lunedì 16 settembre 2013

#apriteivostriocchi #9_15 settembre #rassegnastampa

Dal Fatto di lunedì 9 settembre, abbiamo selezionato un'intervista allo scrittore cileno Luis Sepùlveda. L’autore di romanzi meravigliosi, come “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” e “La gabbianella e il gatto” è un sopravvissuto al golpe in Cile dell’11 settembre 1973 di cui ci parlerà Graperhood nell’Almanacco dei giorni di ieri.
Il giorno del colpo di stato in Cile, Sepulveda aveva 23 anni, ma quel giorno segnò improvvisamente la fine della giovinezza.
Cosa ricordi di quelle ore? "È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e doloroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole, con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di settembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una sorta di premonizione del tempo che si avvicinava". La cornice al dramma... "I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho incontrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scomparsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11 settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta". Improvvisamente adulto, cosa hai fatto? "Sopravvivere. Organizzare la resistenza, il movimento popolare. Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente Nixon decise di eliminare il governo come una questione personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la controrivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di criminali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore". Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una considerazione realista o portava anche un senso di sconfitta? "No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e, dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena capitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca, mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28 anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi resta tempo per vivere".


Dopo cinque mesi di prigionia in Siria, Domenico Quirico è tornato a casa. Dopo cinque mesi di silenzio, il giornalista è un fiume in piena ed è emozionante leggerlo sulla Stampa di martedì 10 settembre. Pagine e pagine di racconti, dalle quali leggiamo alcuni brani. Comunque la pensiamo, è il diario di un’esperienza che ci ha coinvolto. Intanto la guerra civile va avanti e la popolazione civile ne fa le spese.
Scrive Quirico: La notte era dolce come il vino: l’8 aprile ad al Qusayr, Siria, per raccontare un altro capitolo della guerra siriana,dove la Primavera della rivoluzione sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo.E invece sono stati 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti.
Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.
Una volta ho parlato con Georges Malbrunot, giornalista del «Figaro» che è stato forse uno dei più celebri ostaggi,molti anni fa, durante la guerra Iraq-Iran. Credo che sia stato ostaggio quattro mesi, in condizioni forse addirittura peggiori delle mie, in una grotta. E raccontava questa de pauperizzazione di tutto ciò che uno è, che sono le scarpe, i vestiti... Io sono stato cinque mesi
senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo.Ho imparato il carattere straordinario di alcune cose semplici, come un bicchiere d’acqua fresca. E poi vedere il sole, perché le finestrelle erano piccole e spesso c’era l’oscurità totale. Camminare, parlare con qualcuno che non fosse sempre questo mio compagno di sventura. E meno male che c’era, perché altrimenti sarei impazzito.


Nel giorno in cui è arrivata la sentenza che riconosce come colpevoli di stupro e omicidio quattro ragazzi indiani che hanno violentato e ucciso una giovane di 23 anni, viene resa nota una ricerca dell’Onu dalla quale emerge un dato sconcertante: in 6 paesi asiatici, Bangladesh, Cina, Cambogia, Indonesia, Sri Lanka e Papua Nuova Guinea, un quarto degli uomini ammette di aver violentato una donna, spesso la compagna. Leggiamo dal Corriere della sera di mercoledì 11 settembre: Per fare lo studio, Le domande sono state poste a 10 mila maschi tra i 18 e i 49 anni ai quali era stato garantito l’anonimato. La maggioranza dei soggetti ha riferito di non aver dovuto affrontare alcuna conseguenza legale. Gli autori del sondaggio hanno usato come metro «un atto sessuale di penetrazione non consensuale». L’11 per cento dei 10 mila ha confidato di averlo imposto a donne con le quali non avevano alcun legame, ma il dato sale fino al 23 per cento se si considerano mogli o fidanzate. Quasi la metà ha stuprato più di una volta. La più alta incidenza di violenza sessuale è stata rilevata a Bougainville, in Papua Nuova Guinea: nel campione il 62 per cento ha ammesso uno o più stupri. Nelle città dell’Indonesia i violentatori sarebbero il 26%, nelle campagne il dato scende al 19. In Cina è stata fatta una media urbana e rurale del 22%; in Cambogia 20%; Sri Lanka 14,5%; Bangladesh 14%. Gli intervistatori dell’agenzia Onu erano maschi e hanno posto le domande con cautela. Ma di fronte a un «Perché?». Circa il 75% ha risposto: «Perché la volevo» o «Perché volevo fare del sesso». Il 38 per cento delle risposte è stato: «Perché volevo punirla». La dottoressa Emma Fulu, coordinatrice del rapporto, dice: «Colpisce che questi uomini sentissero di avere “un diritto sessuale”».


Lotta di classe, nel vero senso della parola. Da Repubblica di giovedì 12 settembre, abbiamo selezionato un articolo sugli scontri tra genitori e presidi delle scuole frequentate da bambini figli di migranti.
Basta rom in classe». «Fuori i cinesi». «Troppi pochi gli italiani». E via con genitori che ritirano i figli da scuola, classi ghetto che vengono cancellate e istituti che si ritrovano all’improvviso senza iscritti. È la fuga degli italiani dalle scuole multietniche. Il nuovo anno scolastico rischia di aprirsi all’insegna di una “guerra” strisciante: quella tra genitori italiani e stranieri. Con le tensioni pronte a ricadere sulle spalle dei figli, seduti uno a fianco all’altro tra i banchi di scuola. L’ultima “battaglia” è quella esplosa a Landiona, piccolo comune in provincia di Novara. Lì dodici famiglie hanno ritirato i figli dalla scuola elementare. Il motivo? «Ci sono troppi zingari».
Così ora l’istituto rischia la chiusura. E la cronaca di questi giorni racconta di tanti altri focolai. Eppure la multietnicità è da anni un carattere consolidato della nostra scuola. Stando alle ultime previsioni del ministero dell’Istruzione, nell’anno 2013/2014 gli alunni di cittadinanza straniera sono ben 736.654, su un totale di 7.878.661 studenti previsti sui banchi delle scuole statali.
C’è invece un caso positivo: parliamo della scuola di via Dolci a Milano, considerata un modello di integrazione. Una scuola multietnica. Anche se il preside Giovanni Del Bene, 67 anni, preferisce chiamarla «scuola che si confronta con l’intercultura», in tutto 2.300 bambini e ragazzi, dai 3 ai 13 anni, divisi fra sette diversi plessi di scuola materna, elementare e media, con una quota di alunni di origine straniera che oscilla fra il 40 e il 60 per cento per classe. Con punte del 90 per cento in alcune sezioni della primaria di via Paravia, la scuola «di frontiera» che il Provveditore gli ha accollato da quest’anno. «I bambini hanno diritto all’istruzione, come dice la Costituzione. Io accetto tutte le domande di iscrizione e non guardo al passaporto quando mi vengono a chiedere di prendere un nuovo alunno — spiega il preside. Non ho genitori che ritirano i figli per paura degli stranieri. Non vorrei apparire retorico, ma qui, davvero, la diversità è accolta come una ricchezza».


