va peggio ai calabresi, agli abruzzesi e ai campani, ma meglio ai liguri, ai piemontesi e ai sardi. Nella provincia di Bat (Barletta, Andria, Trani) sono sparite 831 vetture ogni centomila abitanti, a Belluno 12. E se a Roma è praticamente impossibile ritrovare la propria utilitaria rubata, a Napoli la percentuale di recupero è del 33 per cento. Spesso di chiama “cavallo di ritorno”: basta pagare (la malavita) e si ritrova la macchina parcheggiata sotto casa. Le auto più vecchie sono di solito usate per compiere altri delitti e poi vengono abbandonate, mentre le vetture di lusso hanno un florido mercato estero, soprattutto nell’est Europa.
ESTERI. Andiamo all’estero, con la vicenda ormai nota di spie, spioni e spiati che vede gli Stai Uniti schierati contro il resto del mondo per l’uso alquanto improprio delle intercettazioni.
Tuttavia, mentre siamo tutti concentrati sul Datagate americano, il Fatto di venerdì pubblica un articolo dal titolo: “Anche noi usiamo quel sistema di spionaggio”. Leggiamo: Si chiama Palantir , il software che consente di decriptare il contenuto di alcuni messaggi, che il nostro ministero della Difesa ha acquistato da un’azienda californiana in tempi non sospetti.
A stipulare il contratto per questo sistema, il 28 marzo del 2012, è stato il Teledife, la direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero della Difesa. Il costo dell’appalto di “approvvigionamento del sistema informatico Palantir ” è di 968mila euro, Iva esclusa. Il programma poi è stato consegnato in mano agli investigatori dei Ros dei carabinieri. Ma è in stato di sperimentazione anche dall’Agenzia delle entrate, di Equitalia e delle Poste Italiane. Questo sistema infatti oltre che per finalità civili può essere utilizzato anche per le frodi fiscali e contabili.
Quando il ministero della Difesa acquista il sistema informatico Palantir (dal nome della pietra veggente del Signore degli Anelli), siamo nel 2012. LO SCANDALO sull’attività di spionaggio Nsa verrà pubblicato solo l’anno successivo dal Guardian. A rivelarlo, l’ex analista della Cia, Edward Snowden, che il 5 agosto 2013 racconta al quotidiano britannico l’esistenza di programmi di sorveglianza attuati da Obama. QUANDO SCOPPIÒ il Datagate , la società di Silicon Valley Palantir Technology, sospettata di esser dietro il programma di spionaggio, smentì qualsiasi collegamento con Prism, il sistema usato dall’intelligence americana per estrarre dati da siti come Google e Facebook. Al Financial Times la start-up dichiarò in giugno che si trattasse solo di una coincidenza di nomi, anche se precisò che la Nsa era tra i suoi clienti. Proprio come l’Italia.
CULTURA. La notizia letta sull’Espresso di questa settimana ha dell’incredibile. Ci informa del furto di migliaia di libri rari e preziosi dalle biblioteche italiane. Dietro al saccheggio c’è una banda guidata dal direttore della prestigiosa biblioteca dei Girolamini di Napoli. Parliamo di Marino Massimo De Caro, un uomo al centro di un’inquietante rete di contatti e protezioni eccellenti, da Marcello Dell’Utri agli ambienti vaticani.
La segnalazione partita dalla casa d’aste londinese Christie’s è arrivata appena in tempo allo speciale reparto dei carabinieri che si occupa di tutelare il patrimonio artistico nazionale. Le autorità, infatti, sono riuscite a bloccare una maxi-vendita che avrebbe dovuto tenersi in una libreria di Monaco. Il sequestro last minute, che porterà a scovare negli uffici della libreria Zisska & Schauer ben 543 tomi sottratti ai Girolamini e in altre biblioteche italiane, rappresenta il primo atto di una caccia che, da allora, gli investigatori hanno scatenato a livello internazionale, toccando un numero via via crescente di persone. Qualcuna ignara, altre perfettamente a conoscenza dell’origine dei libri.
Oggi gli investigatori stanno seguendo i mille rivoli in cui il flusso di volumi si è disperso, in Italia, negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, dove il titolare della libreria di Monaco, Herbert Schauer, è stato arrestato due mesi fa. Hanno trovato le tracce lasciate da esemplari di grande valore, che però restano ancora da riportare a casa. Una refurtiva, il cui valore economico è stimato in milioni e milioni di euro. A dispetto dei risultati, però, nessuno può esultare. Se finora sono stati recuperati 2.700 volumi, il conto di quelli davvero rubati è ignoto. Alcune stime dicono 4.000 ma nessuno lo sa con certezza.
SPORT. Lo sport, tra i più amati: il calcio. Ma ora non parliamo di quello giocato. Parliamo di soldi, ché nel calcio ne girano parecchi. La notizia la riprendiamo dalla Stampa di venerdì.
Scende in piazza contro François Hollande l’unica categoria di francesi che finora non l’aveva fatto: i calciatori. Lo sciopero è proclamato per il weekend del 30 novembre, per Ligue 1 e 2, leggi serie A e B. La partita più importante che salterà è Psg-Lione, l’obiettivo della serrata protestare contro la famigerata tassa del 75% sugli stipendi superiori al milione di euro annuo.
Uno sciopero dei calciatori non si vedeva dal 1972. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della Senna e, nelle ultime stagioni, il calcio francese è stato rivoluzionato dall’arrivo degli sceicchi del Qatar al Psg e del magnate russo Rybolovlev al Monaco. Insieme agli investimenti sono esplosi gli stipendi e così quello annunciato sembra a molti uno sciopero dei ricchi. Il solito sondaggio sprint informa che l’85% dei francesi è favorevole a tassare il calcio. Perciò, le società hanno lanciato un’operazione simpatia, spiegando che nel weekend incriminato si potrà andare comunque allo stadio, in una giornata «porte aperte» con animazioni e spiegazioni. Di certo, questa «aliquota Paperone» sta diventando la croce di Hollande, che la propose in campagna elettorale prendendo di sorpresa tutti. Ha causato polemiche, fughe di capitali e di capitalisti, è stata bocciata dal Consiglio costituzionale, poi modificata e infine approvata, per ora solo dall’Assemblée nationale. Nell’ultima versione, prevede un’aliquota del 75% sugli stipendi oltre il milione,ma a carico della società che li paga. Il correttivo è che l’ammontare della tassa non può superare il 5% del fatturato dell’azienda. Lo sconto è notevole. Per esempio, a tassa definitivamente approvata, per le sue star il Psg pagherebbe «solo» 20 milioni invece che 54. 
SOCIETA’. Ultima notizia della nostra rassegna, è quella di Società. Questa volta parliamo di vivisezione e lo facciamo con l’aiuto di Jeremy Rifkin che sul Corriere della sera di lunedì scrive: A volte i grandi cambiamenti sociali volano al di sotto degli schermi radar. È ciò che sta avvenendo in questo momento in tutta l’Unione Europea. Un movimento di base dei cittadini per fermare la pratica insensata di sottoporre milioni di animali a sofferenze, dolore e alla morte nella sperimentazione di sostanze chimiche tossiche che influiscono sulla salute umana sta riprendendo slancio in tutti i Paesi europei. La campagna «Stop Vivisection» (www.stopvivisection.eu) si basa sull’articolo 11 del Trattato europeo, che sancisce il diritto di introdurre Iniziative dei cittadini europei e mobilitare un ampio sostegno popolare. Nell’ambito della procedura, se un milione di cittadini europei di almeno un quarto degli Stati membri la firmano, un’Iniziativa dei cittadini può essere inviata automaticamente alla Commissione europea sotto forma di proposta di legge, dando così ai cittadini lo stesso diritto formale del Parlamento europeo e del Consiglio europeo di proporre norme.
L’iniziativa «Stop Vivisection» ha già raccolto più di 700.000 firme da tutta Europa e manca poco per raggiungere l’obiettivo di oltre 1 milione di firme. Per anni, governi, aziende e ricercatori hanno sostenuto che gli esperimenti sugli animali per valutare il rischio delle sostanze chimiche per la salute umana sono fondamentali per garantire il benessere della nostra specie. Ora, invece, nuove scoperte nel campo della genomica, della bioinformatica, dell’epigenetica e della tossicologia computazionale stanno fornendo altri strumenti di ricerca per studiare le conseguenze delle sostanze chimiche tossiche sulla salute umana, che sono di gran lunga più precisi nella valutazione del rischio di queste sostanze per gli esseri umani.
Le associazioni antivivisezioniste e le organizzazioni per i diritti degli animali hanno sostenuto questo concetto per molti, molti anni, solo per essere disprezzate da organismi scientifici, associazioni mediche e dalle lobby industriali che le accusano di essere «contro il progresso» e di tenere più agli animali che alle persone. Ora è il mondo della scienza — fatto alquanto interessante— ad essere giunto alle stesse conclusioni. 
(Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channe)

