POLITICA. Iniziamo con una notizia tratta dall’Espresso di questa settimana che dice molto di più del dibattito, spesso insensato, sulle riforme istituzionali. La riforma strisciante è già in atto e come vedremo il Parlamento, che dovrebbe essere la massima espressione della democrazia italiana, in realtà è già stato messo in un angolo.
Leggiamo: quasi tutte le leggi approvate dall’inizio della legislatura risultano infatti di iniziativa governativa, con deputati e senatori chiamati semplicemente ad approvare e ratificare decreti e disegni di legge presentati da Palazzo Chigi. Ma c’è di più, se si esaminano gli atti di sindacato ispettivo con i quali le Camere dovrebbero controllare il governo, si scopre che ministri e presidente del Consiglio riescono a dribblare anche le interrogazioni di deputati e senatori. Risultato: l’esecutivo accresce il suo peso, le Camere perdono colpi. «Siamo di fronte a una degenerazione della democrazia parlamentare», afferma Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato. «Lo svilimento del Parlamento rappresenta ormai un’emergenza democratica», rincara Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, esponente del Movimento 5 Stelle.
Se la capacità legislativa dipendesse solo dal tempo trascorso in aula dagli eletti, il Parlamento scoppierebbe di salute. Dati alla mano si scopre infatti che i parlamentari stanno lavorando molto più rispetto al passato. Ma è tutto oro quello che luccica? Solo in apparenza. Per capire come stanno le cose bisogna dare uno sguardo al complicato rapporto Parlamento-esecutivo. C’è un dato che mostra come si stia trasformando il ruolo del Parlamento: quello della produzione delle leggi. Se si esaminano le statistiche si scopre infatti come il potere legislativo sia ormai appannaggio del governo e veda il Parlamento recitare un ruolo sempre più subalterno. Nei cinque anni dell’ultima legislatura, delle 387 leggi approvate dalle Camere, appena 90 (pari al 22 per cento) erano di origine parlamentare. Il resto, ben il 78 per cento, era di iniziativa governativa.
Quanto alla legislatura in corso le cose stanno andando ancora peggio. Enrico Letta sta infatti recitando la parte del leone. Delle 17 leggi approvate da Camere e Senato nei sei mesi di attività, 15 sono infatti di iniziativa governativa e appena 2 di origine parlamentare, cioè solo l’11,7 per cento, una percentuale di gran lunga peggiore di quella fatta registrare ai tempi di Berlusconi e Monti.
ECONOMIA. L’economia, o quello che ne rimane. La notizia la leggiamo dal Manifesto di venerdì. Una foto impietosa del sud Italia, quella che scatta il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Un seserto. Peggio. E’ il luogo più povero del paese (il 20% delle famiglie siciliane vive con meno di 1000 euro al mese); è un posto da dove si emigra come negli anni del dopoguerra (negli ultimi venti sono emigrate al nord 2 milioni e 700 mila persone). E il 2014 si annuncia altrettanto complicato: il Pil al sud crescerà dello 0,1% contro lo 0,9% del centro nord, significa rimanere sganciati anche dalla presunta ripresina del prossimo anno. Resta qualcosa da fare? E può farlo, in piena crisi economica e senza lo straccio di un’idea per ripartire, un governo che al massimo può vantarsi di aver dato una mancia di 14 euro in busta paga (a chi ce l’ha)? Solo nel primo trimestre del 2013 il sud ha perso 166 mila posti di lavoro rispetto all’anno precedente: significa che la quota di occupati è scesa sotto la soglia di 6 milioni, come nel 1977. Nel 2012 il tasso di occupazione in età 15-64 è stato del 43% (nel centro-nord 63,8%), mentre il tasso di disoccupazione ufficiale, evidentemente sottostimato, è stato del 17% (il dato reale sarebbe vicino al 30% di disoccupati). Per gli under 35 anche il dato ufficiale è di per sé spaventoso: 28,5%. Fra gli inattivi, il 33,7% è diplomato e il 27,3% ha una laurea. Da qui a darsi alla fuga il passo è breve. Solo nel 2011 si sono trasferiti nel centro-nord 114 mila abitanti (quasi un migrante su quattro si è trasferito in Lombardia, segue il Lazio). Molti hanno deciso di espatriare, circa 50 mila persone, quindi 10 mila in più rispetto al 2010 e quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Non per niente il rapporto Svimez parla di «desertificazione industriale del sud», a dispetto delle politiche Ue per le regioni svantaggiate: altrove funzionano, in Italia invece non riescono nemmeno a partire. Complessivamente, negli anni che vanno dal 2008 al 2012 i consumi delle famiglie meridionali sono sprofondati del 9,3%, quasi tre volte in più che nel resto del paese. I cittadini, infine, sono diventati più poveri ma anche più tartassati: dal 2007 al 2011 al sud la pressione fiscale è aumentata. Il danno e la beffa.