Del nuovo ricatto della proprietà dell’Ilva nei confronti dei lavoratori leggiamo dal Manifesto di venerdì 13 settembre. In pratica, dopo un sequestro da parte della guardia di finanza disposto dai magistrati a carico di 13 società del gruppo, i Riva hanno immediatamente deciso di far pagare la decisione ai dipendenti. Bloccate le buste paga di 114 dipendenti di Taranto Energia srl. Inoltre, il gruppo Riva Forni Elettrici, ex Riva Acciaio, ha annunciato la cessazione di tutte le attività dell’azienda, con conseguenti 1400 esuberi: si fermeranno quindi Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti). Il gruppo ha spiegato che queste attività «non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento di Taranto».
Il che è vero in parte. Infatti, la stessa società sottolinea come la decisione «si è resa necessaria poiché il sequestro preventivo ordinato dal gip di Taranto e notificato alla società lo scorso 9 settembre, sottrae all’azienda ogni disponibilità degli impianti - che occupano 1.400 addetti - e determina il blocco delle attività bancarie, impedendo la normale prosecuzione operativa della società: ciò fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività». «La scelta di Riva di mettere in libertà più di 1.400 lavoratori e di non pagare loro gli stipendi è un atto di drammatizzazione inaccettabile perché scarica sui dipendenti responsabilità non loro», ha dichiarato Maurizio Landini, della Fiom. «La situazione non è più gestibile – sostiene Landini – Chiediamo al governo di commissariare tutte le società controllate dal gruppo, al fine di garantire l’occupazione e la continuità produttiva».


Dall’Unità di sabato 14 settembre leggiamo di una vicenda terribile: una ragazza giustiziata da suo padre di Afghanistan perché considerata adultera.
Il video, diffuso da El Mundo, (El Mundo.es) mostra anche l’esecuzione. Cosa significa «adulterio» in Afghanistan? Così, ad esempio, viene chiamato lo stupro. La violenza su una ragazza di famiglia è una vergogna indelebile per tutti. La punizione non la sconta lo stupratore, ma la vittima. Incarcerata, picchiata, obbligata ad abortire, a volte uccisa, per lavare la vergogna. Ma può anche voler dire fuga da casa, per aggravare la pena. Halima scappa per due giorni, con un cugino. Il marito è in Iran, forse il momento buono per scappare. Halima convince il cugino ad aiutarla. Scappare è un terribile azzardo, soprattutto in un villaggio sperduto, lontano da tutto. Nessuno l’aiuterà. Halima è sola, come le altre. Quando sparisce, il villaggio intero organizza una caccia.
Ragazze come Halima possono contare solo sulle donne coraggiose che, instancabilmente, con le loro organizzazioni, per questi diritti combattono, nei tribunali, nelle famiglie delle vittime, nelle case rifugio. Ma la battaglia sarà sempre più dura.


Dal settimanale Internazionale, abbiamo selezionato un articolo apparso sul giornale spagnolo La Vanguardia dedicato alla decadenza di Berlusconi, la cui vicenda politica-giudiziaria non finisce mai di stupire in Europa. 
Silvio Berlusconi, quattro volte presidente del consiglio e da vent’anni figura centrale della politica italiana, è coinvolto in una serie di processi per i quali si calcola che i suoi avvocati gli siano costati circa 300 milioni di euro. La cifra basta a darci un’idea della sua frenetica vita giudiziaria. Poi ci sono le sentenze. Per citare solo l’ultima, ricordiamo la condanna dell’ottobre 2012 a quattro anni per frode fiscale, confermata dalla cassazione ad agosto. Fino a oggi Berlusconi ha navigato senza naufragare in queste acque tempestose. Il sostegno incondizionato del suo impero televisivo, il suo talento di manipolatore e il potere accumulato negli anni sono stati gli strumenti del suo successo. Ma oggi sembra che intorno a lui il cerchio si stia chiudendo. Il suo ultimo tentativo per ottenere l’impunità è il ricorso presentato qualche giorno fa alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Così spera di non decadere dalla carica di senatore e che non gli sia vietato di partecipare alle prossime elezioni.
Berlusconi si rifiuta di accettare una fine così disonorevole della sua carriera politica. Ma non gli sarà facile sfuggire al destino che si è costruito con tanto impegno. La cosa più inquietante di questo pasticcio è che sembra determinato a restare al suo posto a qualsiasi costo. Anche a quello di far cadere il governo Letta, di cui fanno parte vari ministri del Popolo della libertà. Se c’è una cosa di cui l’Italia oggi non ha bisogno, con tassi d’interesse sui titoli di stato già al livello spagnolo, è affrontare una crisi di governo che turbi la sua fragile stabilità. Quindi Berlusconi sbaglia a minacciare di far cadere il governo Letta se non accetta di compiacerlo dopo la sua lunga e peculiare carriera politica . A quasi 77 anni, ormai dovrebbe aver imparato che gli interessi privati non possono essere anteposti a quelli del paese. Eppure continua ostinatamente a farlo.