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POLITICA. Iniziamo con una notizia tratta dall’Espresso di questa settimana che dice molto di più del dibattito, spesso insensato, sulle riforme istituzionali. La riforma strisciante è già in atto e come vedremo il Parlamento, che dovrebbe essere la massima espressione della democrazia italiana, in realtà è già stato messo in un angolo.
Leggiamo: quasi tutte le leggi approvate dall’inizio della legislatura risultano infatti di iniziativa governativa, con deputati e senatori chiamati semplicemente ad approvare e ratificare decreti e disegni di legge presentati da Palazzo Chigi. Ma c’è di più, se si esaminano gli atti di sindacato ispettivo con i quali le Camere dovrebbero controllare il governo, si scopre che ministri e presidente del Consiglio riescono a dribblare anche le interrogazioni di deputati e senatori. Risultato: l’esecutivo accresce il suo peso, le Camere perdono colpi. «Siamo di fronte a una degenerazione della democrazia parlamentare», afferma Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato. «Lo svilimento del Parlamento rappresenta ormai un’emergenza democratica», rincara Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, esponente del Movimento 5 Stelle.
Se la capacità legislativa dipendesse solo dal tempo trascorso in aula dagli eletti, il Parlamento scoppierebbe di salute. Dati alla mano si scopre infatti che i parlamentari stanno lavorando molto più rispetto al passato. Ma è tutto oro quello che luccica? Solo in apparenza. Per capire come stanno le cose bisogna dare uno sguardo al complicato rapporto Parlamento-esecutivo. C’è un dato che mostra come si stia trasformando il ruolo del Parlamento: quello della produzione delle leggi. Se si esaminano le statistiche si scopre infatti come il potere legislativo sia ormai appannaggio del governo e veda il Parlamento recitare un ruolo sempre più subalterno. Nei cinque anni dell’ultima legislatura, delle 387 leggi approvate dalle Camere, appena 90 (pari al 22 per cento) erano di origine parlamentare. Il resto, ben il 78 per cento, era di iniziativa governativa.
Quanto alla legislatura in corso le cose stanno andando ancora peggio. Enrico Letta sta infatti recitando la parte del leone. Delle 17 leggi approvate da Camere e Senato nei sei mesi di attività, 15 sono infatti di iniziativa governativa e appena 2 di origine parlamentare, cioè solo l’11,7 per cento, una percentuale di gran lunga peggiore di quella fatta registrare ai tempi di Berlusconi e Monti.
ECONOMIA. L’economia, o quello che ne rimane. La notizia la leggiamo dal Manifesto di venerdì. Una foto impietosa del sud Italia, quella che scatta il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Un seserto. Peggio. E’ il luogo più povero del paese (il 20% delle famiglie siciliane vive con meno di 1000 euro al mese); è un posto da dove si emigra come negli anni del dopoguerra (negli ultimi venti sono emigrate al nord 2 milioni e 700 mila persone). E il 2014 si annuncia altrettanto complicato: il Pil al sud crescerà dello 0,1% contro lo 0,9% del centro nord, significa rimanere sganciati anche dalla presunta ripresina del prossimo anno. Resta qualcosa da fare? E può farlo, in piena crisi economica e senza lo straccio di un’idea per ripartire, un governo che al massimo può vantarsi di aver dato una mancia di 14 euro in busta paga (a chi ce l’ha)? Solo nel primo trimestre del 2013 il sud ha perso 166 mila posti di lavoro rispetto all’anno precedente: significa che la quota di occupati è scesa sotto la soglia di 6 milioni, come nel 1977. Nel 2012 il tasso di occupazione in età 15-64 è stato del 43% (nel centro-nord 63,8%), mentre il tasso di disoccupazione ufficiale, evidentemente sottostimato, è stato del 17% (il dato reale sarebbe vicino al 30% di disoccupati). Per gli under 35 anche il dato ufficiale è di per sé spaventoso: 28,5%. Fra gli inattivi, il 33,7% è diplomato e il 27,3% ha una laurea. Da qui a darsi alla fuga il passo è breve. Solo nel 2011 si sono trasferiti nel centro-nord 114 mila abitanti (quasi un migrante su quattro si è trasferito in Lombardia, segue il Lazio). Molti hanno deciso di espatriare, circa 50 mila persone, quindi 10 mila in più rispetto al 2010 e quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Non per niente il rapporto Svimez parla di «desertificazione industriale del sud», a dispetto delle politiche Ue per le regioni svantaggiate: altrove funzionano, in Italia invece non riescono nemmeno a partire. Complessivamente, negli anni che vanno dal 2008 al 2012 i consumi delle famiglie meridionali sono sprofondati del 9,3%, quasi tre volte in più che nel resto del paese. I cittadini, infine, sono diventati più poveri ma anche più tartassati: dal 2007 al 2011 al sud la pressione fiscale è aumentata. Il danno e la beffa.
CRONACA. Leggiamo dall’Unità di mercoledì un commento sull’incredibile vicenda dei funerali del boia nazista, Priebke:
«Il criminale nazista mai pentito stava per avere, di straforo,i suoi funerali ad Albano laziale mentre fuori dalla cappella di una comunità lefebvriana (fuori dalla Chiesa cattolica), un gruppo di camerati neofascisti inscenava il solito penoso rito di saluti romani e di grida inneggianti al nazifascismo. La consueta, violenta, squallida volontà di sopraffazione. Ma la gente di Albano Laziale si è infuriata per quel sotterfugio autorizzato, di fatto, dal prefetto di Roma. Il rito funebre – scrive l’Unità - non si nega a nessuno, neppure al peggiore degli uomini (e Priebke è stato fra i peggiori). Ma attorno ad esso ogni manifestazione di solidarietà politica, di esaltazione del nazifascismo e dei suoi orrori andava scongiurata, con lucida forza. E questo non è avvenuto ad Albano Laziale, contro la volontà dei suoi abitanti.
Era dunque sensata e pienamente comprensibile l’opposizione del sindaco di quel Comune medaglia d’argento della Resistenza, ad un funerale pubblico che inevitabilmente avrebbe richiamato i soliti fanatici di estrema destra. I fatti hanno dimostrato che aveva ragione. Non così il prefetto di Roma che quell’ordinanza ha annullato, in pochi minuti. Atteggiamento grave. Non possiamo dimenticare infatti che questo contestato rito pubblico è caduto alla vigilia di quel 16 ottobre il cui ricordo sanguina ancora nel ghetto di Roma e in tutta la città. Uno dei rastrellamenti più spietati, casa per casa, scala per scala, dopo aver preteso con l’inganno più crudele tutto l’oro che i romani ebrei avevano potuto raccogliere.
È significativo che nessun Paese voglia le spoglie mortali di Priebke: non l’Argentina dove si era rifugiato, non la Germania dov’era nato e cresciuto nel culto di Hitler, non altri Paesi. In Italia, abbiamo già troppi sacrari del fascismo, la tomba, cupa come poche, di Benito Mussolini a Predappio meta di sgangherate carovane di nostalgici. Stavamo per avere ad Affile un sacrario del generale Graziani che seminò stragi in Africa e firmò i famigerati bandi di Salò.
Conclude l’articolo: raccontiamo ai più giovani la vera storia del nazismo e del fascismo, fino al terribile biennio 1943-45. Sarà il modo migliore per seppellire davvero, sotto il peso inesorabile della storia, Priebke e i suoi camerati più feroci.
ESTERI. La notizia è tratta dal Fatto Quotidiano di domenica. Londra e la Gran Bretagna non sono soltanto il London Eye, il Big Ben, i negozi, i musei del centro. Basta fare poche stazioni di metropolitana per trovarsi in aree talmente degradate da chiedersi se siamo nello stesso luogo o in un sobborgo del Terzo mondo. Per non parlare di certe città di provincia, dove il tasso di disoccupazione supera il 30 per cento. I tagli ai sussidi pubblici del governo Cameron hanno aumentato le differenze tra i ricchi e i poveri e la Gran Bretagna è ormai il paese d’Europa dove il divario è più alto. C’è una quantità di gente, ex piccola borghesia, che sta scivolando verso il basso, in un limbo che non è ancora chiaro dove approderà. E gli effetti si iniziano a vedere.
Di fronte alle proteste per il caro gas, Cameron ha detto: vorrà dire che in casa si indosserà un golf in più. Mai frase, poi smentita dal portavoce di Downing Street, fu più infelice. Ma il concetto è stato ribadito dal ministro dell’Energia Ed Davey, che sarà il primo – ha detto – a coprirsi di più per risparmiare. Poi ci sono le ferrovie, privatizzate dalla Thatcher, e carissime. Ora si parla di un ritorno della terza classe per i poveracci, per chi non può più permettersi i costi esorbitanti di un biglietto First Class o Standard. Un salto indietro agli anni Cinquanta, quando sparirono le “plebee”.
Pesanti i tagli alla sanità e il boom delle vendite a rate. Tutti segnali di cui il governo conservatore si sta allegramente disinteressando.
CULTURA. Dai giornali della settimana abbiamo selezionato una notizia che riguarda Federico Fellini. A 20 anni dalla sua morte, esce la sceneggiatura di un giallo scritto con un poliziotto sotto copertura che al Venerdì di Repubblica racconta l’incontro con il grande regista.
Per due volte Federico Fellini tentò di girare La Mala Vita, il suo film poliziesco. Una prima volta a fine anni Settanta. Ma litigò con il produttore Renzo Rossellini, figlio d’arte. Pomo della discordia, il costo dei sogni. Fellini, per realizzare l’opera, voleva ricostruire la Roma criminale a Cinecittà. Il produttore replicò che così avrebbe bruciato un mucchio di quattrini. E saltò tutto. Una seconda volta ci provò nell’83. Il nuovo produttore, Alfredo Bini, era entusiasta. «Magnifico, splendido, superbo. Devi farlo subito. Ho già lo slogan per il lancio: 1960, Federico Fellini, La Dolce Vita; 1980, Federico Fellini, La Mala Vita. Sarà un successo mondiale». Ma all’ultimo momento Fellini si fermò. Intorno al «giallo del giallo mai girato» si sono interrogate le migliori menti dello showbiz italiano. Senza venirne a capo. Fellini aveva già in mano la sceneggiatura, definito tutte le sequenze, stabilito l’episodio conclusivo. Si sa che dietro il progetto c’era la storia vera di un poliziotto vero. Il regista lo definì «un poeta con la pistola». Oggi questo 007 in pensione ha deciso di raccontare l’odissea del film mai nato, in un libro dal titolo semplice, Il poliziotto.
Il protagonista della favola mancata si chiama Nicola Longo, tre figli, insegna Tecniche d’investigazione alla Sapienza, per le sue gesta investigative ha avuto una medaglia dal presidente Pertini e ora dirige un’agenzia privata. Perché Fellini si innamora della vita di un uomo d’azione? Longo era già un mito. Il primo investigatore mediatico. I giornali lo chiamano James Bond, 007, Serpico. Tomás Milián e Fabio Testi si ispireranno a lui per un paio di «eroi» del poliziottesco. Calabrese, figlio di un carabiniere, campione welter di boxe, selezionato olimpionico di lotta libera per Messico ‘68, nel ‘71 entra nella Narcotici di Roma. Si specializza in «operazioni sotto copertura». Diventa un hippy con il chopper in piazza di Spagna. Dorme in un sacco a pelo, sotto le stelle. Nel febbraio del ‘74 finisce sui giornali per essersi tuffato, all’una di notte, nel Tevere, a recuperare un pacco di droga. «Avevo i capelli lunghi e mi piaceva quella vita. Mancò poco che lasciassi la polizia e diventassi un hippy sul serio», ha raccontato.
SPORT. Dal Fatto quotidiano di lunedì, leggiamo di Abdon Pamich, italiano di Fiume, oggi ottantenne, campione olimpico azzurro a Tokyo nel 1964, quando trionfò con la 50 km di marcia.
Molti lo riducono a quella gara di quasi mezzo secolo fa, a quei 50 km che assegnavano la medaglia olimpica, al suo duello con il ferroviere britannico Paul Nihill.
“Sono in tanti a riassumermi in quel giorno, in quei gesti, nelle vicende di quella rotta che prevedeva due segmenti di 25 chilometri in piena città. Pensi che, dopo quasi mezzo secolo, neppure in Giappone mi hanno dimenticato: quando il mese scorso Tokyo ha vinto la corsa ai Giochi del 2020, il corrispondente di uno dei loro quotidiani mi ha telefonato per chiedermi cosa pensassi dello spirito sportivo dei giapponesi. Mi è venuto da sorridere: a dire il vero, quel giorno avevo altro a cui pensare. E poi non è stata quella la giornata della mia gioia più perfetta. Quel momento va cercato più indietro, al ’56, quando andai alla Praga-Podebrady che a quel tempo era una specie di campionato del mondo della 50 km. Quando partii, mi dissi: se trovi un posto tra i primi quindici, puoi esser soddisfatto. Vinsi”. Oggi da Praga a Podebrady non si va più. Cambiate tante cose, anche la marcia.
É rimasto legato non con un filo ma con una gomena alla terra che lasciò adolescente. Il prossimo obiettivo verso cui marciare è una storia dello sport fiumano: sta raccogliendo testimonianze, attingendo informazioni e ricordi da altri vecchi fusti come lui, da famiglie che hanno il culto della memoria.
E così, rivedendo gli appunti, racconta che non ci sono stati solo lui e Loik, scomparso nella vampata che distrusse il Grande Torino, ma tanti altri calciatori, pugili, atleti, velisti, canottieri, alpinisti. “Due sono sepolti dal ’26 da qualche parte sotto la vetta del Monte Bianco”. Una versione fiumana dell’assalto all’Everest di George Mallory e Andrew Irvine che, proprio in quegli anni, vestiti di tweed si persero in una tormenta dopo aver toccato i 8.400 metri.
SOCIETA’. Ancora Lampedusa. Storie di persone maltrattate dalla vita e dai governi, che affrontano improbabili viaggi della speranza per finire ingoiati dal mare o, bene che vada, dalla burocrazia e dalla repressione.
Ma chi sono? Da dove arrivano? Che storie raccontano? Dalla Repubblica di giovedì leggiamo di sei piccoli sopravvissuti a una delle ultime tragedie del mare, accolti da un istituto di Menfi, in provincia di Agrigento.
L’orfanotrofio del mare è una candida villetta a due piani all’ingresso di Menfi, nella Valle del Belice. Un bel prato verde, due palme, un patio con tutti i giochi che entusiasmano i bambini, scivoli, casette di plastica, giostrine, una grande tv con i cartoni animati. Ma niente sembra riuscire, anche solo per qualche minuto, a restituire alla loro infanzia questi bambini che non sembrano più tali. Bimbi senza più mamma e papà, senza famiglia, senza amore e persino senza nome. Perché nessuno sa da dove vengono, con chi erano, come si chiamano e quanti anni hanno. I più piccoli, come Salvatore (lo hanno chiamato così dal nome del suo “salvatore”) che non ha neanche un anno, ovviamente non parlano, ma gli altri (dai due anni e mezzo ai sette anni) sarebbero in grado di dire questo (e probabilmente molto altro) se solo ad aiutare gli operatori dell’istituto Walden di Menfi ci fosse un mediatore culturale.
«Le prime notti dovevano avere incubi continui — racconta Michele, il responsabile della comunità — non riuscivano a dormire, piangevano continuamente, avevano sussulti. Li abbiamo lasciati tutti insieme, i tre fratellini e gli altri tre bambini, abbiamo capito che si sentivano più sicuri».
Ma quanti sono i minori non accompagnati che ogni giorno sbarcano sulle coste siciliane. Un numero esorbitante: 3319 solo dall’inizio dell’anno ad oggi, tre volte di più rispetto allo scorso anno. Per lo più si tratta di adolescenti, tra gli 11 e i 17 anni, ragazzini che finiscono per scomparire nel nulla. Due su tre, dopo qualche settimana in comunità escono e non tornano più. Salgono su un treno con destinazione ignota o, peggio ancora, finiscono nelle mani di organizzazioni criminali che li contattano e che talvolta chiedono persino riscatti alle famiglie rimaste nei paesi di provenienza. E nessuno qui li cerca più. Un problema in meno per lo Stato che non ha più i soldi per pagare le convenzioni con le case famiglia. Gli affidi e le adozioni dei più piccoli (che in questi giorni in tanti chiedono) difficilmente riescono ad andare in porto. I 25 bambini che ormai da diverse settimane sono nella casa di accoglienza di Piana degli Albanesi, ad esempio, aspettano ancora la nomina del tutore. Senza quello è come se non esistessero, non possono andare neanche a scuola. Troppe pastoie burocratiche trasformano questi bambini in piccoli fantasmi di cui presto nessuno si ricorderà più. (Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channel)

