#almanacco #litfibachannel #graperhood
30 settembre 1977
Si sparava nel 1977, a Roma. Si sparava e si moriva. Di repressione, per mano dello Stato e per mano dei neofascisti. O anche per la complicità di entrambi. O per mano dei fascisti sotto gli occhi della Polizia, com’è accaduto il maledetto 30 settembre del 1977 a un ragazzo di 20 anni: Walter Rossi. Un giovane militante di Lotta Continua, che morirà dopo essere stato colpito da un proiettile alla nuca.
A fare fuoco, indisturbati, alcuni neofascisti dell’Msi che facendosi scudo con un blindato della Polizia, esplodono colpi d’arma da fuoco su un gruppo di giovani intenti a volantinare in zona Balduina per denunciare le violenze dei giorni precedenti.
Negli anni della contestazione studentesca, gli studenti di sinistra sono bersaglio continuo dei militanti dell’Msi. Gruppi di estrema destra che agivano indisturbati per le vie di Roma, tanto che nei minuti successivi all’omicidio del giovane Walter Rossi avvenuto sotto gli occhi dei poliziotti, nessuno verrà fermato. Solo un’ora e un quarto dopo gli spari ci saranno degli arresti.
Sebbene il processo avesse individuato delle responsabilità, nonostante gli insabbiamenti e i depistaggi, la morte del principale accusato, Alessandro Alibrandi, chiude la speranza di giungere alla verità processuale. Per Cristiano Fioravanti, fortemente indiziato, solo condanne lievi e per reati minori.
Nel Paese delle stragi impunite, nessuno pagherà per l’omicidio premeditato di Walter Rossi, un giovane antifascista che in anni assai bui per la democrazia italiana si batteva per i diritti, la giustizia, la verità, la riconquista della democrazia. Una battaglia sempre attuale.
A fare fuoco, indisturbati, alcuni neofascisti dell’Msi che facendosi scudo con un blindato della Polizia, esplodono colpi d’arma da fuoco su un gruppo di giovani intenti a volantinare in zona Balduina per denunciare le violenze dei giorni precedenti.
Negli anni della contestazione studentesca, gli studenti di sinistra sono bersaglio continuo dei militanti dell’Msi. Gruppi di estrema destra che agivano indisturbati per le vie di Roma, tanto che nei minuti successivi all’omicidio del giovane Walter Rossi avvenuto sotto gli occhi dei poliziotti, nessuno verrà fermato. Solo un’ora e un quarto dopo gli spari ci saranno degli arresti.
Sebbene il processo avesse individuato delle responsabilità, nonostante gli insabbiamenti e i depistaggi, la morte del principale accusato, Alessandro Alibrandi, chiude la speranza di giungere alla verità processuale. Per Cristiano Fioravanti, fortemente indiziato, solo condanne lievi e per reati minori.
Nel Paese delle stragi impunite, nessuno pagherà per l’omicidio premeditato di Walter Rossi, un giovane antifascista che in anni assai bui per la democrazia italiana si batteva per i diritti, la giustizia, la verità, la riconquista della democrazia. Una battaglia sempre attuale.
(testo di Raffaella Angelino)
18 settembre 1982
«Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore». Così inizia la cronaca del massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila, in Libano che si è consumato nel settembre di 31 anni fa. Il giornalista Robert Fisk fu tra i primi ad entrare nel campo di Shatila alle porte di Beirut il 18 settembre e lo spettacolo che si trovò davanti fu atroce. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un crimine di guerra.
C’erano donne che giacevano nelle loro case, violentate prima di essere assasinate, bambini con le gole tagliate, file di giovani uomini fucilati dopo essere stati messi al muro per l’esecuzione. C’erano bambini gettati insieme ai mucchi di spazzatura, alle razioni militari lasciate dagli americani, equipaggiamenti israeliani e bottiglie di whisky».
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Il nostro ricordo è per le vittime di quella violenza cieca e vigliacca e per tutti i palestinesi costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
(testo di Raffaella Angelino)
C’erano donne che giacevano nelle loro case, violentate prima di essere assasinate, bambini con le gole tagliate, file di giovani uomini fucilati dopo essere stati messi al muro per l’esecuzione. C’erano bambini gettati insieme ai mucchi di spazzatura, alle razioni militari lasciate dagli americani, equipaggiamenti israeliani e bottiglie di whisky».