(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)


#apriteivostriocchi #2_9 settembre #rassegnastampa

Wake me up when september ends...
La rassegna della settimana appena trascorsa si apre con un articolo tratto da Repubblica di lunedì 2 settembre. A proposito del presidente Obama, scrive Vittorio Zucconi: "È il passato, non il futuro, ciò che sta avviluppando Barack Obama nella ragnatela della indecisione. La guerra, aveva detto Barack da giovane senatore nel 2002 criticando la insensatezza logica delle «guerre preventive» bushiste, «può essere concepibile soltanto in caso di imminente e diretta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti» e lo aveva ripetuto da candidato alla Casa Bianca nel 2007. Ma quale minaccia diretta e imminente pone Bashar al Assad alla sicurezza degli Stati Uniti"?
Scrive poi Repubblica: Ma Obama non è un guerriero riluttante o recalcitrante, come ancora lo si definisce per giustificarlo. Obama è qualcosa di molto più insidioso, per se stesso. È un guerriero scettico, ben conscio dei precedenti e della giurisprudenza, come ogni buon avvocato, specialmente un costituzionalista deve essere, ansioso di coprirsi le spalle dalle future, terribili “querele” della storia che condannano a posteriori capi di Stato e di governo senza più possibilità di difesa.
Il paradosso, lancinante, è che ora rischia di apparire come un avventurista, un guerrafondaio, un cowboy con la fondina gonfia di missili, mentre il mondo già lo attacca per operazioni che non ha ancora compiuto.
Proprio lui che aveva predicato contro le guerre fatte «per scelta unilaterale», lui che aveva detto di Saddam Hussein nel 2002 esattamente quello che si può dire di Bashar al Assad «un macellaio che massacra la propria gente per restare al potere e del quale il mondo farebbe volentieri a meno (....) ma che può essere contenuto dalla comunità internazionale senza ricorrere alla guerra», dovrebbe essere colui che rinnega il proprio passato.


Dall’Unità di martedì 3 settembre, leggiamo uno stralcio dell’intervista che il presidente siriano ha rilasciato a un quotidiano francese. Vediamo cosa dice il protagonista principale della vicenda siriana:
«Abbiamo sfidato gli Stati Uniti e la Francia a portare una sola prova. Obama e Hollande ne sono stati incapaci, anche davanti ai loro popoli»: Bashar al-Assad rilancia la sua sfida all’inquilino della Casa Bianca e a quello dell’Eliseo, parlando in esclusiva con il quotidiano francese LeFigaro, sulle accuse di attacco chimico nei confronti del suo regime. «Il Medio Oriente è una polveriera», ha aggiunto Assad, e se ci dovessero essere bombardamenti contro la Siria «esiste il rischio di una guerra regionale». In caso di attacco militare contro la Siria, «non bisogna solo parlare della
risposta siriana, ma anche di ciò che potrebbe succedere dopo il primo bombardamento. Ora, nessuno può sapere cosa succederà. Tutti perderanno il controllo della situazione quando la polveriera esploderà. Il caos e l'estremismo si espanderanno. Esiste il rischio di una guerra regionale». Chiunque operi contro gli interessi della Siria e dei suoi cittadini è un nemico», è il monito lanciato dal presidente siriano. «Il popolo francese non è nostro nemico – spiega Assad - ma la politica del suo Stato è ostile al popolo siriano. Nella misura in cui la politica dello Stato francese è ostile al popolo siriano, questo Stato sarà suo nemico. Questa ostilità finirà quando lo Stato francese cambierà politica. Ci saranno ripercussioni, ovviamente negative, sugli interessi della Francia».


Tagliente come al solito il Manifesto di mercoledì 3 settembre, che dedica la copertina alla vicenda siriana titolando Club Mediterranée. Il riferimento è ai due test missilistici che Stai Uniti e Israele hanno condotto nel mediterraneo, manovre militari che puzzano di prove generali di guerra alla Siria.
Obiettivo delle manovre è stato anche quello di ribadire di fronte al mondo che l’alleanza tra Washington e Tel Aviv è inossidabile, scrive il Manifesto, nonostante l’«indecisione» di Barack Obama sui tempi della guerra alla Siria.
Nell’editoriale di Tommaso Di Francesco, il quotidiano sottolinea come tutto si stia giocando sulle pelle dei civili e dei profughi, che vengono invece strumentalizzati per spingere sull’intervento armato come nel caso Kosovo nel 1999.
Quando la Nato attaccò senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza, le vittime erano duemila e i profughi con gli sfollati interni ammontavano a 50mila. Fu l’inizio dei bombardamenti «umanitari». Le distruzioni e gli effetti collaterali, le cluster bomb e i missili, l’uranio impoverito, moltiplicarono il numero delle vittime e centuplicarono quelle dei profughi in fuga da Milosevic, dalle milizie contrapposte ma anche dai raid della Nato.
Oggi le siriane e i siriani in fuga dalla guerra sono un milione e 800mila, solo quelli rifugiati all’esterno in Libano, Iraq e Giordania, mentre i profughi interni, quelli che nemmeno vediamo e che pagano e pagheranno le violenze di tutti, dell’esercito del regime, delle milizie ribelli e dei bombardamenti franco-americani, sono 4milioni e mezzo e probabilmente più disperati di quelli che stanno fuori.
Umanitariamente parlando, non sarebbe meglio occuparsi del destino di questi disperati che Francia e Stati uniti hanno scaricato sulla disprezzata Onu?
«Se vuoi la pace prepara la pace», conclude il manifesto.


Durante le guerre la prima vittima è la verità. Dunque, il gas sui siriani è una prova schiacciante contro Assad o, come dice Putin, è stato usato dai ribelli?
Leggiamo dalla Stampa di giovedì 5 settembre: Sono i ribelli siriani ad aver usato le armi chimiche, e Mosca sostiene di avere le prove dell’utilizzo del sarin contro i militari di Assad. Alla vigilia dell’appuntamento del G20 dove Barack Obama sperava ancora di «far cambiare idea» a Vladimir Putin, il ministero degli Esteri russo lancia ufficialmente l’accusa: il 19 marzo, in un sobborgo di Aleppo, 26 militari e civili sono morti e altri 86 sono rimasti intossicati a seguito dell’utilizzo di un ordigno chimico «costruito artigianalmente con materiali non in dotazione all’esercito siriano». Poche ore prima Putin aveva condizionato il suo appoggio all’intervento contro Damasco a «prove evidenti» dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, e all’assenso dell’Onu, sostenendo che il Congresso non ha il diritto di «legittimare un’aggressione».
Ma intanto è Mosca che sostiene di avere le prove della colpevolezza dei ribelli: il documento, 100 pagine di perizie compiute da esperti russi sui campioni raccolti dai siriani, è stato consegnato all’Onu. E, in attesa delle «prove evidenti» degli americani, Putin ha ripetuto l’ipotesi già ventilata da Mosca nei giorni scorsi che le accuse dell’attacco chimico ordinato da Assad siano «una provocazione dell’opposizione siriana per dare ai suoi protettori il pretesto per intervenire».