CRONACA. Leggiamo dall’Unità di mercoledì un commento sull’incredibile vicenda dei funerali del boia nazista, Priebke:
«Il criminale nazista mai pentito stava per avere, di straforo,i suoi funerali ad Albano laziale mentre fuori dalla cappella di una comunità lefebvriana (fuori dalla Chiesa cattolica), un gruppo di camerati neofascisti inscenava il solito penoso rito di saluti romani e di grida inneggianti al nazifascismo. La consueta, violenta, squallida volontà di sopraffazione. Ma la gente di Albano Laziale si è infuriata per quel sotterfugio autorizzato, di fatto, dal prefetto di Roma. Il rito funebre – scrive l’Unità - non si nega a nessuno, neppure al peggiore degli uomini (e Priebke è stato fra i peggiori). Ma attorno ad esso ogni manifestazione di solidarietà politica, di esaltazione del nazifascismo e dei suoi orrori andava scongiurata, con lucida forza. E questo non è avvenuto ad Albano Laziale, contro la volontà dei suoi abitanti.
Era dunque sensata e pienamente comprensibile l’opposizione del sindaco di quel Comune medaglia d’argento della Resistenza, ad un funerale pubblico che inevitabilmente avrebbe richiamato i soliti fanatici di estrema destra. I fatti hanno dimostrato che aveva ragione. Non così il prefetto di Roma che quell’ordinanza ha annullato, in pochi minuti. Atteggiamento grave. Non possiamo dimenticare infatti che questo contestato rito pubblico è caduto alla vigilia di quel 16 ottobre il cui ricordo sanguina ancora nel ghetto di Roma e in tutta la città. Uno dei rastrellamenti più spietati, casa per casa, scala per scala, dopo aver preteso con l’inganno più crudele tutto l’oro che i romani ebrei avevano potuto raccogliere.
È significativo che nessun Paese voglia le spoglie mortali di Priebke: non l’Argentina dove si era rifugiato, non la Germania dov’era nato e cresciuto nel culto di Hitler, non altri Paesi. In Italia, abbiamo già troppi sacrari del fascismo, la tomba, cupa come poche, di Benito Mussolini a Predappio meta di sgangherate carovane di nostalgici. Stavamo per avere ad Affile un sacrario del generale Graziani che seminò stragi in Africa e firmò i famigerati bandi di Salò.
Conclude l’articolo: raccontiamo ai più giovani la vera storia del nazismo e del fascismo, fino al terribile biennio 1943-45. Sarà il modo migliore per seppellire davvero, sotto il peso inesorabile della storia, Priebke e i suoi camerati più feroci.
ESTERI. La notizia è tratta dal Fatto Quotidiano di domenica. Londra e la Gran Bretagna non sono soltanto il London Eye, il Big Ben, i negozi, i musei del centro. Basta fare poche stazioni di metropolitana per trovarsi in aree talmente degradate da chiedersi se siamo nello stesso luogo o in un sobborgo del Terzo mondo. Per non parlare di certe città di provincia, dove il tasso di disoccupazione supera il 30 per cento. I tagli ai sussidi pubblici del governo Cameron hanno aumentato le differenze tra i ricchi e i poveri e la Gran Bretagna è ormai il paese d’Europa dove il divario è più alto. C’è una quantità di gente, ex piccola borghesia, che sta scivolando verso il basso, in un limbo che non è ancora chiaro dove approderà. E gli effetti si iniziano a vedere.