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Il nostro ricordo è per le vittime di quella violenza cieca e vigliacca e per tutti i palestinesi costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
(testo di Raffaella Angelino)
11 settembre 1973
11 settembre 1973, Santiago del Cile è messa a ferro e fuoco. La Moneda, il palazzo presidenziale è sotto assedio. Il corpo del presidente della Repubblica, Salvador Allende è adagiato sul divano del suo ufficio. Parte della calotta cranica è saltata via. Si è sparato in faccia una scarica di mitra. Fuori l'Aeronautica golpista sorvola il cielo cileno sganciando bombe sulla popolazione. Poco prima Allende aveva fatto il suo ultimo comunicato alla nazione, le sue furono parole di resistenza, di speranza e di amore per il suo Cile, mentre chi aveva velleità di comando dello stato stava distruggendo la capitale.
Il colpo di stato ha nomi e cognomi, il braccio armato si chiama Augusto Pinochet, lo stratega si chiama Henry Kissinger, il mandante è Richard Nixon. Il governo degli Stati Uniti, grande nemico del socialismo e del potere al popolo, usò una volta ancora i propri metodi persuasivi per tornare ad essere la regia occulta dell'economia sudamericana. Per le strade di Santiago fu guerra, i militari organizzarono la rappresaglia. Trasformarono lo stadio nazionale in un vero e proprio campo di concentramento, ci furono stupri, torture ed esecuzioni sommarie. Sulla base di questi metodi la dittatura di Pinochet comincia i suoi 17 anni di incubo. Gli Stati Uniti avevano salvato ancora una volta il mondo. Grazie al loro modo di ripristinare la normalità riuscirono a sventare ancora una volta il pericolo rosso. Fa nulla che per raggiungere l'obiettivo ci vollero 40.000 cileni morti o dispersi e 600.000 tra arrestati e torturati.
Martedì 11 settembre 1973, Salvador Allende rilascia il suo testamento morale sulle onde di Radio Magallanes, queste le ultime parole poco prima di suicidarsi: «Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento
pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l'uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento».
4 settembre 1886
Il 4 settembre del 1886 il sole era alto, il vento della sera aveva spazzato via le nuvole minacciose del giorno prima, ora il cielo era limpido, il capo indiano fermò il suo cavallo, alzò lo sguardo verso il sole, alzò la mano destra per ripararsi dai raggi e vide un'aquila volteggiare alta fino a scomparire tra i monti.
Prese la borraccia e bevve l'ultimo sorso di acqua. Si voltò indietro, era solo. Nella sua vita aveva visto morire centinaia di guerrieri, aveva perso mogli e figli, ogni morte una crepa al cuore profonda come i canyon delle sue terre ormai sporche del sangue del suo popolo, calpestato dagli stivali dell'uomo bianco. Era solo, stanco, sconfitto, non aveva più i suoi uomini al suo fianco, tanti erano morti, altri avevano abbandonato la lotta, molti passavano i loro giorni persi tra i fumi dell'alcol. Più che i cannoni dell'esercito americano, pensò, è il whiskey che ha distrutto il mio popolo.
Ora non c'è più nulla, tutto finito, scese da cavallo e riprese a camminare a passo lento. Voleva sentire la sua terra sotto i piedi. Si chinò, prese un pugno di sabbia facendo attenzione a non farsela scivolare via e la versò in un sacchetto che aveva appeso al collo. Quella sarebbe stata l'ultima volta che toccava la sua terra da uomo libero.
Prese la borraccia e bevve l'ultimo sorso di acqua. Si voltò indietro, era solo. Nella sua vita aveva visto morire centinaia di guerrieri, aveva perso mogli e figli, ogni morte una crepa al cuore profonda come i canyon delle sue terre ormai sporche del sangue del suo popolo, calpestato dagli stivali dell'uomo bianco. Era solo, stanco, sconfitto, non aveva più i suoi uomini al suo fianco, tanti erano morti, altri avevano abbandonato la lotta, molti passavano i loro giorni persi tra i fumi dell'alcol. Più che i cannoni dell'esercito americano, pensò, è il whiskey che ha distrutto il mio popolo.
Ora non c'è più nulla, tutto finito, scese da cavallo e riprese a camminare a passo lento. Voleva sentire la sua terra sotto i piedi. Si chinò, prese un pugno di sabbia facendo attenzione a non farsela scivolare via e la versò in un sacchetto che aveva appeso al collo. Quella sarebbe stata l'ultima volta che toccava la sua terra da uomo libero.