Dal Messaggero di venerdì 6 settembre abbiamo selezionato a proposito della crisi siriana un editoriale di Ennio Di Nolfo sui possibili rischi di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.
Leggiamo: Obama si era presentato come il presidente che intendeva restare fedele a una politica di pace e che a questo principio intendeva subordinare anche la propria politica estera. Aveva con questo acquistato un grande prestigio e ottenuto il risultato di circoscrivere il tradizionale antiamericanismo così diffuso nel mondo. Le rivelazioni di Snowden e, più ancora, le oscillazioni verso la guerra civile siriana, culminate nella minaccia di un intervento armato dagli esiti incalcolabili hanno messo in crisi la sua immagine. Hanno inoltre offerto a Putin la possibilità di sfidarlo proprio sul terreno del diritto internazionale, oppure di appoggiarlo, nella ricerca di una mediazione che consenta a Obama di uscire dall’impasse senza dover ricorrere alle armi.
Affermare che tutte queste dispute riproducano un clima da Guerra fredda è però infondato, dice il Messaggero. Sul terreno militare e su quello economico esiste tra i due Paesi una differenza abissale, che consente a Putin di esercitare soltanto un potere internazionale circoscritto e destinato in prevalenza a far crescere il nazionalismo russo.
Secondo la Banca Mondiale, gli Stati Uniti dispongono del 23 per cento del prodotto lordo mondiale; la Repubblica russa del 2,4 per cento. È un rapporto da uno a 9 o 10 che riassume le vere difficoltà strutturali che rendono l’aggressività di Putin più l’espressione di un forte nazionalismo che un pericolo imminente.


Dal Fatto quotidiano di sabato 7 settembre leggiamo degli esiti catastrofici della riunione del G20 a San Pietroburgo.
I presidenti russo Vladimir Putin e americano Barack Obama hanno discusso faccia a faccia della crisi in Siria. Però, non hanno cavato un ragno dal buco. Anzi, con le loro contrapposizioni, hanno spaccato a metà il G20 e alimentato tensioni diplomatiche che rischiano di tracimare in un’azione militare. Il G20 esce annichilito dal Vertice di San Pietroburgo: il conflitto siriano ha quasi cancellato i tradizionali temi economici. L’economista Nouriel Roubini commenta: “Questo non è un G20, ma un G-zero: non sono d’accordo su nulla, la Siria lo conferma”. La dichiarazione finale, non fa menzione della questione che ha focalizzato tutto l’interesse. In un comunicato a parte, 11 dei Venti, fra cui gli Stati Uniti, reclamano una “risposta internazionale forte” contro Damasco, che sarebbe “chiaramente” responsabile dell’uso di armi chimiche il 21 agosto. Ci sono le firme di Arabia Saudita, Turchia, Australia, Canada, Gran Bretagna, Francia e pure Italia e Spagna.
Dei paesi dell'Ue al G20, la Germania è l’unica a non sottoscriverlo. La Merkel si ritrova al fianco di Putin, insieme a Cina, India, Sud Africa, Brasile e tutti i latino-americani. Mosca blocca l’avallo dell’Onu a raid punitivi contro il regime siriano perché non giudica certe le prove a suo carico.
Saltare sul carro del vincitore è difficile, quando tutti sono perdenti. L’Italia prova a tenere il piede in due scarpe: firma il testo ‘pro Usa’, ma – dice il premier Letta - “continua a lavorare perché s’arrivi insieme “alla soluzione che prediligiamo, quella politica”. Un nulla di fatto che meno di così era difficile riuscirci e immaginarlo.


Chiudiamo come di consueto con un settimanale. L’Internazionale pubblica in apertura una poesia di Gianni Rodari, più che mai adatta a questi tempi. Eccola.

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare, 
preparare la tavola, a mezzogiorno. 
Ci sono cose da fare di notte: 
chiudere gli occhi, dormire, 
avere sogni da sognare, 
orecchie per non sentire. 
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte, 
né per mare né per terra: 
per esempio, la guerra.

(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)

#apriteivostriocchi #22_28 luglio #rassegnastampa

Aveva 25 anni, Andrea Antonelli, e una passione che era anche il suo lavoro: la moto. Sono scivolati entrambi sull’asfalto maledetto di Mosca e lì sono rimasti. Lì si è fermata la corsa e il cuore di un campione perché lo spettacolo delle Supersport doveva andare avanti nonostante le secchiate d’acqua e la pista maledettamente bagnata.
Apriamo con la scomparsa di Andrea la rassegna stampa della settimana appena trascorsa. Leggiamo dal Corriere della sera di lunedì 22 luglio, il giorno dopo la tragedia:
La moto ce l’aveva nel sangue, come accade ai campioni. E neppure il papà allenatore di calcio era riuscito a fargli cambiare idea. «Sperava che mi appassionassi al pallone — aveva raccontato Andrea con quell’inconfondibile sorriso pieno d’orgoglio e determinazione — ma quando da ragazzino per la prima volta sono salito in sella di una minimoto non sono più voluto scendere. Allora abbiamo raggiunto un accordo per i weekend: partita la mattina e pista il pomeriggio». Compromesso dimenticato quasi subito: era bastato poco a babbo Arnaldo, professore alla facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Perugia e docente di Teoria e Metodologia dell’Allenamento per la Federazione gioco calcio, a capire che quel figlio era nato per le due ruote e per le corse e aveva iniziato a seguirlo in quell’avventura come un angelo custode.
Leggiamo da Repubblica: «Nessuno di noi pensa di andare là fuori e di morire», disse lo scorso anno Casey Stoner, che da sette mesi ha abbandonato la MotoGp, «altrimenti non riusciremmo neppure ad aprire il gas». «L'unico modo per esorcizzare la paura – disse Valentino dopo la morte di Tomizawa a Misano nel 2010 - è riconoscerla. Da piccolo sei incosciente, pensi solo ad andar più forte che puoi. Solo da grande impari a convivere con il rischio. La paura ti protegge. Ma se ne hai troppa va a finire che non corri più». Conclusione: la paura esiste, la morte no. Non è prevista. Però arriva.
Kato morì nel 2003 a Suzuka. Poi il lutto si prese una lunga pausa. Più prudenti i piloti? Più sicure le piste? Il caso? C’è un amico che corre insieme a te, è dietro di te, ti vede cadere ma è troppo vicino per evitarti. Ed ecco che si torna a morire. Tomizawa travolto, Simoncelli travolto, Antonelli travolto. Accusano la potenza dei propulsori, polemizzano sull’efficienza delle gomme, danno la colpa alla velocità, discutono delle tecniche di guida, delle piste, di chi le gestisce. Gli stessi ingredienti da brivido che esaltano la trama possono anche distruggerla. «Come faccio a impedire a mio figlio di 13 anni di dedicarsi all’unica cosa che ama, anche se è un gioco mortale?». Michael Lenz aveva appena perso suo figlio Peter, 13 anni, a Indianapolis. Come si fa a fermarli? E’ semplice: non si può.