Di fronte alle proteste per il caro gas, Cameron ha detto: vorrà dire che in casa si indosserà un golf in più. Mai frase, poi smentita dal portavoce di Downing Street, fu più infelice. Ma il concetto è stato ribadito dal ministro dell’Energia Ed Davey, che sarà il primo – ha detto – a coprirsi di più per risparmiare. Poi ci sono le ferrovie, privatizzate dalla Thatcher, e carissime. Ora si parla di un ritorno della terza classe per i poveracci, per chi non può più permettersi i costi esorbitanti di un biglietto First Class o Standard. Un salto indietro agli anni Cinquanta, quando sparirono le “plebee”.
Pesanti i tagli alla sanità e il boom delle vendite a rate. Tutti segnali di cui il governo conservatore si sta allegramente disinteressando.
CULTURA. Dai giornali della settimana abbiamo selezionato una notizia che riguarda Federico Fellini. A 20 anni dalla sua morte, esce la sceneggiatura di un giallo scritto con un poliziotto sotto copertura che al Venerdì di Repubblica racconta l’incontro con il grande regista.
Per due volte Federico Fellini tentò di girare La Mala Vita, il suo film poliziesco. Una prima volta a fine anni Settanta. Ma litigò con il produttore Renzo Rossellini, figlio d’arte. Pomo della discordia, il costo dei sogni. Fellini, per realizzare l’opera, voleva ricostruire la Roma criminale a Cinecittà. Il produttore replicò che così avrebbe bruciato un mucchio di quattrini. E saltò tutto. Una seconda volta ci provò nell’83. Il nuovo produttore, Alfredo Bini, era entusiasta. «Magnifico, splendido, superbo. Devi farlo subito. Ho già lo slogan per il lancio: 1960, Federico Fellini, La Dolce Vita; 1980, Federico Fellini, La Mala Vita. Sarà un successo mondiale». Ma all’ultimo momento Fellini si fermò. Intorno al «giallo del giallo mai girato» si sono interrogate le migliori menti dello showbiz italiano. Senza venirne a capo. Fellini aveva già in mano la sceneggiatura, definito tutte le sequenze, stabilito l’episodio conclusivo. Si sa che dietro il progetto c’era la storia vera di un poliziotto vero. Il regista lo definì «un poeta con la pistola». Oggi questo 007 in pensione ha deciso di raccontare l’odissea del film mai nato, in un libro dal titolo semplice, Il poliziotto.
Il protagonista della favola mancata si chiama Nicola Longo, tre figli, insegna Tecniche d’investigazione alla Sapienza, per le sue gesta investigative ha avuto una medaglia dal presidente Pertini e ora dirige un’agenzia privata. Perché Fellini si innamora della vita di un uomo d’azione? Longo era già un mito. Il primo investigatore mediatico. I giornali lo chiamano James Bond, 007, Serpico. Tomás Milián e Fabio Testi si ispireranno a lui per un paio di «eroi» del poliziottesco. Calabrese, figlio di un carabiniere, campione welter di boxe, selezionato olimpionico di lotta libera per Messico ‘68, nel ‘71 entra nella Narcotici di Roma. Si specializza in «operazioni sotto copertura». Diventa un hippy con il chopper in piazza di Spagna. Dorme in un sacco a pelo, sotto le stelle. Nel febbraio del ‘74 finisce sui giornali per essersi tuffato, all’una di notte, nel Tevere, a recuperare un pacco di droga. «Avevo i capelli lunghi e mi piaceva quella vita. Mancò poco che lasciassi la polizia e diventassi un hippy sul serio», ha raccontato.
SPORT. Dal Fatto quotidiano di lunedì, leggiamo di Abdon Pamich, italiano di Fiume, oggi ottantenne, campione olimpico azzurro a Tokyo nel 1964, quando trionfò con la 50 km di marcia.
Molti lo riducono a quella gara di quasi mezzo secolo fa, a quei 50 km che assegnavano la medaglia olimpica, al suo duello con il ferroviere britannico Paul Nihill.