Il 4 settembre del 1886 Goyahtla, da tutti conosciuto con il nome di Geronimo, si consegnò nelle mani dei generali dell'esercito americano. Fu l'ultimo dei guerrieri indio ad arrendersi, con la promessa che dopo la sua morte il suo corpo sarebbe ritornato a Nodoyon Canyon presso le sorgenti del fiume Gila dove nacque.
A distanza di quasi 120 anni il governo degli stati uniti perpetua ancora un ulteriore sopruso nei confronti dei nativi americani. La tomba dove è stato seppellito l'ultimo di guerrieri è diventata una celebre attrazione turistica. E questa sarebbe una buona ragione per non mantenere una promessa solenne fatta in nome dello stato. Da Roosevelt a Obama. A volte gli uomini di pallido non hanno solo il viso.
A distanza di quasi 120 anni il governo degli stati uniti perpetua ancora un ulteriore sopruso nei confronti dei nativi americani. La tomba dove è stato seppellito l'ultimo di guerrieri è diventata una celebre attrazione turistica. E questa sarebbe una buona ragione per non mantenere una promessa solenne fatta in nome dello stato. Da Roosevelt a Obama. A volte gli uomini di pallido non hanno solo il viso.
28 agosto 1963
Quel 28 agosto del 1963 erano in 300.000, tra di loro c'era il piccolo Roy. Aveva 12 anni ed era orgoglioso di seguire il padre in quella che era la sua prima manifestazione pacifica. Il Lincoln memorial di Washington rappresentava il simbolo dell'emancipazione del popolo afroamericano. Sul palco da lì a poco sarebbe salito per il suo discorso il reverendo. Così lo chiamava il padre di Roy, il reverendo, diceva, e accompagnava quella parola sempre con “che Dio lo benedica”.
Il reverendo era Martin Luter King, che il piccolo roy aveva imparato a conoscere attraverso i racconti dei famigliari. Ora a 12 anni aveva preso piena coscienza della lotta per i diritti dei neri, lui che essendo nato a Bimimgham in Alabama viveva il razzismo sulla propria pelle nera. Ognuno della sua famiglia, ognuno dei suoi amici, aveva qualche episodio da raccontare. La storia di Rosa Parks, la donna arrestata perché si rifiutò di cedere il posto in un autobus ad un uomo bianco era la storia che la mamma gli raccontava ogni notte prima di dormire. Gli raccontava anche di un uomo, che con le sue parole e con la sua lotta civile avrebbe convinto tutto il mondo di come ogni essere umano fosse uguale all'altro. Quel 28 agosto Roy teneva stretta la mano del padre, vedeva davanti a sé una marea umana, era frastornato, ma al tempo stesso orgoglioso di partecipare ad un evento così importante.
In un attimo il frastuono cessò, attendevano tutti il discorso del reverendo, e dal silenzio capì che stava cominciando. Roy cercò di alzarsi sulle punte dei piedi tirando il braccio del padre. Il genitore si girò lo tirò su e lo fece sedere sulle spalle. Guardò in giro, quello che vide era il suo popolo, guardò davanti a sé, quello che vide era un uomo del suo popolo.
Quell'uomo iniziò il suo discorso raccontando un sogno, "I have a dream", disse. Quello era il sogno di ognuno di loro. Questo 28 agosto lo dedichiamo a Martin Luter King e a tutti coloro che come lui hanno dato la vita per la promozione dei diritti civili per gli afroamericani e a roy che oggi ha 62 anni che non ha mai smesso di raccontare di un uomo che aveva fatto un sogno, e che lo ha raccontato a 300.000 persone rendendole più forti e più consapevoli, contro tutti coloro che hanno continuato nel tempo a promuovere politiche sociali, civili ed economiche segregazioniste, e che oggi sopraffatti dalla storia, covano sotto la cenere le fiamme del razzismo.
Quell'uomo iniziò il suo discorso raccontando un sogno, "I have a dream", disse. Quello era il sogno di ognuno di loro. Questo 28 agosto lo dedichiamo a Martin Luter King e a tutti coloro che come lui hanno dato la vita per la promozione dei diritti civili per gli afroamericani e a roy che oggi ha 62 anni che non ha mai smesso di raccontare di un uomo che aveva fatto un sogno, e che lo ha raccontato a 300.000 persone rendendole più forti e più consapevoli, contro tutti coloro che hanno continuato nel tempo a promuovere politiche sociali, civili ed economiche segregazioniste, e che oggi sopraffatti dalla storia, covano sotto la cenere le fiamme del razzismo.
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