Indignati, in Spagna, ma italiani. Bella gente che coraggiosamente si ribella contro incultura e stereotipi. Dal Fatto quotidiano di martedì 23 luglio apprendiamo dell’esistenza di una catena di ristoranti in Spagna dal nome “la mafia se sienta a la mesa”, la mafia si siede a tavola. Ma dopo il disgusto viene la buona notizia. Scrive Nando Dalla Chiesa: Venerdì 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio: a Granada un gruppetto di giovani italiani, guidato da Antonella De Blasio, una ricercatrice precaria dell’Università di Bologna andata a cercar futuro in Spagna con un master, compie un gesto esemplare, dal sapore risorgimentale. Va davanti a un ristorante appartenente alla nota catena spagnola “La mafia se sienta a la mesa, apologia quotidiana di mafia e boss, con arredi, foto e menu intonati alla bisogna, e affigge alle vetrine le copie di un volantino. Sopra, la foto di Paolo Borsellino e l’immagine della devastazione bellica di quel pomeriggio del ’92. Sotto, le domande che suonano come frustate. “Come fate a mangiare in un ristorante che inneggia a chi ha fatto tutto questo? Non vi fa vomitare?”. In fondo l’invito finale a non frequentare il ristorante finché non avrà cambiato nome, “per rispetto di tutte le famiglie delle vittime”. Firmato: “Un gruppo di italiani indignati”. Quel che colpisce è che a scandalizzarsi e a reagire a un fatto che offende la sensibilità dell’Italia civile siano dei giovani che non hanno alcuna responsabilità di rappresentanza ufficiale del paese. Ha anzi qualcosa di paradossale il fatto che siano i cervelli in fuga, i nostri giovani all’estero, come è accaduto anche a Vienna di fronte alle salsicce “intitolate” a Falcone, a insorgere e a difendere l’onore dell’Italia, benché ne siano stati “traditi” nelle proprie speranze di futuro. Per fortuna ci sono loro: una nuova generazione di emigrati istruiti che ha respirato nelle scuole e nelle università l’edu - cazione alla legalità, che porta con sé un bagaglio di consapevolezze civili e che ha costruito sul serio, e non retoricamente, un proprio pantheon morale.


Ricorderete la tragedia del Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh, un palazzo di 8 piani dove si confezionavano abiti per marchi importanti, come Benetton, Walt Disney e Mango, si è accartocciato su se stesso provocando la morte di 1.200 lavoratori tessili sottopagati. Ora, il Manifesto di mercoledì 24 luglio, ci fa sapere che in agosto ci sarà un incontro che ha lo scopo di riunire le aziende che hanno effettuato ordini ai vari stabilimenti in cui la mancanza di norme di sicurezza ha causato morti e feriti.
Intanto un po’ di strada si è fatta, a partire dall’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh. La tragedia di Dacca contribuì a far firmare a molte aziende (anche italiane) - prima riluttanti - quest’accordo costituito da un contratto vincolante tra 70 marche e rivenditori del settore dell’abbigliamento (di oltre 15 Paesi), sindacati e Ong. L’8 luglio il comitato di direzione dell’«agreement» ha annunciato il piano di avvio della fase esecutiva dell’Accordo Secondo i firmatari, al primo punto c’è la necessità di procedere rapidamente per ridurre i gravi pericoli ai quali sono soggetti i lavoratori nelle aziende coperte dall’accordo. Le prime ispezioni saranno portate a termine in tutte le fabbriche al più tardi entro nove mesi dalla firma. I progetti di rinnovamento e di riparazione saranno messi in atto dove necessari: Ma non tutto è filato liscio: Walmart e Gap, due importanti multinazionali del settore, hanno rifiutato l’Accord on Fire and Building Safety e hanno annunciato un loro piano con un programma di ispezioni che – secondo la campagna internazionale CleanClothes (in Italia «Abiti puliti») «va ad aggiungersi alla lunga lista di interventi inefficaci propagandati per anni».


Il Mediterraneo in fiamme e le l’europa guarda altrove. Dal Corriere della sera di giovedì 25 vi proponiamo un’analisi su quanto sta accadendo in Egitto e dintorni. Perché noi non vogliano restare indifferenti di fronte all’instabilità e alle tragedie dei nostri vicini di casa.
Leggiamo: l’Egitto è a un passo dalla guerra civile. La Libia, probabilmente, non ne è ancora uscita (e non parliamo della Siria). Anche dalla Tunisia arrivano segnali inquietanti: il fronte laico va riorganizzandosi per rovesciare il governo di Ennahda, non si capisce se pacificamente, cercando di ricreare lo spirito e l’entusiasmo della Rivoluzione dei Gelsomini, o con un colpo all’egiziana, facendo leva sull’esercito. La sponda sud del Mediterraneo, il coinquilino più stretto dell’Unione europea, vive, ormai da mesi, una condizione di conflitto permanente. L’Europa, però, non sembra allarmarsene. Forse perché gli interessi economici vitali, fornitura di gas e petrolio in testa, appaiono in sicurezza. Il caso libico è esemplare: la piena conferma dei contratti con le grandi multinazionali, Eni compresa, è l’unica certezza in un Paese lacerato dai conflitti tribali e ancora lontano da una qualche stabilizzazione.
In conclusione: Sta per scorrere altro sangue in Egitto. Di fronte a un’Europa indifferente o incapace di andare oltre lezioncine di democrazia formale non richieste e, soprattutto, non ascoltate dai governanti del Cairo, come di Tunisi, Tripoli, Damasco.


Settantesima mostra del Festival del cinema di Venezia dal 28 agosto al 7 settembre. Tante le novità e le apprendiamo dal Messaggero di venerdì 26 luglio.
Venezia abbatte gli steccati e mette due documentari in concorso. Pare che per sceglierli ne abbiano visionati 3470: ci sarà pure la crisi, ma nel mondo non si smette di fare cinema. I due documentari sono Il sacro Gra di Gianfranco Rosi, affresco della Roma marginale vista dal Raccordo Anulare, e The Unkown Known: the life and times of Donald Rumsfeld di Errol Morris, un ritratto dell’ex ministro della difesa americano.
Quanto agli altri titoli pronti ad inseguire il Leone, tre sono italiani: a parte Rosi, sono in concorso L’intrepido di Gianni Amelio con Albanese e Via Castellana Bandiera, esordio cinematografico della regista teatrale Emma Dante anche protagonista con Alba Rohrwacher. Ma i film tricolori in totale sono ventuno mentre gli americani ammontano a 19 e a dieci i francesi.
L’idea di “ricaricare” il cinema percorre l’intero festival. Pochi nomi altisonanti, in concorso e non, ma una gran voglia di rimescolare le carte e scovare il talento nei luoghi più diversi. Nel cinema d’autore come in quello di genere. Nei film per le grandi platee e in quelli che elaborano, provocano, scuotono le nostre aspettative.