“Sono in tanti a riassumermi in quel giorno, in quei gesti, nelle vicende di quella rotta che prevedeva due segmenti di 25 chilometri in piena città. Pensi che, dopo quasi mezzo secolo, neppure in Giappone mi hanno dimenticato: quando il mese scorso Tokyo ha vinto la corsa ai Giochi del 2020, il corrispondente di uno dei loro quotidiani mi ha telefonato per chiedermi cosa pensassi dello spirito sportivo dei giapponesi. Mi è venuto da sorridere: a dire il vero, quel giorno avevo altro a cui pensare. E poi non è stata quella la giornata della mia gioia più perfetta. Quel momento va cercato più indietro, al ’56, quando andai alla Praga-Podebrady che a quel tempo era una specie di campionato del mondo della 50 km. Quando partii, mi dissi: se trovi un posto tra i primi quindici, puoi esser soddisfatto. Vinsi”. Oggi da Praga a Podebrady non si va più. Cambiate tante cose, anche la marcia.
É rimasto legato non con un filo ma con una gomena alla terra che lasciò adolescente. Il prossimo obiettivo verso cui marciare è una storia dello sport fiumano: sta raccogliendo testimonianze, attingendo informazioni e ricordi da altri vecchi fusti come lui, da famiglie che hanno il culto della memoria.
E così, rivedendo gli appunti, racconta che non ci sono stati solo lui e Loik, scomparso nella vampata che distrusse il Grande Torino, ma tanti altri calciatori, pugili, atleti, velisti, canottieri, alpinisti. “Due sono sepolti dal ’26 da qualche parte sotto la vetta del Monte Bianco”. Una versione fiumana dell’assalto all’Everest di George Mallory e Andrew Irvine che, proprio in quegli anni, vestiti di tweed si persero in una tormenta dopo aver toccato i 8.400 metri.
SOCIETA’. Ancora Lampedusa. Storie di persone maltrattate dalla vita e dai governi, che affrontano improbabili viaggi della speranza per finire ingoiati dal mare o, bene che vada, dalla burocrazia e dalla repressione.
Ma chi sono? Da dove arrivano? Che storie raccontano? Dalla Repubblica di giovedì leggiamo di sei piccoli sopravvissuti a una delle ultime tragedie del mare, accolti da un istituto di Menfi, in provincia di Agrigento.
L’orfanotrofio del mare è una candida villetta a due piani all’ingresso di Menfi, nella Valle del Belice. Un bel prato verde, due palme, un patio con tutti i giochi che entusiasmano i bambini, scivoli, casette di plastica, giostrine, una grande tv con i cartoni animati. Ma niente sembra riuscire, anche solo per qualche minuto, a restituire alla loro infanzia questi bambini che non sembrano più tali. Bimbi senza più mamma e papà, senza famiglia, senza amore e persino senza nome. Perché nessuno sa da dove vengono, con chi erano, come si chiamano e quanti anni hanno. I più piccoli, come Salvatore (lo hanno chiamato così dal nome del suo “salvatore”) che non ha neanche un anno, ovviamente non parlano, ma gli altri (dai due anni e mezzo ai sette anni) sarebbero in grado di dire questo (e probabilmente molto altro) se solo ad aiutare gli operatori dell’istituto Walden di Menfi ci fosse un mediatore culturale.
«Le prime notti dovevano avere incubi continui — racconta Michele, il responsabile della comunità — non riuscivano a dormire, piangevano continuamente, avevano sussulti. Li abbiamo lasciati tutti insieme, i tre fratellini e gli altri tre bambini, abbiamo capito che si sentivano più sicuri».
Ma quanti sono i minori non accompagnati che ogni giorno sbarcano sulle coste siciliane. Un numero esorbitante: 3319 solo dall’inizio dell’anno ad oggi, tre volte di più rispetto allo scorso anno. Per lo più si tratta di adolescenti, tra gli 11 e i 17 anni, ragazzini che finiscono per scomparire nel nulla. Due su tre, dopo qualche settimana in comunità escono e non tornano più. Salgono su un treno con destinazione ignota o, peggio ancora, finiscono nelle mani di organizzazioni criminali che li contattano e che talvolta chiedono persino riscatti alle famiglie rimaste nei paesi di provenienza. E nessuno qui li cerca più. Un problema in meno per lo Stato che non ha più i soldi per pagare le convenzioni con le case famiglia. Gli affidi e le adozioni dei più piccoli (che in questi giorni in tanti chiedono) difficilmente riescono ad andare in porto. I 25 bambini che ormai da diverse settimane sono nella casa di accoglienza di Piana degli Albanesi, ad esempio, aspettano ancora la nomina del tutore. Senza quello è come se non esistessero, non possono andare neanche a scuola. Troppe pastoie burocratiche trasformano questi bambini in piccoli fantasmi di cui presto nessuno si ricorderà più. (Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channel)
Leggiamo: quasi tutte le leggi approvate dall’inizio della legislatura risultano infatti di iniziativa governativa, con deputati e senatori chiamati semplicemente ad approvare e ratificare decreti e disegni di legge presentati da Palazzo Chigi. Ma c’è di più, se si esaminano gli atti di sindacato ispettivo con i quali le Camere dovrebbero controllare il governo, si scopre che ministri e presidente del Consiglio riescono a dribblare anche le interrogazioni di deputati e senatori. Risultato: l’esecutivo accresce il suo peso, le Camere perdono colpi. «Siamo di fronte a una degenerazione della democrazia parlamentare», afferma Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato. «Lo svilimento del Parlamento rappresenta ormai un’emergenza democratica», rincara Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, esponente del Movimento 5 Stelle.