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POLITICA. Il Fatto quotidiano di lunedì pubblica una sorta di Radiografia dei 5 stelle, traendone un bilancio di cose fatte e cose che non tornano. Vediamole. Nel capitolo cose fatte: Ci sono 420.000 euro che Grillo ha consegnato ai terremotati di Mirandola, soldi avanzati nella raccolta fondi della campagna elettorale. Ci sono i 42 milioni di euro di rimborsi elettorali restituiti, c’è il milione e mezzo destinato al microcredito risparmiato grazie al taglio sugli stipendi e la diaria festeggiato con un assegno gigante ai cittadini. I costi svelati. Nel primo giorno d’Aula si sono presentati con un apriscatole e il messaggio era chiaro: “Scardineremo questa macchina oscura”. Dicono di aver trovato “un muro di gomma”, ma a furia di chiedere anche i conti sono saltati fuori. Il dossier presentato a luglio da Riccardo Fraccaro rivela le spese folli della Camera tra stipendi e pensioni ai dipendenti: circa 784 milioni l’anno. A Palazzo Madama ci ha pensato il questore Laura Bottici: nel bilancio 2012 figuravano 546 mila euro ad associazioni, onlus e fondazioni e 65 mila euro per gli ultimi due concerti di Natale. Surplus che dal 2013 il presidente Grasso ha assicurato saranno tagliati.
Leggiamo cosa non va, secondo il Fatto: il primo ostacolo su cui sono inciampati è stato larestituzione dei soldi. Dopo aver scoperto amaggio scorso che oltre a metà dell’indennità avrebbero dovuto rendere anche la diaria non rendicontata, non tutti si sono accodati alla politica francescana. Seguono così mesi di lotte, e al Restitution Day di luglio arrivano acciaccati da attacchi sui giornali e malumori interni.
Tutti restituiscono i soldi, ma i rendiconti personali finiscono online e sotto gli occhi vigili degli attivisti le magagne vengono subito a galla. C’è Ivan Catalano, deputato lombardo che non ha reso pubblici i suoi conti a causa, pare, di spese eccessive. Segue Marta Grande che nei costi per l'ingresso in parlamento specifica 12mila euro di rimborso alloggio. Salvo poi giustificarsi: “una fideiussione per la casa che restituirò”. In questione anche Tommaso Currò, Nicola Bianchi, Alessio Tacconi e Lorenzo Battista. Hanno restituito poche migliaia di euro in confronto ai 16mila ricevuti per i primi tre mesi. Assestamento o adattamento ad una nuova vita?
E tra gli errori strategici più grandi per il Movimento si registrano le espulsioni.
ECONOMIA. Dal Manifesto di giovedì, la notizia di Economia: la moneta greca che batte l’euro, è il titolo di un reportage.
Oltre ad aggirare la grande distribuzione qui a Volos si è fatto un grosso passo in più: la nascita di un mercato alternativo dove si compra senza soldi, o meglio, attraverso una valuta immateriale alternativa chiamata Tem, un acronimo che sta per "unità alternativa locale" ed è equiparato a un euro. In questo mercato, che si svolge il mercoledì e il sabato, si compra esclusivamente con tale valuta, accreditata o addebitata su un libretto virtuale. Una delle organizzatrici, anche lei di nome Angelica, me ne spiega il funzionamento: «Ognuno di noi ha un nickname a cui corrisponde un libretto virtuale, che è come un conto corrente. Se vendo qualcosa – io ad esempio vendo libri usati –mi vengo accreditati dei Tem, con i quali posso poi a mia volta comprare qualcosa, non solo beni di consumo, che sono il fulcro del mercato,ma anche servizi che posso acquistare in giorni e posti diversi. Ad esempio, se c’è un parrucchiere che aderisce al Tem posso tagliarmi i capelli e pagarlo con la moneta virtuale. Lo stesso vale per il medico: ce ne sono diversi che si fanno pagare così ed è un bel risparmio». Giovanni è un italiano che vive a Volos da trent’anni ed è uno dei medici di cui parla Angelica. Anche lui è tra i fondatori della valuta virtuale: «Chiaramente – dice – il nostro sistema non può risolvere tutti i problemi, ma abbiamo calcolato che può incidere sulla spesa mensile anche del 20-25 per cento, che di questi tempi non è poco. Soprattutto per quanto riguarda i servizi, come il medico, il meccanico, l’idraulico, il fisioterapista. Tutte cose che con la crisi diventano secondarie, perché tasse, bollette e generi di prima necessità si mangiano tutto lo stipendio mensile e a volte nemmeno è sufficiente. Il vantaggio sta nel fatto che il Tem non è una vera moneta, ma solo un sistema virtuale che regola i nostri scambi. Di conseguenza non è tassabile. Il Tem è pressappoco così, ma permette di andare oltre il baratto, perché quel valore che produco facendo un servizio o vendendo un oggetto non mi viene compensato subito con qualcos’altro che magari non mi serve: posso capitalizzarlo e spenderlo in un altro momento, con una terza persona, per qualcosa che davvero mi occorre». Ovviamente non è tutto così idilliaco, ma chi si approfitta viene estromesso dal sistema.
CRONACA. La cronaca ci riporta a Lampedusa, ma fatti i conti con le tragedie, deve arrivare il tempo della riflessione. Lo faranno i governi che finora hanno garantito solo la libera circolazione delle merci ma non delle persone?
A proposito, leggiamo dal settimanale Internazionale un articolo apparso su Le Monde e firmato da un antropologo, Michel Agier.
Il tempo dell’emozione se lo meritano tutti quelli che sono morti nel Mediterraneo negli ultimi anni, spesso senza sepoltura né funerali, quasi ventimila persone negli ultimi vent’anni. E se lo meritano anche i sopravvissuti, che hanno affrontato non solo l’orrore della traversata, ma anche le terribili condizioni di clandestinità alle quali i governi europei hanno deciso di condannarli.
È infatti lo stato che “crea” i clandestini. C’è da chiedersi quanta emozione sarà necessaria perché si smetta di commuoversi e si cominci a riflettere sui sistemi repressivi che dalla fine degli anni novanta l’Europa ha adottato contro i migranti per selezionarli – escludendo gli indesiderabili (provenienti soprattutto dai paesi “del sud”) – per respingerli con violenza o per mantenerli in uno stato di irregolarità che favorisce lo sfruttamento del loro lavoro.
Né “immigrati” né “rifugiati” (non hanno avuto la possibilità né “clandestini”, sono morti nella migrazione, durante lo spostamento. È dunque proprio questa mobilità, tanto cara e valorizzata come segno di un mondo cosmopolita, moderno e fluido quando si tratta delle vite degli occidentali, il vero bersaglio delle polizie e dei governi.
I morti di Lampedusa potevano essere evitati. Sono infatti il risultato della propaganda dei governi europei contro lo straniero. Che ha come effetto, da un lato, la criminalizzazione della migrazione e dei migranti e, dall’altro, quello di incentivare un’economia della clandestinità, che spinge tra le braccia dei trafficanti di esseri umani quelle persone per cui spostarsi è ancora una necessità vitale.
ESTERI. Da Repubblica di martedì la notizia di Esteri: L’INDIA insorge contro l’oscena morte di un’altra donna vittima di molestie sessuali. Pavitra Bhardwaj, 40 anni, assistente in un laboratorio universitario di New Delhi, si era data fuoco lunedì scorso, esasperata dall’indifferenza delle autorità, offesa dalla prepotenza dei suoi persecutori. Dopo una settimana di agonia, si è spenta. Quella di Bhardwaj è una vicenda che ha poco di straordinario in un Paese dove lo stupro è il delitto più comune nei confronti delle donne, dov’è normale che soltanto il 26 per cento dei delitti a sfondo sessuale venga punito, dove nascere femmina è in certe zone un peccato ancora punibile con l’aborto o l’infanticidio, e dove più in generale il disinteresse verso la sorte femminile è piombato a livelli tanto abissali da sollevare l’indignazione popolare. Infatti, soltanto dopo l’indicibile strazio di una giovane fisioterapista, lacerata a morte lo scorso dicembre da un branco di sei ubriachi a bordo di un autobus privato, l’ira delle piazze ha costretto il governo a riesaminare leggi e costumi.
Alla notizia del suicidio, studenti universitari e colleghi scendono in piazza a invocare giustizia per lei come per tante, troppe altre donne. Protestano anche i sindacati universitari, il corpo insegnante di 75 campus, si unisce alla rivolta l’associazione dei docenti. La polizia, macchiata da una nomea per gli abusi contro le indiane, soltanto ora si muove. Lo stesso fa la Commissione nazionale per la donna, nota per l’inefficacia: «Il caso non ci è ancora stato sottoposto», si cautela la presidente: «Appena lo sarà, indagheremo». Poche parole di stampo burocratico, pronunciate troppo tardi per l’ennesima figlia che l’India sacrifica a un primitivo sistema patriarcale.
CULTURA. Per la cultura, la nostra rassegna si soffermerà sui plagi nella musica raccontati dal Fatto quotidiano di lunedì. Ne leggiamo un brano. Di plagi, la storia del rock e delle canzonette è colma. Uno dei più clamorosi è quello dei Beach Boys: Surfin’ Usa è ispirata in maniera più che evidente a Sweet Little Sixteen, di Chuck Berry. Finì in tribunale, e i giudici dettero ragione a Chuck Berry che detiene i diritti del brano. I Beach Boys con quel pezzo, bandiera della West Coast degli anni Sessanta, si spinsero addirittura più in là: oltre alla musica anche il testo era più o meno copiato da Kissin’ Ti m e di Bobby Rydell. Parliamo dei Beach Boys, bandiera di quella musica che dalla California invase il mondo. Non si può parlare di plagio per i Beatles, al limite sono stati loro a essere plagiati, ma George Harrison confessò prima di morire che I feel fine, brano fondamentale nell’antologia dei Fab Four, era ispirata a un brano di Bobby Parker. Non sono stati immuni dalla tentazione dal “copiare” neanche i Nirvana : quanti sanno che il riff di Come As You Are è identico a Eighties dei Killing Joke? I Pearl Jam altra band protagonista della stagione Grunge, hanno osato in modo clamoroso: la loro Given To Fly presenta troppe assonanze con Going to California dei Led Zeppelin, cui anche una band nostrana, i Negrita, ha ripreso l’intro di un loro celebre pezzo, All my love, per farci Brucerò per te.
Anche in Italia non mancano i casi: il Fatto cita Ligabue che nel 1995 ottiene un gran successo grazie a Certe Notti: ascoltandola però vien da chiedersi quanto si sia ispirato a Bed of Roses dei Bon Jovi... O gli 883 che raggiungono la celebrità col brano-tormentone Hanno ucciso l’Uomo Ragno riprendendo Love at First di Jon Yellow. Magari, all’epoca, il fatto poteva passare sottotraccia, difficile farlo oggi al tempo di Internet. E così si scopre che Arisa trionfa al Festival di Sanremo Giovani con un brano, Sincerità , troppo uguale nel ritornello a uno di Don McLean Vincent (Starry Starry Night). E nella speciale lista compare anche il Nobel-candidato Roberto Vecchioni: la sua Voglio una donna non può riportare alla mente I’m going down del Boss Bruce Springsteen.
SPORT. Per lo sport, ci siamo fatti incuriosire dal settimanale Sport Week che racconta alcune curiosità su quella che è la colonna sonora delle vittorie italiane: l’inno nazionale, ovvero l’inno di Mameli.
Forse non tutti sanno che fu adottato il 12 ottobre del 1946 “provvisoriamente” e da allora non è mai stato ufficializzato, anche se l’insegnamento dell’inno nelle scuole è diventato legge lo scorso anno.
Altre due curiosità. 1956, l’anno in cui, all’Olimpiade di Melbourne, mancava il disco dell’inno per festeggiare l’oro di Ercole Baldini nella corsa su strada di ciclismo. «Dirigenti, giornalisti, migliaia di immigrati cantarono in coro: non arrivarono alla fine, perché l’inno si spense fra i singhiozzi di quella gente». A Mosca ’80, causa boicottaggio, erano proibiti inno e tricolore: ma un amico di Luciano Giovannetti, oro nel piattello fossa, fece issare sul pennone una bandiera improvvisata e gli italiani cantarono l’Inno di Mameli.
1959: l’anno in cui a Wembley, prima di Inghilterra-Italia, non venne suonato l’Inno di Mameli. Da un ricordo di Sergio Brighenti, che segnò un gol per la rimonta da 2-0 a 2-2: «La banda iniziò a suonare, non capivamo bene cosa. Mariani mi disse: ma questa è la Marcia Reale... Dopo la partita, al ricevimento dalla regina Elisabetta, porsero le scuse all’ambasciatore italiano». Gianni Brera scrisse sul Giorno: «Gli inglesi schiumano rabbia. Ah, buon Dio, avrei dato una mano per il terzo gol! Adesso che inno suoniamo?».
SOCIETA’. Società: muore a 100 anni il boia delle Fosse ardeatine, l’ufficiale nazista Priebke, condannato all’ergastolo per la strage che costò la vita a 335 italiani. E il Corriere della sera di sabato ci racconta di una provocazione post-mortem, ovvero un video-testamento: «Non rinnego il mio passato — afferma Priebke anche in punto di morte —. Ho scelto di essere mestesso, fedele al mio passato e aimiei ideali». E ancora: «A Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse. Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Io sono stato a Mauthausen: c’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau. E i filmati dei lager erano falsi». L’Olocausto, per lui, fu solo frutto di «coscienze manipolate».
Scrive poi il Corriere: Erich Priebke è morto da vero nazista. Mai un atto di dolore per essere stato, col tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, l’aguzzino delle Fosse Ardeatine. Fu lui, quel 23 marzo 1944, a stendere materialmente a macchina, sotto la dettatura di Kappler, la lista degli uomini da uccidere per rappresaglia dopo l’attentato di via Rasella. Dieci fucilati per ciascun tedesco, decisero da Berlino. Dunque sulla carta 330 persone. Ma alla fine furono 335, un «errore di calcolo» che non salvò quelle vite: furono uccisi tutti, ogni testimone sarebbe stato troppo scomodo. Priebke dal settembre 1943 «lavorava» con Kappler a via Tasso, nella palazzina di san Giovanni dove i capi della Resistenza romana venivano atrocemente torturati. Eppure il boia delle Ardeatine e di via Tasso mai chiese perdono.