Finanziamenti collettivi via internet. Ne avete sentito parlare? Avete mai partecipato a un crowdfunding, in pratica a una colletta dell’era digitale? Ebbene, il fenomeno sta prendendo piede tanto che la Consob, l’autorità di controllo sulla Borsa, ha stilato un regolamento. Così l’Italia diventa il primo paese in Europa e uno dei primi nel mondo a regolare il tema, anche se sulle nuove regole, le perplessità tra i pionieri del settore sono molte.
Leggiamo dal quotidiano La Stampa di sabato 27 luglio: arriva in Italia il regolamento Consob sul finanziamento delle start-up col «crowdfunding». I cittadini potranno finanziare le nuove imprese innovative che abbiamo determinati requisiti. «Crowdfunding» e «crowdsourcing» sono due tra le parole più di moda del momento. Indicano, rispettivamente, finanziamenti o contributi di altra natura provenienti da semplici individui (crowd, ovvero, la folla). ma se entrambe le parole hanno solo pochi annidi vita (sono state coniate nel 2006), i due concetti sono antichi di secoli.
Eppure rispetto al passato qualcosa di nuovo c’è davvero e quel qualcosa è, come spesso capita in questi anni, una conseguenza della rivoluzione digitale. Grazie a Internet, infatti, raccogliere sia fondi sia contributi di altra natura (purché rappresentabili sotto forma di bit) è diventato immensamente più facile. E’, infatti, diventato più facile comunicare, raccogliere i contributi e restare in contatto con i contributori. E’ diventato più facile comunicare che cosa si chiede e perché lo si chiede: basta un sito web, magari arricchito da video accattivanti. E’ diventato più facile ricevere i contributi: per i soldi basta saper accettare carte di credito o bonifici, mentre per i contributi basta la posta elettronica, un «wiki» o una cartella condivisa. E’ diventato più facile rimanere in contatto con la comunità dei contributori: basta un sito web o anche solo Facebook. Processi vecchi di secoli vengono dunque fortemente democratizzati, permettendo a chiunque in grado di usare con un minimo di abilità la Rete di chiedere a una platea potenzialmente mondiale aiuto per la realizzazione di un proprio progetto.


Già con le valigie sul letto, chiudiamo la nostra settimana e il nostro luglio con il “gusto delle vacanze” un articolo tratto dal settimanale Internazionale. Leggiamo: Le vacanze sono l’oppio dei popoli. Dire questo non significa sminuire quel momento di riposo che tutti aspettiamo con ansia. Perché l’oppio può essere molto utile, e anche necessario in certe situazioni. Per esempio, un ridimensionamento della nostra vita, detto anche tagli di bilancio. O la routine di un lavoro senza senso per uno stipendio da fame. O quando dobbiamo sopportare politici corrotti, cinici e arroganti senza avere alternative. Per non citare l’ennesimo fallimento sentimentale o la quotidiana guerriglia familiare.
Vediamo questo scampolo di tempo tutto per noi come una ricompensa per i dispiaceri della vita quotidiana. Finalmente usciremo dal regno della necessità per entrare in quello della libertà, dove potremo abbandonarci alle nostre perversioni, come fare la siesta o ubriacarci, a seconda dei gusti. Riposarci, rinnovare il corpo e lo spirito, riconsiderare scelte di vita, passare il tempo con i nostri cari, viaggiare verso nuovi orizzonti e condividere culture. Durante le vacanze tutto è possibile, sono un momento di rigenerazione grazie al quale sopportiamo l’oggi nella speranza del domani.
Tuttavia, l’autore dell’opinione pubblicata su Internazionale, il professor Manuel Castells mette in guardia: Il fatto è che le vacanze come evasione da quello che siamo partono da un presupposto sbagliato: che se ci lasciano tranquilli possiamo reinventarci la vita. Purtroppo, però, siamo come siamo, e anche se usciamo dalle scatole in cui ci hanno chiuso le regole e le imposizioni del mondo in cui viviamo, siamo comunque stati condizionati per vivere nelle scatole.
E quindi, come se ne esce? Se esercitiamo ogni giorno il nostro diritto alle vacanze, che possono essere molto attive se facciamo quello che ci interessa, quando arriveremo alla parentesi estiva ce la godremo senza isterismi. Prenderemo tutto con filosofia perché il piacere lo abbiamo già dentro. E allora sì che inaleremo una deliziosa boccata di quell’oppio e assaporeremo il gusto inebriante della libertà. 
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)

#aprite i vostri occhi #15_21 luglio #rassegnastampa

Per la serie “paradossi d’Italia”, iniziamo la rassegna della settimana con il Fatto quotidiano di lunedì 15 luglio che dopo lo scoop sull’Ilva torna sulle polemiche scatenate da una relazione del commissario straordinario, Enrico Bondi. Parliamo dell’uomo che per volere del governo dovrebbe vigilare sul rispetto di sicurezza e ambiente da parte dell’Ilva. Ecco, quest’uomo ha inviato al presidente della Regione Puglia una perizia nella quale si dice che i tumori a Taranto sono causati dal fumo, dall’alcool e dalla povertà. Insomma, la fabbrica non c’entra niente.
A questo punto, racconta il Fatto, il ministro dell’ambiente del governo Letta, Andrea Orlando, ha deciso di “approfondire i risultati” della consulenza tecnica, ma mentre faceva questo aveva pensato bene di nominare nel comitato di esperti che dovrà affiancare Bondi e il sub commissario Edo Ronchi, un ex direttore Ilva. Tal Francesco Chindemi, attualmente imputato in un processo con l’accusa di omicidio colposo per la morte di 11 operai deceduti per mesotelioma pleurico contratto, secondo il pm Raffaele Graziano, a causa dell’esposizione all’amianto presente in fabbrica. Una nomina poi cambiata all’ultimo minuto.
Leggiamo infine le parole di Patrio Mazza, Primario di Ematologia dell'Ospedale Moscati di Taranto: “Io ho fatto almeno dieci perizie su operai, dirigenti dell'Ilva malati o morti di leucemia e a tutti è stato riconosciuto il risarcimento a seguito della causa-effetto tra malattia e lavoro. A Taranto da giorni l'aria è divenuta ancora più irrespirabile, non scaricano più dal camino alto, ma a bassa quota così i fumi non si vedono ma si sentono” e conclude: “Non so per conto di chi parli Bondi, crede di parlare a degli incapaci di intendere e di volere”. Il danno e la beffa. Questa è la canzone del fumo dei 24 grana.