Se la capacità legislativa dipendesse solo dal tempo trascorso in aula dagli eletti, il Parlamento scoppierebbe di salute. Dati alla mano si scopre infatti che i parlamentari stanno lavorando molto più rispetto al passato. Ma è tutto oro quello che luccica? Solo in apparenza. Per capire come stanno le cose bisogna dare uno sguardo al complicato rapporto Parlamento-esecutivo. C’è un dato che mostra come si stia trasformando il ruolo del Parlamento: quello della produzione delle leggi. Se si esaminano le statistiche si scopre infatti come il potere legislativo sia ormai appannaggio del governo e veda il Parlamento recitare un ruolo sempre più subalterno. Nei cinque anni dell’ultima legislatura, delle 387 leggi approvate dalle Camere, appena 90 (pari al 22 per cento) erano di origine parlamentare. Il resto, ben il 78 per cento, era di iniziativa governativa.
Quanto alla legislatura in corso le cose stanno andando ancora peggio. Enrico Letta sta infatti recitando la parte del leone. Delle 17 leggi approvate da Camere e Senato nei sei mesi di attività, 15 sono infatti di iniziativa governativa e appena 2 di origine parlamentare, cioè solo l’11,7 per cento, una percentuale di gran lunga peggiore di quella fatta registrare ai tempi di Berlusconi e Monti.
ECONOMIA. L’economia, o quello che ne rimane. La notizia la leggiamo dal Manifesto di venerdì. Una foto impietosa del sud Italia, quella che scatta il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Un seserto. Peggio. E’ il luogo più povero del paese (il 20% delle famiglie siciliane vive con meno di 1000 euro al mese); è un posto da dove si emigra come negli anni del dopoguerra (negli ultimi venti sono emigrate al nord 2 milioni e 700 mila persone). E il 2014 si annuncia altrettanto complicato: il Pil al sud crescerà dello 0,1% contro lo 0,9% del centro nord, significa rimanere sganciati anche dalla presunta ripresina del prossimo anno. Resta qualcosa da fare? E può farlo, in piena crisi economica e senza lo straccio di un’idea per ripartire, un governo che al massimo può vantarsi di aver dato una mancia di 14 euro in busta paga (a chi ce l’ha)? Solo nel primo trimestre del 2013 il sud ha perso 166 mila posti di lavoro rispetto all’anno precedente: significa che la quota di occupati è scesa sotto la soglia di 6 milioni, come nel 1977. Nel 2012 il tasso di occupazione in età 15-64 è stato del 43% (nel centro-nord 63,8%), mentre il tasso di disoccupazione ufficiale, evidentemente sottostimato, è stato del 17% (il dato reale sarebbe vicino al 30% di disoccupati). Per gli under 35 anche il dato ufficiale è di per sé spaventoso: 28,5%. Fra gli inattivi, il 33,7% è diplomato e il 27,3% ha una laurea. Da qui a darsi alla fuga il passo è breve. Solo nel 2011 si sono trasferiti nel centro-nord 114 mila abitanti (quasi un migrante su quattro si è trasferito in Lombardia, segue il Lazio). Molti hanno deciso di espatriare, circa 50 mila persone, quindi 10 mila in più rispetto al 2010 e quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Non per niente il rapporto Svimez parla di «desertificazione industriale del sud», a dispetto delle politiche Ue per le regioni svantaggiate: altrove funzionano, in Italia invece non riescono nemmeno a partire. Complessivamente, negli anni che vanno dal 2008 al 2012 i consumi delle famiglie meridionali sono sprofondati del 9,3%, quasi tre volte in più che nel resto del paese. I cittadini, infine, sono diventati più poveri ma anche più tartassati: dal 2007 al 2011 al sud la pressione fiscale è aumentata. Il danno e la beffa.