lunedì 7 ottobre 2013

#apriteivostriocchi #30settembre_6ottobre #rassegnastampa

POLITICA Anche questa settimana teniamo volutamente distanti i palazzi romani per manifesta incompetenza. Preferiamo privilegiare la storia di un amministratore che proprio per aver svolto con impegno e onestà il suo ruolo è stato lasciato solo. Dall’Unità di mercoledì, leggiamo della vicenda di Rosario Rocca, 35 anni, sindaco di Benestare, in provincia di Reggio Calabria. «Lo stato di abbandono, di isolamento in cui versa il nostro territorio, dimenticato volutamente e tragicamente da uno Stato sordo e assenteista, non mi consente più di rappresentare dignitosamente la mia gente». Csì Rosario ha deciso di gettare la spugna e dopo aver stampato la sua lettera di dimissioni indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla presidente della Camera Laura Boldrini, al prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli e a tutti i componenti del consiglio comunale, ci ha piegato sopra la fascia tricolore, l’ha fotografata e l’ha postata su Facebook. «Dimissioni irrevocabili», ha scritto, perché «non ho più la forza di continuare dopo anni di resistenza isolata (e inascoltata) al malaffare, alla criminalità e alla burocrazia autoreferenziale». La notte precedente hanno dato fuoco alla sua auto, è l’ennesimo atto intimidatorio ai danni del giovane sindaco di Sel. «Abbiamo intrapreso un’azione di forte e duro contrasto ai fenomeni criminali e abbiamo cercato di sostenere la gente spiegandolo loro che non si deve aver paura e non si può essere omertosi, che si devono denunciare i criminali...». Lascia la frase in sospeso Rosario, ma in quel silenzio forse c’è la risposta a chi ora si chiede perché e ai cittadini che ieri sono andati in Comune per pregarlo di restare, di non molare. «Qualcuno ha anche pianto - dice - una dimostrazione di affetto che mi ha inorgoglito tantissimo. In tanti mi hanno detto “Non meritavi questo”».Di cambiare idea, però, al momento non se ne parla. Anche perché oltre ai clan a fare paura al sindaco dimissionario è la latitanza di uno Stato che sembra essersi dimenticato della Locride. «Non è un problema che riguarda soltanto Rosario Rocca - spiega - riguarda tantissime altre amministrazioni. I sindaci, specie al Meridione, sono spesso gli unici e isolati presidi di legalità. E non perché le forze dell’ordine non facciano il loro lavoro egregiamente... È la logica continua dei tagli alle risorse che ha generato uno stato di completo abbandono con ricadute sulla carne viva della gente. Sono anni che denunciamo queste cose, ma nessuno ci ascolta. Siamo rimasti a fare gli esattori per lo Stato, senza poter dare servizi adeguati in cambio. E non si può andare avanti così, soprattutto al Sud».

ECONOMIA Notizia originale, questa settimana. Parliamo delle dimissioni dal posto di lavoro di una giovane di Taiwan. Dopo due anni di lavoro - in cui dice di aver sacrificato vita privata, tempo ed energie - Marina Shifrin ha deciso di lasciare Next Media Animation, il canale tv taiwanese con cui collaborava come grafica. In un video, registrato di notte in redazione, l'autrice 25enne spiega che il suo capo si preoccupava più della quantità di video prodotti e del numero di visualizzazioni ottenute che della qualità e dei contenuti. Non condividendo obiettivi e metodi dei suoi superiori, la dipendente ha preferito passare all'azione: è diventata la protagonista di un filmato pubblicato su YouTube in cui - ballando - annuncia il suo licenziamento e le sue ragioni. Leggiamo il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa di martedì: Nel video c’è questa ragazza che balla dentro un ufficio vuoto. In sovraimpressione scorrono le sue parole: sono le 4 e mezzo del mattino e lei si sta licenziando a ritmo di rap. Marina è americana, ha 25 anni e da due lavora a Taiwan, in una società di animazione a cui ha riservato ogni spicciolo di tempo ed energia. Ma non sono stati i sacrifici a esasperarla, quanto l’infelicità che emanava da un lavoro frustrante, alle dipendenze di un capo che non la giudicava sulla base dei suoi talenti, ma di parametri meramente quantitativi. Da qui la decisione di andarsene, e di farlo con un video che esprimesse la creatività che le era stato proibito manifestare. È solo la versione di Marina. Il capo ce ne fornirebbe probabilmente un’altra, trasformando persino un licenziamento così originale - il primo danzante, a memoria d’uomo - nella prova del carattere inaffidabile della sua collaboratrice. Il cuore, inutile dirlo, batte per la ragazza che si concede il lusso di una scelta di libertà non ancora frenata da mutui e bollette. In Italia sarebbe più difficile, perché la maggioranza dei coetanei diMarina è ancora alla ricerca di un lavoro da cui potersi licenziare.

CRONACA Dopo la strage di Lampedusa, di cui abbiamo visto e sentito molto, approfondiamo attraverso il Corriere della sera di sabato la geografia delle migrazioni. Un intero continente devastato dalle guerre civili, dalle carestie, dall’infinita povertà e dai disastri ambientali. Squassato dal sussulto di una transumanza della disperazione, che vede milioni di dannati della Terra tentare di ingannare il loro destino e accettare la tragica scommessa di una fuga senza promesse, mettendo le loro vite nelle mani dei mercanti d’anime, in cerca di un barlume di futuro. Una massa oscillante tra 1,5 e 2 milioni di persone, secondo la stima di uno studio condotto nel 2011 dal CNEL, migreranno ogni anno da qui al 2050 dall’Africa all’Europa. Ma nel lungo periodo non è necessariamente una prospettiva che deve metterci in allarme: nei prossimi 37 anni l’asimmetria demografica tra i due continenti vedrà infatti la popolazione lavorativa europea diminuire di oltre 100 milioni, mentre quella di Nord Africa e Africa sub-sahariana aumenterà di oltre 700 milioni. Quali sono i punti critici del continente africano, quelli dove la paura e l’impossibilità di sopravvivere alle guerre, alla fame e alla desertificazione, stanno trasformando milioni di persone in futuri profughi della disperazione? La pressione maggiore viene oggi dal Corno d’Africa. I morti di Lampedusa provenivano in gran parte dalla Somalia e dall’Eritrea. Nei primi nove mesi di quest’anno, dati della Pubblica Sicurezza, 3 mila somali e 8 mila eritrei sono sbarcati sulle nostre coste. La Somalia, passata in 7 anni dai «signori della guerra» alle corti islamiche, dall’intervento etiope alla guerriglia dei fondamentalisti di al Shabaab, conta oggi più di 1 milione di sfollati interni. In Eritrea, a povertà e carestie si aggiunge un regime del terrore ventennale, sotto il tallone di ferro del presidente Afewerky, che governa il Paese con l’esercito e un servizio militare obbligatorio che non finisce mai. Poco da stupirsi che sia il Paese con il più alto tasso di emigrazione clandestina al mondo. La fascia sub-sahariana del Sahel (Nigeria, Ghana, Burkina-Faso, Senegal, Mali e Niger) è un’altra area di rischio. Dalla Nigeria, nazione africana più popolosa con 160 milioni di abitanti, ricca di petrolio ma politicamente instabile, lacerata dalla guerriglia e spolpata dalla corruzione, quest’anno sono sbarcate in Italia 2 mila persone.Mail potenziale di un’eventuale diaspora nigeriana, magari alimentata dalle crescenti persecuzioni anti-cristiane, è enorme, viste le dimensioni del Paese. Si calcola che almeno 50 mila clandestini vivano già nella nostra Penisola, accanto ai 70 mila nigeriani muniti di regolare permesso. La tragedia di Lampedusa ha suonato anche il campanello d’allarme del Ghana, da cui provenivano alcune delle vittime. Paese relativamente stabile ma dove la morsa della povertà e la violenza sono un forte incentivo a partire.