Siamo a martedì 16 luglio e mentre l’Italia colleziona l’ennesima figuraccia davanti al mondo, a seguito dell’espulsione di moglie e figlia di un dissidente kazako che avevano trovato rifugio in Italia, spunta fuori che tutta la manovra potrebbe essere stata orchestrata da Berlusconi per fare un favore al presidente kazako Nazarbaev. La vicenda, che avrete sicuramente seguito, è intricata, avrebbe potuto costare la vita del governo Pd-Pdl che invece si è salvato perché il parlamento ha rinnovato la sua fiducia al ministro dell’interno Alfano.
E’ dal Corriere della sera di martedì che leggiamo di un presunto incontro tra Berlusconi e il presidente kazako in Sardegna, comunque smentito da Palazzo Grazioli. Ma insomma i dubbi restano. Vediamo: non tutto il mistero su ciò che è accaduto i primi giorni di luglio nella grande villa che si affaccia sul promontorio di Punta Aldìa (20 chilometri a sud di Olbia) si è dissolto. Nazarbaev era lì con la sua famiglia e una scorta di almeno 30 uomini. Ci è rimasto una settimana ed è ripartito proprio mentre esplodeva il «caso Shalabayeva». Lo hanno visto tanti, turisti e residenti, mentre andava e veniva fra la villa e uno yacht di 70/80 metri, su tre mastodontici tender/gommoni, uno per la famiglia e gli altri due per gli addetti alla sicurezza. E altrettanti hanno visto per qualche giorno un inusitato apparato di sicurezza (in particolare il pomeriggio del 6 luglio) intorno al complesso residenziale H2O, in particolare vicino alla villa di Ezio Maria Simonelli, professionista con studio commerciale e tributario con incarichi nella galassia di società del gruppo Fininvest-Mediaset-Mondadori: carabinieri, polizia e persino rinforzi dell’apparato privato di sorveglianza del villaggio. Il pomeriggio del giorno 6 nella villa che ospita Nazarbaev c’è una festa, discreta. Poche decine di invitati, compreso «un personaggio molto importante». Un elicottero di colore chiaro prende terra nel parco della villa e chi appare? «Era proprio lui, Berlusconi». Fra gli uomini di sicurezza e i pochissimi non kazaki presenti alla festa, c’è chi non tiene il segreto e qualche giorno dopo nel porticciolo di Punta Aldìa e nei bar della vicina San Teodoro si straparla del «vertice».
Della vicenda si parlerà ancora molto. Ma ancora una volta si dimostra chi è il vero burattinaio della politica italiana. 
Con la cattura di Zeta 40 finisce la fuga del re dei narcos messicani di quelli terribili che controllano l’80% del territorio delle città causando morti e desaparecidos schiavi dei narcotrafficanti. Dal quotidiano La Stampa di mercoledì 17 luglio ne leggiamo la storia per inquadrare le dimensioni del problema.
A quarantatré anni di età, Miguel Angel Treviño ha un pedigree criminale come pochi altri al mondo. Nato in una famiglia di piccoli commercianti di Nuevo Laredo, vive per un periodo a Dallas, in Texas, dove impara l’inglese. Dopo un apprendistato in una gang locale, entra negli Zetas, a quel tempo alleati del Cartello del Golfo, con la tessera numero 40 (per questo è noto come Z40). Treviño non proviene dall’esercito, come gli altri comandanti di questo gruppo di rinnegati che disertarono nel 1999. Eppure i suoi contatti al di là del confine, l’inglese impeccabile e la ferocia ne fanno un elemento di spicco dell’organizzazione. Treviño firma le esecuzioni con una tortura di sua invenzione, bruciando vive le sue vittime in un barile di benzina. Allo stesso tempo, sotto la sua leadership, gli Zetas ampliano il raggio d’azione, oltre il traffico di droga: chiedono il pizzo, controllano il mercato dei rapimenti e soprattutto quello dei clandestini che cercano di attraversare il Rio Grande per entrare negli Stati Uniti. Treviño è accusato tra l’altro di aver rapito e ucciso 265 migranti che (in episodi diversi) si erano rifiutati di trasportare droga o di pagare la «tassa» agli Zetas.
Questo arresto segna il primo risultato tangibile della nuova strategia del presidente Enrique Peña Nieto. Il suo predecessore aveva mobilitato l’esercito nella lotta al narcotraffico. Molti analisti concordano nel ritenere che quell’approccio sia alla base dell’escalation della violenza degli ultimi anni, che ha fatto dal 2007 circa 70.000 morti. L’esercito ingaggiava vere e proprie battaglie campali con i narcos, i quali erano ben equipaggiati e in grado di rispondere al fuoco. Inoltre, i cartelli possono contare su una vasta mano d’opera di disperati pronti a tutto in Guatemala e Ecuador. L’esercito non aveva la struttura di intelligence per portare a termine operazioni mirate a catturare i capi e quindi faceva arresti indiscriminati. E così negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale il numero di vittime innocenti e gli abusi dei diritti umani.
La cultura italiana piange la scomparsa di un grande scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, paroliere. Se n’è andato Vincenzo Cerami che nel cinema ci ha lasciato un gioiello prezioso firmato con Roberto Benigni, la vita è bella. Noi lo ricordiamo leggendo un testo firmato dallo stesso Cerami ripubblicato dall’Unità di giovedì 18 luglio intitolato Tempo.
Non esiste concetto più fuori del tempo che il tempo stesso. È la quarta dimensione, è misura della mobilità, strumento per descrivere l’evoluzione, è senso della durata, tappa di un percorso, un passaggio, un ritmo musicale, un’indicazione metereologica, è un’età. Le sue coordinate fondamentali si trovano soprattutto nel calendario e nell’orologio, e nell’andare di un nuvolone. Dove c’è un prima e un dopo, cioè in una qualsiasi storia, fa da padrone il tempo. Nella stessa idea di vita è implicito il concetto di tempo. Quando Dio creò il tempo non badò a spese. Per chi ha molto da fare ce n’è poco e per chi insegue un desiderio ce n’è troppo. Gli uomini dicono che il tempo passa, ma il tempo risponde che sono gli uomini a passare. Il tempo è fermo e immobile nel tempo, come un totem.Quanta infelicità in chi combatte contro di lui! E pensare che molte persone ne perdono tanto, e spesso lo buttano via. Ma non è importante perché oggettivamente non esiste: c’è quello che non passa mai e quello che vola, quello del fare e del disfare, dell’amare e dell’odiare, della pace e della guerra. Quello del ridere e del piangere. C’è il tempo di cominciare, e di chiudere. Finalmente si parte, finalmente si arriva. Un’azione o un discorso che iniziano fatalmente prevedono una fine. Nascere è già morire. Arriva sempre un giorno in cui l’avvenire comincia a chiamarsi passato. Il tempo ha il sapore del sale, come il mare che non si ferma mai e come le nostre lacrime.
L’Italia non è un paese accogliente. Non solo gli immigrati che arrivano qui con la speranza di una vita migliore hanno la sfortuna di incappare nei nostri politici. Oltre al danno, pure la beffa. Devono conoscerli per forza! Altrimenti le conseguenze potrebbero essere pesanti.
Prendiamo il caso di un ghanese che vive da 16 anni in Italia. A Pordenone. Pur avendo tutte le carte in regola, gli viene negata la cittadinanza italiana perché non sa chi siano Alfano, Berlusconi e compagnia bella. Il Fatto quotidiano di venerdì 19 luglio ci racconta del surreale e kafkiano parere con cui l’Ufficio Immigrazione della Questura di Pordenone, lo scorso gennaio, ha negato la naturalizzazione di un immigrato che “conosceva i nomi di Monti e Napolitano, ma non di Ciampi”.
La relazione, trasmessa alla Prefettura perché finisca al Ministero dell’Interno, mette fine alle speranze di Addai Richie Akoto, operaio, padre di quattro figli in Italia da 16 anni. A sentire tutta la storia non ci sono dubbi, è un perseguitato politico. Ma non dalle autorità del Ghana, da cui è scappato nel 1997 passando per la frontiera di Ventimiglia, quanto da quei politici che distrattamente vede in tv.
Il rapporto, che è un atto interno, riporta un casellario giudiziale intonso, un quadro sociale sereno. Vive in appartamento “per il quale versa un affitto di 650 euro” con tre figli e la moglie, tutti cittadini stranieri regolarmente soggiornanti. Versa anche 180 euro al mese per la stanza della figlia che frequenta Geologia a Trieste. Quei soldi Addai se li suda e lo zelante estensore lo scrive pure: dal 2004 è assunto a tempo indeterminato all’Electrolux di Porcia, cuore industriale di Pordenone alle prese con 150 esuberi e con cassa e mobilità in scadenza a fine mese. Se perde il posto, lui rischia l’espulsione con tutta la famiglia. Non conta. Il dirigente vuole invece accertare, come impone la legge, il suo livello di preparazione linguistica e culturale. Addai parla e legge l’italiano e “comprende anche le parole più complesse”. Evviva, e allora? “Tuttavia ha una conoscenza storica, geografica e delle Istituzioni del nostro paese non sufficiente, confusa e lacunosa”. “Conosce il Parlamento e le due camere,(..) alcuni partiti principali, ma ha sbagliato i leader del Pdl, non conosce Grillo né Casini e Di Pietro”. Inaccettabile: “si esprime parere sfavorevole”. Così un dirigente ha deciso il destino di un aspirante italiano e chissà quanti altri. Almeno fino a luglio, quando il Ministero è ricorso a più miti consigli, anche grazie a un’interrogazione parlamentare di Sel sull’anomala parsimonia nelle concessioni.
Per inciso: La figlia ha rivolto le stesse domande fatte al padre ai passanti, che non hanno saputo rispondere. Qualcuno revocherà loro la cittadinanza italiana? 