CRONACA. Leggiamo dall’Unità di mercoledì un commento sull’incredibile vicenda dei funerali del boia nazista, Priebke:
«Il criminale nazista mai pentito stava per avere, di straforo,i suoi funerali ad Albano laziale mentre fuori dalla cappella di una comunità lefebvriana (fuori dalla Chiesa cattolica), un gruppo di camerati neofascisti inscenava il solito penoso rito di saluti romani e di grida inneggianti al nazifascismo. La consueta, violenta, squallida volontà di sopraffazione. Ma la gente di Albano Laziale si è infuriata per quel sotterfugio autorizzato, di fatto, dal prefetto di Roma. Il rito funebre – scrive l’Unità - non si nega a nessuno, neppure al peggiore degli uomini (e Priebke è stato fra i peggiori). Ma attorno ad esso ogni manifestazione di solidarietà politica, di esaltazione del nazifascismo e dei suoi orrori andava scongiurata, con lucida forza. E questo non è avvenuto ad Albano Laziale, contro la volontà dei suoi abitanti.
Era dunque sensata e pienamente comprensibile l’opposizione del sindaco di quel Comune medaglia d’argento della Resistenza, ad un funerale pubblico che inevitabilmente avrebbe richiamato i soliti fanatici di estrema destra. I fatti hanno dimostrato che aveva ragione. Non così il prefetto di Roma che quell’ordinanza ha annullato, in pochi minuti. Atteggiamento grave. Non possiamo dimenticare infatti che questo contestato rito pubblico è caduto alla vigilia di quel 16 ottobre il cui ricordo sanguina ancora nel ghetto di Roma e in tutta la città. Uno dei rastrellamenti più spietati, casa per casa, scala per scala, dopo aver preteso con l’inganno più crudele tutto l’oro che i romani ebrei avevano potuto raccogliere.
È significativo che nessun Paese voglia le spoglie mortali di Priebke: non l’Argentina dove si era rifugiato, non la Germania dov’era nato e cresciuto nel culto di Hitler, non altri Paesi. In Italia, abbiamo già troppi sacrari del fascismo, la tomba, cupa come poche, di Benito Mussolini a Predappio meta di sgangherate carovane di nostalgici. Stavamo per avere ad Affile un sacrario del generale Graziani che seminò stragi in Africa e firmò i famigerati bandi di Salò.
Conclude l’articolo: raccontiamo ai più giovani la vera storia del nazismo e del fascismo, fino al terribile biennio 1943-45. Sarà il modo migliore per seppellire davvero, sotto il peso inesorabile della storia, Priebke e i suoi camerati più feroci.
ESTERI. La notizia è tratta dal Fatto Quotidiano di domenica. Londra e la Gran Bretagna non sono soltanto il London Eye, il Big Ben, i negozi, i musei del centro. Basta fare poche stazioni di metropolitana per trovarsi in aree talmente degradate da chiedersi se siamo nello stesso luogo o in un sobborgo del Terzo mondo. Per non parlare di certe città di provincia, dove il tasso di disoccupazione supera il 30 per cento. I tagli ai sussidi pubblici del governo Cameron hanno aumentato le differenze tra i ricchi e i poveri e la Gran Bretagna è ormai il paese d’Europa dove il divario è più alto. C’è una quantità di gente, ex piccola borghesia, che sta scivolando verso il basso, in un limbo che non è ancora chiaro dove approderà. E gli effetti si iniziano a vedere.
Di fronte alle proteste per il caro gas, Cameron ha detto: vorrà dire che in casa si indosserà un golf in più. Mai frase, poi smentita dal portavoce di Downing Street, fu più infelice. Ma il concetto è stato ribadito dal ministro dell’Energia Ed Davey, che sarà il primo – ha detto – a coprirsi di più per risparmiare. Poi ci sono le ferrovie, privatizzate dalla Thatcher, e carissime. Ora si parla di un ritorno della terza classe per i poveracci, per chi non può più permettersi i costi esorbitanti di un biglietto First Class o Standard. Un salto indietro agli anni Cinquanta, quando sparirono le “plebee”.