ESTERI Il settimanale Internazionale dedica la copertina ai droni ed è titolata macchine che uccidono. Nell’opinione pubblicata su Alternet e tradotta dall’Internazionale, si smontano alcuni miti su queste macchine da guerra. Il primo sicuramente è che "I droni uccidano solo terroristi": Nel maggio del 2009, all’inizio del primo mandato di Barack Obama, David Kilcullen, l’ex consigliere per il terrorismo di David Petraeus, ha scritto sul New York Times che solo il due per cento delle vittime dei droni erano esponenti di spicco di Al Qaeda. Kilcullen calcolava che per ogni “obiettivo di alto valore” di Al Qaeda colpito erano stati uccisi cinquanta civili. Lo scorso aprile un’inchiesta dell’Nbc, condotta sulla base di documenti segreti della Cia, ha rivelato che un militante su quattro ucciso in Pakistan tra il settembre del 2010 e l’ottobre del 2011 è stato classiicato come “combattente ignoto”. Vuol dire che, per sua stessa ammissione, nel 25 per cento dei casi la Cia non ha idea di chi ha ucciso. A questo si aggiunge il fatto che tutti i maschi in età per combattere uccisi durante gli attacchi sono automaticamente considerati militanti. Quindi il margine d’errore è enorme. Altro mito da sfatare: "I droni rendano gli Stati Uniti più sicuri". È falso. I droni non stanno solo destabilizzando una potenza nucleare come il Pakistan, in una delle regioni più insicure del mondo. Stanno anche provocando ondate di attacchi suicidi in quel paese. La minaccia rappresentata da questi attacchi riguarda direttamente anche gli Stati Uniti, perché è il sintomo dell’aumento dell’estremismo su scala mondiale. Persone che si identiicano con la diaspora musulmana vedono i loro parenti uccisi in modo brutale dagli americani. Gli attentatori della maratona di Boston sono solo l’ultimo esempio di questo processo. Pensate per esempio a Faisal Shahzad, l’uomo che nel 2010 ha cercato di far saltare in aria Time square, a New York. Al processo, quando il giudice gli ha chiesto di spiegare i motivi che lo avevano portato a pianiicare l’attacco, Shahzad ha risposto parlando degli attacchi statunitensi con i droni in Pakistan. Purtroppo questi ribelli saranno sempre più numerosi, perché gli attacchi degli Stati Uniti con i droni spingeranno molte persone che vivono nel mondo musulmano verso le frange politiche più estreme, e la violenza americana chiamerà altra violenza.

CULTURA La settimana appena trascorsa è stata funestata dalla morte di due grandi del cinema Giuliano Gemma e Carlo Lizzani. Entrambi lasciano un patrimonio inestimabile al cinema italiano e internazionale.
Ricordiamo Giuliano Gemma, faccia d’angelo, con un articolo del Manifesto: se Clint Eastwood è stato il primo, col suo sigaro e il poncho, se Lee Van Cleef il più cattivo, col vestito nero e il cappello, se Bud e Terence i più divertenti, Eli Wallach il più brutto e il più furbo, Giuliano Gemma è stato il più bello, il più solare, il più atletico, il più buono se aveva un senso parlare di buoni nel mondo degli spaghetti western. Robert Woods sapeva andare meglio a cavallo, Gianni Garko era il più elegante, Tomas Milian il più rivoluzionario, ma Ringo era Ringo. Onore a Montgomery Woods, primo eroe italiano dei nostri spaghetti western.
Gentile, sempre disponibile, Gemma ha saputo muoversi nel mondo del cinema senza perdere la sua freschezza degli inizi, la sua faccia d’angelo e la sua prestanza fisica. Una star, e non solo: un attore col quale siamo cresciuti dagli anni 60. Ora aspettiamo solo di vedere il bel documentario che sua figlia Vera gli ha dedicato con tanto materiale raro proveniente da tutto il mondo. Adios, Ringo!
Sul Fatto quotidiano leggiamo della morte del regista Carlo Lizzani, l’ultimo dei neorealisti, che a 91 anni si è lasciato cadere dal terzo piano. Ha attraversato il Novecento e ne ha raccontato le nefandezze, indimenticabile l’esordio dietro la macchina da presa con Achtung! Banditi!
Leggiamo: SETTANTA FILM combattendo a testa alta con la cronaca e il buon senso, con la censura e con la povertà, perché si poteva essere al verde, ma non c’era prateria che non meritasse una cavalcata. Ora che la vita è agra e che ogni cosa è stata detta, anche l’addio duro, forse sdegnato, da samurai, di Lizzani, così vicino e così lontano da quello di Mario Monicelli, uno strappo brutale che a Carlo sembrò soprattutto il gesto di un laico che “vuole gestire la sua esistenza fino in fondo”, riflette solo il profondo dispiacere per un altro gigante evaso prima di diventare d’argilla. Prima di riscoprirsi troppo fragile, Lizzani ha abbandonato le maledette debolezze dell’età. Proprio lui che alla giacca, alla cravatta, alla gentilezza soave e anacronistica non meno che all’autonomia, non rinunciava. Lasciando da galantuomo mai dubbioso sull’equili - brio tra forma e sostanza, un biglietto per i parenti: “Stacco la chiave”.

SOCIETA’ Dall’Espresso di questa settimana abbiamo selezionato un reportage che riguarda gli Homeless, i senza tetto. Sono 100 milioni nel mondo, 50mila solo in Italia. Un fotografo, Lee Jeffries per anni li ha ritratti, ovunque. Quei volti che parlano di vite sofferte saranno in mostra a Roma dal 19 ottobre.
Leggiamo: Jeffries l’autore, o forse co-autore, perché i soggetti dei suoi ritratti sono partecipi all’opera, è un inglese di Manchester, ha 41 anni, ed è stato per vari anni in giro per le strade di Londra, Parigi, New York, Miami, Las Vegas e anche di Roma. Era alla«ricerca di un incontro », dice nel breve testo scritto per il catalogo della mostra. Voleva entrare in contatto con uomini e donne che in strada vivono ogni giorno e ogni notte perché non hanno né tetto né letto; i senza fissa dimora li chiamiamo nel gergo burocratico. La sua intenzione non era tanto quella di documentare un fenomeno sociale, quanto stabilire un rapporto che durasse nel tempo, attraverso l’immagine impressa dalla camera. Ha finito per creare intimità, con le persone ritratte. Rimane il fatto che gli homeless vivono tra di noi. I dati globali parlano di cento milioni di persone, ma sono difficili da verificare. In Italia, secondo Istat e Caritas i senza fissa dimora sono oltre 50 mila. Sei su dieci si trovano in questa condizione perché hanno perso il lavoro. Più precisi i dati della Fondazione De Benedetti che riguardano la sola Milano. Nella metropoli del Nord i senza casa sono oltre 2.600. Il 72 per cento dorme in strada. Nove su dieci ha esperienze di lavoro. Hanno fiducia solo negli assistenti sociali e un po’ nel Comune. In altre parole: sono il risultato del crollo di quel modello che prevedeva la fabbrica come centro della vita e il lavoro come strumento della crescita personale.

(Raffaella "Raffa" Angelino per Litfiba Channel)

#apriteivostriocchi #23_29settembre #rassegnastampa

POLITICA Ci risparmiamo tutta la farsa sulle dimissioni di massa dei parlamentari Pdl, le figuracce di Letta all’estero e i balbettii di Napolitano, per riflettere su come Berlusconi riesca a condizionare questo Paese pur essendo indebolito e condannato. L’Espresso di questa settimana approfondisce la vicenda del film di Nanni Moretti, Il Caimano, comprato dalla Rai e poi nascosto, per non dar troppo fastidio. 
"Con la mia condanna la nostra democrazia si è trasformata in un regime, contro il quale gli uomini liberi hanno il diritto di reagire in ogni modo...". "Sono qui per chiedere a ciascuno di voi di aprire gli occhi, di reagire e di scendere in campo per combattere questa sinistra dell’odio e per combattere l’uso della giustizia a fini di lotta politica...". È quasi impossibile ormai distinguere le parole dell’uno da quelle dell’altro, Silvio Berlusconi dal suo doppio, interpretato nel 2006 da Nanni Moretti ne “Il Caimano”. Il testo del videomessaggio del 18 settembre con cui l’ex premier condannato a quattro anni per frode fiscale dalla Cassazione ha chiesto ai cittadini di ribellarsi contro «la magistratura politicizzata» ricalca in modo impressionante l’appello alla reazione del personaggio di Moretti nella scena finale del film, con la molotov scagliata dalla folla contro i giudici sulle scale del palazzo di Giustizia. Ed è passato a rullo sulle reti Rai (per non parlare di quelle Mediaset), in versione quasi integrale, nei tg di prima serata e nei talk come “Porta a Porta”. Nanni Moretti ha visto il video. «Mi è stato detto che sulla Rete si è scritto addirittura che l’invito alla rivolta “spontanea” contro i magistrati segue quasi alla lettera la sceneggiatura del mio film. Io l’ho trovato spento e inefficace», dice. Ma per apprezzare eventuali similitudini e differenze tra la realtà berlusconiana e la finzione morettiana gli abbonati al canone dovranno cambiare canale, sulla Rai non lo troveranno più. La tv di Stato ha programmato “Il Caimano” nel lontano 19 giugno 2011, su Rai3. Fu visto da due milioni e 766mila spettatori, il12, 97 per cento di share, un successo di audience, era una domenica quasi estiva. La prima volta, a cinque anni dall’uscita nelle sale della pellicola, e anche l’ultima. Perché con l’inizio dell’autunno, il 23 settembre, il contratto con la Sacher film per i diritti televisivi è scaduto. La Rai ha comprato “Il Caimano”, uno dei film più importanti dell’ultimo decennio, per relegarlo in magazzino. Eppure lo aveva pagato un milione e mezzo di euro per cinque passaggi. Troppo anti-berlusconiano? Troppo divisivo, in una stagione di larghe intese, in Parlamento e in viale Mazzini? O troppo pericolosamente vicino al reale? «Ho venduto “Il Caimano” alla Rai perché venisse mostrato, non perché venisse nascosto», commenta Moretti. «Si sono comportati con una prudenza probabilmente nemmeno richiesta dall’alto. Il berlusconismo si è affermato non solo perché ha potuto contare sulle sue televisioni e sui suoi giornali, ma anche perché è stato accompagnato dal conformismo spaventato di tanti altri. 
Concordiamo.

ECONOMIA La pagina economica della settimana è monopolizzata dalla bufera per la Telecom che diventa spagnola. Ma noi ci soffermeremo sui risvolti occupazionali dell’operazione con un articolo dell’Unità del 25 settembre, titolato cessioni ed esuberi, sindacati sul piede di guerra. Leggiamo: Per i 46mila lavoratori Telecom, erano 120mila prima della privatizzazione, il passaggio ad un controllo sostanzialmente spagnolo non è per niente una buona notizia. Se le politiche dell’attuale dirigenza hanno costretto a forti sacrifici i lavoratori, la prospettiva di passare sotto il modello Telefonica rischia di produrre 16mila esuberi. I sindacati sono inviperiti. Prima di tutto per non essere stati assolutamente informati e contattati dall’azienda. La posizione unitaria di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom è di opposizione decisa al riassetto societario e al fatto che gli spagnoli di Telefonica salgano al 70% di Telco, il patto di sindacato con Mediobanca, Generali e Intesa San Paolo, che detiene il 22,45% di Telecom. «Con questa operazione per la primavolta si consegna in mani straniere un gruppo strategico: un’operazione mai avvenuta in nessun Paese occidentale, un’operazione inquietante perché i problemi di sottocapitalizzazione e l’ingente debito di Telecom sono tutt’altro che risolti, anzi potrebbero essere aggravati dalla situazione di Telefonica a sua volta caratterizzata da un elevatissimo tasso di indebitamento », riassume una nota della Slc Cgil. E il modello Telefonica non è certo positivo. E su Repubblica del 26: Nella grandiosa svendita di fine stagione che si sta consumando su Telecom non si salva nessuno. Al dolo di un capitalismo indecente, che scappa col malloppo e lucra i suoi ultimi affarucci sulla pelle di utenti, risparmiatori e lavoratori, si somma la colpa di una politica
impotente, che piange le solite lacrime di coccodrillo sul latte già versato. All’inconcludenza dei controllori, che assistono silenti alle nefandezze di un «mercato» sospeso tra Far West e parco buoi, si somma l’impudenza dei manager, che bruciano risorse umane e finanziarie senza mai pagare dazio ma facendosi pagare bunus milionari. È agghiacciante scoprire che una delle ultime grandi aziende del Paese, per quanto fiaccata dalla concorrenza e schiantata dai debiti, possa passare di mano dall’oggi al domani senza che nessuno abbia saputo o abbia visto alcunchè. 
Non sanno governare, non sanno vigilare o non sanno mentire? 
CRONACA L'attenzione va alla violenza sulle donne e in particolare sulla legge sul femminicidio che in due mesi ha salvato la vita a molte donne e se non sarà approvata nei tempi entro il 15 ottobre potrebbe vanificare gli sforzi già compiuti a partire dall’8 agosto, data di approvazione del decreto. Un decreto che tuttavia ha molti limiti. Leggiamo su Repubblica del 26 settembre da Michela Marzano: Quando si capirà che, senza la promozione di una cultura della tolleranza e dell’accettazione reciproca, la violenza non sarà mai arginata? Quando si comincerà a proteggere davvero le vittime finanziando in maniera adeguata i centri anti-violenza che da anni chiedono risorse per le proprie fondamentali attività? Quando si affronterà il problema della presa in carico psicologica degli uomini che maltrattano le donne? Quando si deciderà di introdurre nelle scuole un’educazione mirata a disinnescare comportamenti violenti e alla gestione dei conflitti? Problemi che il decreto legge non affronta. Tutte questioni che, finché non saranno trattate, non permetteranno di trovare soluzioni reali ed efficaci al carattere strutturale della violenza contro le donne. In parte destabilizzati dalle recenti trasformazioni delle relazioni umane, molti uomini non riescono ad accettare l’autonomia femminile: insicuri e incapaci di sapere “chi sono”, accusano le donne di mettere in discussione il proprio ruolo; narcisisticamente fratturati, pensano che le donne debbano aiutarli a riparare le proprie ferite, trasformandosi in persecutori di fronte ad ogni manifestazione di indipendenza, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita d’identità. Ecco perché il problema delle violenze — ancora prima dei passaggi all’atto che questo decreto cerca di combattere — è un problema culturale e formativo: in assenza di punti di riferimento e di fronte alla frantumazione dei rapporti umani, ci si illude che, con la violenza, ci si possa riappropriare di un’identità e di un ruolo che non esistono più da molto tempo. Mentre l’educazione e la cultura permetterebbero di riscrivere la grammatica delle relazioni umane, aiuterebbero i ragazzi e le ragazze a prendere coscienza della propria dignità e del proprio valore, insegnerebbero ai più piccoli il rispetto delle differenze e dell’alterità.
Manette sì, ma non solo.

ESTERI La notizia della settimana è la vittoria nettissima di Angela Merkel in Germania. Ma chi è questa donna che ha sempre più stretto nelle mani il destino dell’Europa? Dal Fatto del 24 settembre: In Germania, politologi e biografi non riescono a venire a capo del “mistero” Merkel. Come si spiega che una donna poco carismatica, dall’aspetto grigio, oratrice appena mediocre, lenta nel prendere le decisioni, prudente in maniera eccessiva e priva, dicono in molti, di una autentica visione politica, sia praticamente imbattibile? Paradossalmente, la Germania sembra stregata e affascinata dalla sua normalità che diventa di giorno in giorno più presidenziale. Col passare degli anni, la politica estera e l’Europa sono diventati i suoi temi preferiti. Gli anni del suo secondo mandato sono stati dominati dalla crisi dell’euro e questa situazione le ha consentito di indossare l’armatura e di ergersi a strenua, incondizionata ed efficiente paladina degli interessi tedeschi. Leggiamo sulla Stampa del 23: Merkel arriva a questo nuovo trionfo perché è sempre stata sottovalutata. Il cancelliere Kohl, che la volle suo ministro nel primo governo della Germania unita, la chiamava la ragazza. Pensava di usarla nel suo governo come figurina “politicamente corretta”, perché donna e perché dell’Est. Invece lei, al momento opportuno, lo uccise con freddezza e pubblicamente, non in un corridoio oscuro del potere. Era il 2000, da allora è presidente del partito, la Cdu. L’ultima volta è stata eletta col 98% dei voti. Non ha carisma, non «buca» lo schermo, e questo nella società della politica-spettacolo sembrerebbe un handicap.Ma non in Germania, dove l’immagine conta meno della sostanza e lei incarna quelle piccole virtù che tanti ancora rispettano e onorano: integrità, modestia, sobrietà, laboriosità, lealtà, sincerità. Certo, ama il potere e ha fatto di tutto per ottenerlo e tenerlo.Ma non per vanità, per i simboli e gli agi esteriori. Vuole governare perché sente di avere una missione. «Noi vogliamo che le future generazioni possano vivere nel benessere, nella democrazia e nella libertà», ha ancora ripetuto nel suo ultimo comizio.
Non ci piace, ma invidiamo la Germania.

CULTURA Leggiamo dal Manifesto del 26 settembre di un documentario dedicato alla storia del gruppo di hacker turco RedHack. Sottotitolato in italiano dal team di traduttori di Infoaut.org, Red! arriva sugli schermi dei vostri computer al momento giusto. Prodotto dalla casa cinematografica indipendente Bsm, questo documentario dal ritmo incalzante ha infatti il pregio di addentrare lo spettatore, anche quello a digiuno di tecnologia, in uno dei terreni più inesplorati e allo stesso tempo qualificanti dei conflitti odierni: quello dell’hacktivism, termine derivato dalla commistione di due parole (hacking e activism) che individua nei network digitali un terreno di scontro e cambiamento sociale. A reggere il filo rosso dei sessanta minuti di filmato ci sono le voci dei Redhack, crew di hacker comunisti turchi salita alla ribalta delle cronache per aver partecipato a giugno alla rivolta di Gezi Park. Data di fondazione 1997, questa formazione di hacktivisti aveva però già fatto parlare di sé in passato per il suo supporto alla causa curda e le sue intrusioni nei sistemi informatici del direttorato della polizia di Ankara. Il suo exploit più clamoroso tuttavia era stato quello che aveva portato alla violazione della rete del Concilio Turco per l’Alta Educazione, dai cui database erano emersi decine di migliaia di documenti che testimoniavano quanto il fenomeno della corruzione fosse radicato nella gestione del sistema educativo del paese. Un attivismo costato caro a diversi membri dell’organizzazione, additati come terroristi dalla stampa locale ed arrestati dalle autorità con capi d’imputazione che prevedono pene fino a ventiquattro anni di detenzione. Abilmente intessuta dal regista Mustafa Kenan Aybasti, la trama dell’epopea dei «RedHack» non viene però circoscritta alla sola infosfera turca. Al contrario la struttura dell’opera, pur prendendo le mosse dalla loro vicenda particolare, si dota di un ampio respiro narrativo ed ha l’ambizione di gettare uno sguardo approfondito sul variegato universo dell’hacktivism. «dove c’è crudeltà, è legittimo ribellarsi», dice Sirine, una delle hacktiviste di RedHack. E se lo sviluppo della tecnologia ha posto le basi per rinnovate forme di sfruttamento, comando e controllo, deviarne il corso, sovvertirla e produrre nuovi strumenti di opposizione al potere è possibile. Quali sembianze dovrebbe assumere allora questa ribellione? Vi è un solo postulato che accomuna le differenti esperienze di hacktivism, da Redhack ad Anonymous passando per Wikileaks: tutta l’informazione deve essere libera. Nondimeno secondo gli hacker in rosso obiettivo primo dell’«hacktivism» è modellare l’opinione pubblica, utilizzando internet come rampa di lancio e vettore di propaganda.
Esperienze da conoscere.

SPORT Sulla Stampa del 24 settembre c'è la notizia che Gino Bartali, campione di ciclismo ricordato per la rivalità con Fausto Coppi, era anche un campione di umanità, tanto che negli anni delle persecuzioni razziali a carico degli ebrei, nella Firenze martoriata dall’occupazione nazista, li aveva aiutati, nascondendo documenti falsi sotto il sellino, ma non solo, e per questo oggi è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni”. Ovvero colui che, pur non essendo ebreo, ha messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un essere umano che apparteneva ad un’altra religione. Leggiamo: Faceva una incredibile quantità di viaggi Firenze-Assisi il grande scalatore allora ventinovenne, e le volte che i tedeschi lo fermavano avvertiva «allenamento, allenamento, ‘un mi posso fermare o mi si raffreddano i muscoli». Bartali, il rabbino di Firenze Nethan Cassuto e l’arcivescovo fiorentino Elia Angelo Dalla Costa, altro Giusto, componevano in quella Firenze buia un formidabile trio di portatori di luce. Ora, quando pensiamo a Gino continuiamo a vederlo con i tubolari a tracolla, nella polvere del Giro, ma lo vediamo anche curvo sul manubrio della bici che fila verso il Convento di San Quirico con il suo carico di documenti proibiti ma benedetti dal cielo.
Viva l’Italia.

SOCIETA’ Dall’Internazionale di questa settimana. Come vengono scelti i nomi dei nuovi farmaci messi in commercio? Lo spiega in questo articolo tratto da un giornale americano John Fidelino, direttore creativo di InterbrandHealth che ha contribuito a inventare le parole Xalkori, Prozac e Viagra. I nomi vengono vagliati rigidamente dalla Food and Drug administration americana e devono rispondere a certe caratteristiche. Leggiamo: In futuro trovare nomi eicaci ed esteticamente gradevoli diventerà sempre più impegnativo. Siccome la Fda esige che tutti i nomi dei farmaci sembrino e suonino unici, ogni volta che sul mercato viene immesso un nuovo medicinale si riduce il patrimonio linguistico disponibile per quello successivo. In un settore così affollato, quindi, ricorrere a nomi veloci e facili generati dal computer diventa sempre più allettante. Quello che preoccupa alcuni medici e farmacisti è il fatto che se da un lato i nomi dei farmaci diventano sempre più oscuri e meno intuitivi, dall’altro aumentano i medicinali che sfuggono ai controlli della Fda: si pensi a Zantac e Xanax, Paxil e Plavix, Neulasta e Lunesta. Queste tre coppie si trovano su un elenco di farmaci che a detta di medici e farmacisti vengono scambiati tra loro. L’elenco, compilato dall’Institute for safe medication practices, è lungo otto pagine. La confusione in questo campo non va sottovalutata. Se un malato di cancro pensa di prendere il Neulasta per rinforzare il sistema immunitario dopo la chemioterapia, e invece prende involontariamente il sonnifero Lunesta, le conseguenze possono essere gravi.
Il marketing sulla pelle dei malati.