Pesanti i tagli alla sanità e il boom delle vendite a rate. Tutti segnali di cui il governo conservatore si sta allegramente disinteressando.
CULTURA. Dai giornali della settimana abbiamo selezionato una notizia che riguarda Federico Fellini. A 20 anni dalla sua morte, esce la sceneggiatura di un giallo scritto con un poliziotto sotto copertura che al Venerdì di Repubblica racconta l’incontro con il grande regista.
Per due volte Federico Fellini tentò di girare La Mala Vita, il suo film poliziesco. Una prima volta a fine anni Settanta. Ma litigò con il produttore Renzo Rossellini, figlio d’arte. Pomo della discordia, il costo dei sogni. Fellini, per realizzare l’opera, voleva ricostruire la Roma criminale a Cinecittà. Il produttore replicò che così avrebbe bruciato un mucchio di quattrini. E saltò tutto. Una seconda volta ci provò nell’83. Il nuovo produttore, Alfredo Bini, era entusiasta. «Magnifico, splendido, superbo. Devi farlo subito. Ho già lo slogan per il lancio: 1960, Federico Fellini, La Dolce Vita; 1980, Federico Fellini, La Mala Vita. Sarà un successo mondiale». Ma all’ultimo momento Fellini si fermò. Intorno al «giallo del giallo mai girato» si sono interrogate le migliori menti dello showbiz italiano. Senza venirne a capo. Fellini aveva già in mano la sceneggiatura, definito tutte le sequenze, stabilito l’episodio conclusivo. Si sa che dietro il progetto c’era la storia vera di un poliziotto vero. Il regista lo definì «un poeta con la pistola». Oggi questo 007 in pensione ha deciso di raccontare l’odissea del film mai nato, in un libro dal titolo semplice, Il poliziotto.
Il protagonista della favola mancata si chiama Nicola Longo, tre figli, insegna Tecniche d’investigazione alla Sapienza, per le sue gesta investigative ha avuto una medaglia dal presidente Pertini e ora dirige un’agenzia privata. Perché Fellini si innamora della vita di un uomo d’azione? Longo era già un mito. Il primo investigatore mediatico. I giornali lo chiamano James Bond, 007, Serpico. Tomás Milián e Fabio Testi si ispireranno a lui per un paio di «eroi» del poliziottesco. Calabrese, figlio di un carabiniere, campione welter di boxe, selezionato olimpionico di lotta libera per Messico ‘68, nel ‘71 entra nella Narcotici di Roma. Si specializza in «operazioni sotto copertura». Diventa un hippy con il chopper in piazza di Spagna. Dorme in un sacco a pelo, sotto le stelle. Nel febbraio del ‘74 finisce sui giornali per essersi tuffato, all’una di notte, nel Tevere, a recuperare un pacco di droga. «Avevo i capelli lunghi e mi piaceva quella vita. Mancò poco che lasciassi la polizia e diventassi un hippy sul serio», ha raccontato.
SPORT. Dal Fatto quotidiano di lunedì, leggiamo di Abdon Pamich, italiano di Fiume, oggi ottantenne, campione olimpico azzurro a Tokyo nel 1964, quando trionfò con la 50 km di marcia.
Molti lo riducono a quella gara di quasi mezzo secolo fa, a quei 50 km che assegnavano la medaglia olimpica, al suo duello con il ferroviere britannico Paul Nihill.
“Sono in tanti a riassumermi in quel giorno, in quei gesti, nelle vicende di quella rotta che prevedeva due segmenti di 25 chilometri in piena città. Pensi che, dopo quasi mezzo secolo, neppure in Giappone mi hanno dimenticato: quando il mese scorso Tokyo ha vinto la corsa ai Giochi del 2020, il corrispondente di uno dei loro quotidiani mi ha telefonato per chiedermi cosa pensassi dello spirito sportivo dei giapponesi. Mi è venuto da sorridere: a dire il vero, quel giorno avevo altro a cui pensare. E poi non è stata quella la giornata della mia gioia più perfetta. Quel momento va cercato più indietro, al ’56, quando andai alla Praga-Podebrady che a quel tempo era una specie di campionato del mondo della 50 km. Quando partii, mi dissi: se trovi un posto tra i primi quindici, puoi esser soddisfatto. Vinsi”. Oggi da Praga a Podebrady non si va più. Cambiate tante cose, anche la marcia.