(Raffaella "Raffa" Angelino per Litfiba Channel)

lunedì 16 settembre 2013

#apriteivostriocchi #9_15 settembre #rassegnastampa

Dal Fatto di lunedì 9 settembre, abbiamo selezionato un'intervista allo scrittore cileno Luis Sepùlveda. L’autore di romanzi meravigliosi, come “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” e “La gabbianella e il gatto” è un sopravvissuto al golpe in Cile dell’11 settembre 1973 di cui ci parlerà Graperhood nell’Almanacco dei giorni di ieri.
Il giorno del colpo di stato in Cile, Sepulveda aveva 23 anni, ma quel giorno segnò improvvisamente la fine della giovinezza.
Cosa ricordi di quelle ore? "È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e doloroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole, con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di settembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una sorta di premonizione del tempo che si avvicinava". La cornice al dramma... "I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho incontrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scomparsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11 settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta". Improvvisamente adulto, cosa hai fatto? "Sopravvivere. Organizzare la resistenza, il movimento popolare. Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente Nixon decise di eliminare il governo come una questione personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la controrivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di criminali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore". Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una considerazione realista o portava anche un senso di sconfitta? "No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e, dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena capitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca, mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28 anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi resta tempo per vivere".


Dopo cinque mesi di prigionia in Siria, Domenico Quirico è tornato a casa. Dopo cinque mesi di silenzio, il giornalista è un fiume in piena ed è emozionante leggerlo sulla Stampa di martedì 10 settembre. Pagine e pagine di racconti, dalle quali leggiamo alcuni brani. Comunque la pensiamo, è il diario di un’esperienza che ci ha coinvolto. Intanto la guerra civile va avanti e la popolazione civile ne fa le spese.
Scrive Quirico: La notte era dolce come il vino: l’8 aprile ad al Qusayr, Siria, per raccontare un altro capitolo della guerra siriana,dove la Primavera della rivoluzione sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo.E invece sono stati 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti.
Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.
Una volta ho parlato con Georges Malbrunot, giornalista del «Figaro» che è stato forse uno dei più celebri ostaggi,molti anni fa, durante la guerra Iraq-Iran. Credo che sia stato ostaggio quattro mesi, in condizioni forse addirittura peggiori delle mie, in una grotta. E raccontava questa de pauperizzazione di tutto ciò che uno è, che sono le scarpe, i vestiti... Io sono stato cinque mesi
senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo.Ho imparato il carattere straordinario di alcune cose semplici, come un bicchiere d’acqua fresca. E poi vedere il sole, perché le finestrelle erano piccole e spesso c’era l’oscurità totale. Camminare, parlare con qualcuno che non fosse sempre questo mio compagno di sventura. E meno male che c’era, perché altrimenti sarei impazzito.


Nel giorno in cui è arrivata la sentenza che riconosce come colpevoli di stupro e omicidio quattro ragazzi indiani che hanno violentato e ucciso una giovane di 23 anni, viene resa nota una ricerca dell’Onu dalla quale emerge un dato sconcertante: in 6 paesi asiatici, Bangladesh, Cina, Cambogia, Indonesia, Sri Lanka e Papua Nuova Guinea, un quarto degli uomini ammette di aver violentato una donna, spesso la compagna. Leggiamo dal Corriere della sera di mercoledì 11 settembre: Per fare lo studio, Le domande sono state poste a 10 mila maschi tra i 18 e i 49 anni ai quali era stato garantito l’anonimato. La maggioranza dei soggetti ha riferito di non aver dovuto affrontare alcuna conseguenza legale. Gli autori del sondaggio hanno usato come metro «un atto sessuale di penetrazione non consensuale». L’11 per cento dei 10 mila ha confidato di averlo imposto a donne con le quali non avevano alcun legame, ma il dato sale fino al 23 per cento se si considerano mogli o fidanzate. Quasi la metà ha stuprato più di una volta. La più alta incidenza di violenza sessuale è stata rilevata a Bougainville, in Papua Nuova Guinea: nel campione il 62 per cento ha ammesso uno o più stupri. Nelle città dell’Indonesia i violentatori sarebbero il 26%, nelle campagne il dato scende al 19. In Cina è stata fatta una media urbana e rurale del 22%; in Cambogia 20%; Sri Lanka 14,5%; Bangladesh 14%. Gli intervistatori dell’agenzia Onu erano maschi e hanno posto le domande con cautela. Ma di fronte a un «Perché?». Circa il 75% ha risposto: «Perché la volevo» o «Perché volevo fare del sesso». Il 38 per cento delle risposte è stato: «Perché volevo punirla». La dottoressa Emma Fulu, coordinatrice del rapporto, dice: «Colpisce che questi uomini sentissero di avere “un diritto sessuale”».


Lotta di classe, nel vero senso della parola. Da Repubblica di giovedì 12 settembre, abbiamo selezionato un articolo sugli scontri tra genitori e presidi delle scuole frequentate da bambini figli di migranti.
Basta rom in classe». «Fuori i cinesi». «Troppi pochi gli italiani». E via con genitori che ritirano i figli da scuola, classi ghetto che vengono cancellate e istituti che si ritrovano all’improvviso senza iscritti. È la fuga degli italiani dalle scuole multietniche. Il nuovo anno scolastico rischia di aprirsi all’insegna di una “guerra” strisciante: quella tra genitori italiani e stranieri. Con le tensioni pronte a ricadere sulle spalle dei figli, seduti uno a fianco all’altro tra i banchi di scuola. L’ultima “battaglia” è quella esplosa a Landiona, piccolo comune in provincia di Novara. Lì dodici famiglie hanno ritirato i figli dalla scuola elementare. Il motivo? «Ci sono troppi zingari».
Così ora l’istituto rischia la chiusura. E la cronaca di questi giorni racconta di tanti altri focolai. Eppure la multietnicità è da anni un carattere consolidato della nostra scuola. Stando alle ultime previsioni del ministero dell’Istruzione, nell’anno 2013/2014 gli alunni di cittadinanza straniera sono ben 736.654, su un totale di 7.878.661 studenti previsti sui banchi delle scuole statali.
C’è invece un caso positivo: parliamo della scuola di via Dolci a Milano, considerata un modello di integrazione. Una scuola multietnica. Anche se il preside Giovanni Del Bene, 67 anni, preferisce chiamarla «scuola che si confronta con l’intercultura», in tutto 2.300 bambini e ragazzi, dai 3 ai 13 anni, divisi fra sette diversi plessi di scuola materna, elementare e media, con una quota di alunni di origine straniera che oscilla fra il 40 e il 60 per cento per classe. Con punte del 90 per cento in alcune sezioni della primaria di via Paravia, la scuola «di frontiera» che il Provveditore gli ha accollato da quest’anno. «I bambini hanno diritto all’istruzione, come dice la Costituzione. Io accetto tutte le domande di iscrizione e non guardo al passaporto quando mi vengono a chiedere di prendere un nuovo alunno — spiega il preside. Non ho genitori che ritirano i figli per paura degli stranieri. Non vorrei apparire retorico, ma qui, davvero, la diversità è accolta come una ricchezza».


Del nuovo ricatto della proprietà dell’Ilva nei confronti dei lavoratori leggiamo dal Manifesto di venerdì 13 settembre. In pratica, dopo un sequestro da parte della guardia di finanza disposto dai magistrati a carico di 13 società del gruppo, i Riva hanno immediatamente deciso di far pagare la decisione ai dipendenti. Bloccate le buste paga di 114 dipendenti di Taranto Energia srl. Inoltre, il gruppo Riva Forni Elettrici, ex Riva Acciaio, ha annunciato la cessazione di tutte le attività dell’azienda, con conseguenti 1400 esuberi: si fermeranno quindi Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti). Il gruppo ha spiegato che queste attività «non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento di Taranto».
Il che è vero in parte. Infatti, la stessa società sottolinea come la decisione «si è resa necessaria poiché il sequestro preventivo ordinato dal gip di Taranto e notificato alla società lo scorso 9 settembre, sottrae all’azienda ogni disponibilità degli impianti - che occupano 1.400 addetti - e determina il blocco delle attività bancarie, impedendo la normale prosecuzione operativa della società: ciò fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività». «La scelta di Riva di mettere in libertà più di 1.400 lavoratori e di non pagare loro gli stipendi è un atto di drammatizzazione inaccettabile perché scarica sui dipendenti responsabilità non loro», ha dichiarato Maurizio Landini, della Fiom. «La situazione non è più gestibile – sostiene Landini – Chiediamo al governo di commissariare tutte le società controllate dal gruppo, al fine di garantire l’occupazione e la continuità produttiva».


Dall’Unità di sabato 14 settembre leggiamo di una vicenda terribile: una ragazza giustiziata da suo padre di Afghanistan perché considerata adultera.
Il video, diffuso da El Mundo, (El Mundo.es) mostra anche l’esecuzione. Cosa significa «adulterio» in Afghanistan? Così, ad esempio, viene chiamato lo stupro. La violenza su una ragazza di famiglia è una vergogna indelebile per tutti. La punizione non la sconta lo stupratore, ma la vittima. Incarcerata, picchiata, obbligata ad abortire, a volte uccisa, per lavare la vergogna. Ma può anche voler dire fuga da casa, per aggravare la pena. Halima scappa per due giorni, con un cugino. Il marito è in Iran, forse il momento buono per scappare. Halima convince il cugino ad aiutarla. Scappare è un terribile azzardo, soprattutto in un villaggio sperduto, lontano da tutto. Nessuno l’aiuterà. Halima è sola, come le altre. Quando sparisce, il villaggio intero organizza una caccia.
Ragazze come Halima possono contare solo sulle donne coraggiose che, instancabilmente, con le loro organizzazioni, per questi diritti combattono, nei tribunali, nelle famiglie delle vittime, nelle case rifugio. Ma la battaglia sarà sempre più dura.


Dal settimanale Internazionale, abbiamo selezionato un articolo apparso sul giornale spagnolo La Vanguardia dedicato alla decadenza di Berlusconi, la cui vicenda politica-giudiziaria non finisce mai di stupire in Europa. 
Silvio Berlusconi, quattro volte presidente del consiglio e da vent’anni figura centrale della politica italiana, è coinvolto in una serie di processi per i quali si calcola che i suoi avvocati gli siano costati circa 300 milioni di euro. La cifra basta a darci un’idea della sua frenetica vita giudiziaria. Poi ci sono le sentenze. Per citare solo l’ultima, ricordiamo la condanna dell’ottobre 2012 a quattro anni per frode fiscale, confermata dalla cassazione ad agosto. Fino a oggi Berlusconi ha navigato senza naufragare in queste acque tempestose. Il sostegno incondizionato del suo impero televisivo, il suo talento di manipolatore e il potere accumulato negli anni sono stati gli strumenti del suo successo. Ma oggi sembra che intorno a lui il cerchio si stia chiudendo. Il suo ultimo tentativo per ottenere l’impunità è il ricorso presentato qualche giorno fa alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Così spera di non decadere dalla carica di senatore e che non gli sia vietato di partecipare alle prossime elezioni.
Berlusconi si rifiuta di accettare una fine così disonorevole della sua carriera politica. Ma non gli sarà facile sfuggire al destino che si è costruito con tanto impegno. La cosa più inquietante di questo pasticcio è che sembra determinato a restare al suo posto a qualsiasi costo. Anche a quello di far cadere il governo Letta, di cui fanno parte vari ministri del Popolo della libertà. Se c’è una cosa di cui l’Italia oggi non ha bisogno, con tassi d’interesse sui titoli di stato già al livello spagnolo, è affrontare una crisi di governo che turbi la sua fragile stabilità. Quindi Berlusconi sbaglia a minacciare di far cadere il governo Letta se non accetta di compiacerlo dopo la sua lunga e peculiare carriera politica . A quasi 77 anni, ormai dovrebbe aver imparato che gli interessi privati non possono essere anteposti a quelli del paese. Eppure continua ostinatamente a farlo.

(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)


#apriteivostriocchi #2_9 settembre #rassegnastampa

Wake me up when september ends...
La rassegna della settimana appena trascorsa si apre con un articolo tratto da Repubblica di lunedì 2 settembre. A proposito del presidente Obama, scrive Vittorio Zucconi: "È il passato, non il futuro, ciò che sta avviluppando Barack Obama nella ragnatela della indecisione. La guerra, aveva detto Barack da giovane senatore nel 2002 criticando la insensatezza logica delle «guerre preventive» bushiste, «può essere concepibile soltanto in caso di imminente e diretta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti» e lo aveva ripetuto da candidato alla Casa Bianca nel 2007. Ma quale minaccia diretta e imminente pone Bashar al Assad alla sicurezza degli Stati Uniti"?
Scrive poi Repubblica: Ma Obama non è un guerriero riluttante o recalcitrante, come ancora lo si definisce per giustificarlo. Obama è qualcosa di molto più insidioso, per se stesso. È un guerriero scettico, ben conscio dei precedenti e della giurisprudenza, come ogni buon avvocato, specialmente un costituzionalista deve essere, ansioso di coprirsi le spalle dalle future, terribili “querele” della storia che condannano a posteriori capi di Stato e di governo senza più possibilità di difesa.
Il paradosso, lancinante, è che ora rischia di apparire come un avventurista, un guerrafondaio, un cowboy con la fondina gonfia di missili, mentre il mondo già lo attacca per operazioni che non ha ancora compiuto.
Proprio lui che aveva predicato contro le guerre fatte «per scelta unilaterale», lui che aveva detto di Saddam Hussein nel 2002 esattamente quello che si può dire di Bashar al Assad «un macellaio che massacra la propria gente per restare al potere e del quale il mondo farebbe volentieri a meno (....) ma che può essere contenuto dalla comunità internazionale senza ricorrere alla guerra», dovrebbe essere colui che rinnega il proprio passato.


Dall’Unità di martedì 3 settembre, leggiamo uno stralcio dell’intervista che il presidente siriano ha rilasciato a un quotidiano francese. Vediamo cosa dice il protagonista principale della vicenda siriana:
«Abbiamo sfidato gli Stati Uniti e la Francia a portare una sola prova. Obama e Hollande ne sono stati incapaci, anche davanti ai loro popoli»: Bashar al-Assad rilancia la sua sfida all’inquilino della Casa Bianca e a quello dell’Eliseo, parlando in esclusiva con il quotidiano francese LeFigaro, sulle accuse di attacco chimico nei confronti del suo regime. «Il Medio Oriente è una polveriera», ha aggiunto Assad, e se ci dovessero essere bombardamenti contro la Siria «esiste il rischio di una guerra regionale». In caso di attacco militare contro la Siria, «non bisogna solo parlare della
risposta siriana, ma anche di ciò che potrebbe succedere dopo il primo bombardamento. Ora, nessuno può sapere cosa succederà. Tutti perderanno il controllo della situazione quando la polveriera esploderà. Il caos e l'estremismo si espanderanno. Esiste il rischio di una guerra regionale». Chiunque operi contro gli interessi della Siria e dei suoi cittadini è un nemico», è il monito lanciato dal presidente siriano. «Il popolo francese non è nostro nemico – spiega Assad - ma la politica del suo Stato è ostile al popolo siriano. Nella misura in cui la politica dello Stato francese è ostile al popolo siriano, questo Stato sarà suo nemico. Questa ostilità finirà quando lo Stato francese cambierà politica. Ci saranno ripercussioni, ovviamente negative, sugli interessi della Francia».


Tagliente come al solito il Manifesto di mercoledì 3 settembre, che dedica la copertina alla vicenda siriana titolando Club Mediterranée. Il riferimento è ai due test missilistici che Stai Uniti e Israele hanno condotto nel mediterraneo, manovre militari che puzzano di prove generali di guerra alla Siria.
Obiettivo delle manovre è stato anche quello di ribadire di fronte al mondo che l’alleanza tra Washington e Tel Aviv è inossidabile, scrive il Manifesto, nonostante l’«indecisione» di Barack Obama sui tempi della guerra alla Siria.
Nell’editoriale di Tommaso Di Francesco, il quotidiano sottolinea come tutto si stia giocando sulle pelle dei civili e dei profughi, che vengono invece strumentalizzati per spingere sull’intervento armato come nel caso Kosovo nel 1999.
Quando la Nato attaccò senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza, le vittime erano duemila e i profughi con gli sfollati interni ammontavano a 50mila. Fu l’inizio dei bombardamenti «umanitari». Le distruzioni e gli effetti collaterali, le cluster bomb e i missili, l’uranio impoverito, moltiplicarono il numero delle vittime e centuplicarono quelle dei profughi in fuga da Milosevic, dalle milizie contrapposte ma anche dai raid della Nato.
Oggi le siriane e i siriani in fuga dalla guerra sono un milione e 800mila, solo quelli rifugiati all’esterno in Libano, Iraq e Giordania, mentre i profughi interni, quelli che nemmeno vediamo e che pagano e pagheranno le violenze di tutti, dell’esercito del regime, delle milizie ribelli e dei bombardamenti franco-americani, sono 4milioni e mezzo e probabilmente più disperati di quelli che stanno fuori.
Umanitariamente parlando, non sarebbe meglio occuparsi del destino di questi disperati che Francia e Stati uniti hanno scaricato sulla disprezzata Onu?
«Se vuoi la pace prepara la pace», conclude il manifesto.


Durante le guerre la prima vittima è la verità. Dunque, il gas sui siriani è una prova schiacciante contro Assad o, come dice Putin, è stato usato dai ribelli?
Leggiamo dalla Stampa di giovedì 5 settembre: Sono i ribelli siriani ad aver usato le armi chimiche, e Mosca sostiene di avere le prove dell’utilizzo del sarin contro i militari di Assad. Alla vigilia dell’appuntamento del G20 dove Barack Obama sperava ancora di «far cambiare idea» a Vladimir Putin, il ministero degli Esteri russo lancia ufficialmente l’accusa: il 19 marzo, in un sobborgo di Aleppo, 26 militari e civili sono morti e altri 86 sono rimasti intossicati a seguito dell’utilizzo di un ordigno chimico «costruito artigianalmente con materiali non in dotazione all’esercito siriano». Poche ore prima Putin aveva condizionato il suo appoggio all’intervento contro Damasco a «prove evidenti» dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, e all’assenso dell’Onu, sostenendo che il Congresso non ha il diritto di «legittimare un’aggressione».
Ma intanto è Mosca che sostiene di avere le prove della colpevolezza dei ribelli: il documento, 100 pagine di perizie compiute da esperti russi sui campioni raccolti dai siriani, è stato consegnato all’Onu. E, in attesa delle «prove evidenti» degli americani, Putin ha ripetuto l’ipotesi già ventilata da Mosca nei giorni scorsi che le accuse dell’attacco chimico ordinato da Assad siano «una provocazione dell’opposizione siriana per dare ai suoi protettori il pretesto per intervenire».


Dal Messaggero di venerdì 6 settembre abbiamo selezionato a proposito della crisi siriana un editoriale di Ennio Di Nolfo sui possibili rischi di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.
Leggiamo: Obama si era presentato come il presidente che intendeva restare fedele a una politica di pace e che a questo principio intendeva subordinare anche la propria politica estera. Aveva con questo acquistato un grande prestigio e ottenuto il risultato di circoscrivere il tradizionale antiamericanismo così diffuso nel mondo. Le rivelazioni di Snowden e, più ancora, le oscillazioni verso la guerra civile siriana, culminate nella minaccia di un intervento armato dagli esiti incalcolabili hanno messo in crisi la sua immagine. Hanno inoltre offerto a Putin la possibilità di sfidarlo proprio sul terreno del diritto internazionale, oppure di appoggiarlo, nella ricerca di una mediazione che consenta a Obama di uscire dall’impasse senza dover ricorrere alle armi.
Affermare che tutte queste dispute riproducano un clima da Guerra fredda è però infondato, dice il Messaggero. Sul terreno militare e su quello economico esiste tra i due Paesi una differenza abissale, che consente a Putin di esercitare soltanto un potere internazionale circoscritto e destinato in prevalenza a far crescere il nazionalismo russo.
Secondo la Banca Mondiale, gli Stati Uniti dispongono del 23 per cento del prodotto lordo mondiale; la Repubblica russa del 2,4 per cento. È un rapporto da uno a 9 o 10 che riassume le vere difficoltà strutturali che rendono l’aggressività di Putin più l’espressione di un forte nazionalismo che un pericolo imminente.


Dal Fatto quotidiano di sabato 7 settembre leggiamo degli esiti catastrofici della riunione del G20 a San Pietroburgo.
I presidenti russo Vladimir Putin e americano Barack Obama hanno discusso faccia a faccia della crisi in Siria. Però, non hanno cavato un ragno dal buco. Anzi, con le loro contrapposizioni, hanno spaccato a metà il G20 e alimentato tensioni diplomatiche che rischiano di tracimare in un’azione militare. Il G20 esce annichilito dal Vertice di San Pietroburgo: il conflitto siriano ha quasi cancellato i tradizionali temi economici. L’economista Nouriel Roubini commenta: “Questo non è un G20, ma un G-zero: non sono d’accordo su nulla, la Siria lo conferma”. La dichiarazione finale, non fa menzione della questione che ha focalizzato tutto l’interesse. In un comunicato a parte, 11 dei Venti, fra cui gli Stati Uniti, reclamano una “risposta internazionale forte” contro Damasco, che sarebbe “chiaramente” responsabile dell’uso di armi chimiche il 21 agosto. Ci sono le firme di Arabia Saudita, Turchia, Australia, Canada, Gran Bretagna, Francia e pure Italia e Spagna.
Dei paesi dell'Ue al G20, la Germania è l’unica a non sottoscriverlo. La Merkel si ritrova al fianco di Putin, insieme a Cina, India, Sud Africa, Brasile e tutti i latino-americani. Mosca blocca l’avallo dell’Onu a raid punitivi contro il regime siriano perché non giudica certe le prove a suo carico.
Saltare sul carro del vincitore è difficile, quando tutti sono perdenti. L’Italia prova a tenere il piede in due scarpe: firma il testo ‘pro Usa’, ma – dice il premier Letta - “continua a lavorare perché s’arrivi insieme “alla soluzione che prediligiamo, quella politica”. Un nulla di fatto che meno di così era difficile riuscirci e immaginarlo.


Chiudiamo come di consueto con un settimanale. L’Internazionale pubblica in apertura una poesia di Gianni Rodari, più che mai adatta a questi tempi. Eccola.

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare, 
preparare la tavola, a mezzogiorno. 
Ci sono cose da fare di notte: 
chiudere gli occhi, dormire, 
avere sogni da sognare, 
orecchie per non sentire. 
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte, 
né per mare né per terra: 
per esempio, la guerra.

(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)