É rimasto legato non con un filo ma con una gomena alla terra che lasciò adolescente. Il prossimo obiettivo verso cui marciare è una storia dello sport fiumano: sta raccogliendo testimonianze, attingendo informazioni e ricordi da altri vecchi fusti come lui, da famiglie che hanno il culto della memoria.
E così, rivedendo gli appunti, racconta che non ci sono stati solo lui e Loik, scomparso nella vampata che distrusse il Grande Torino, ma tanti altri calciatori, pugili, atleti, velisti, canottieri, alpinisti. “Due sono sepolti dal ’26 da qualche parte sotto la vetta del Monte Bianco”. Una versione fiumana dell’assalto all’Everest di George Mallory e Andrew Irvine che, proprio in quegli anni, vestiti di tweed si persero in una tormenta dopo aver toccato i 8.400 metri.
SOCIETA’. Ancora Lampedusa. Storie di persone maltrattate dalla vita e dai governi, che affrontano improbabili viaggi della speranza per finire ingoiati dal mare o, bene che vada, dalla burocrazia e dalla repressione.
Ma chi sono? Da dove arrivano? Che storie raccontano? Dalla Repubblica di giovedì leggiamo di sei piccoli sopravvissuti a una delle ultime tragedie del mare, accolti da un istituto di Menfi, in provincia di Agrigento.
L’orfanotrofio del mare è una candida villetta a due piani all’ingresso di Menfi, nella Valle del Belice. Un bel prato verde, due palme, un patio con tutti i giochi che entusiasmano i bambini, scivoli, casette di plastica, giostrine, una grande tv con i cartoni animati. Ma niente sembra riuscire, anche solo per qualche minuto, a restituire alla loro infanzia questi bambini che non sembrano più tali. Bimbi senza più mamma e papà, senza famiglia, senza amore e persino senza nome. Perché nessuno sa da dove vengono, con chi erano, come si chiamano e quanti anni hanno. I più piccoli, come Salvatore (lo hanno chiamato così dal nome del suo “salvatore”) che non ha neanche un anno, ovviamente non parlano, ma gli altri (dai due anni e mezzo ai sette anni) sarebbero in grado di dire questo (e probabilmente molto altro) se solo ad aiutare gli operatori dell’istituto Walden di Menfi ci fosse un mediatore culturale.
«Le prime notti dovevano avere incubi continui — racconta Michele, il responsabile della comunità — non riuscivano a dormire, piangevano continuamente, avevano sussulti. Li abbiamo lasciati tutti insieme, i tre fratellini e gli altri tre bambini, abbiamo capito che si sentivano più sicuri».
Ma quanti sono i minori non accompagnati che ogni giorno sbarcano sulle coste siciliane. Un numero esorbitante: 3319 solo dall’inizio dell’anno ad oggi, tre volte di più rispetto allo scorso anno. Per lo più si tratta di adolescenti, tra gli 11 e i 17 anni, ragazzini che finiscono per scomparire nel nulla. Due su tre, dopo qualche settimana in comunità escono e non tornano più. Salgono su un treno con destinazione ignota o, peggio ancora, finiscono nelle mani di organizzazioni criminali che li contattano e che talvolta chiedono persino riscatti alle famiglie rimaste nei paesi di provenienza. E nessuno qui li cerca più. Un problema in meno per lo Stato che non ha più i soldi per pagare le convenzioni con le case famiglia. Gli affidi e le adozioni dei più piccoli (che in questi giorni in tanti chiedono) difficilmente riescono ad andare in porto. I 25 bambini che ormai da diverse settimane sono nella casa di accoglienza di Piana degli Albanesi, ad esempio, aspettano ancora la nomina del tutore. Senza quello è come se non esistessero, non possono andare neanche a scuola. Troppe pastoie burocratiche trasformano questi bambini in piccoli fantasmi di cui presto nessuno si ricorderà più. (Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channel)
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