Con il manifesto di sabato 20 luglio ci spostiamo in Medioriente con una notizia che apre uno spiraglio nella lunga guerra seguita all’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Leggiamo: Esercitando pressioni fortissime su Abu Mazen e offrendo, ma solo a parole, alcune delle garanzie richieste dai palestinesi, il Segretario di stato americano John Kerry è riuscito alla sesta missione in Medio Oriente a raggiungere il suo obiettivo dichiarato: la ripresa del negoziato bilaterale israelo-palestinese. «Se tutto va come deve», la ripresa dei colloqui sarà a Washington, dove la settimana prossima sono attesi i negoziatori delle due parti, ha annunciato Kerry.
Secondo le scarne informazioni divulgate da parte palestinese, il nodo della questione era rappresentato dalle linee armistiziali antecedenti la guerra del 1967 che - nella visione palestinese - dovranno essere necessariamente il punto di partenza di future trattative di pace. Ma Israele si oppone. Si dice disposto a «parlare di tutto» al tavolo dei negoziati, ma senza «puntelli» iniziali. Un’altra questione è la scarcerazione di un certo numero di prigionieri politici palestinesi. Secondo indiscrezioni Kerry avrebbe promesso ad Abu Mazen che ne saranno liberati 350, molti dei quali condannati a lunghe pene detentive, ma non si sa se ci sia un assenso del premier israeliano Netanyahu. Appare improbabile che tra i detenuti da liberare venga inserito anche Marwan Barghouti, popolare leader di Fatahe «comandante della seconda Intifada». I palestinesi da anni insistono per rivederlo libero. Netanyahu è fortemente contrario alla sua scarcerazione.


Visto che Aprite i vostri occhi si occupa di stampa, chiudiamo questa settimana con un articolo pubblicato sul mensile Focus Storia di agosto dal titolo Maledetti libri, che narra della rivoluzione del 400 vissuta grazie all’invenzione della stampa, tanto simile alle rivoluzione digitale dei nostri giorni. Leggiamone un brano: "La stampa? E' una malafemmina: lusinga gli uomini per denaro, corrompe gli innocenti. Solo la scrittura è pura. I caratteri stampati sono invece volgari e altrettanto si può dire degli stampatori, gentaglia che ingurgita vino e russa beatamente tra le ricchezze accumulate in quel modo vergognoso". L'opinione durissima è quella di un frate domenicano, Filippo da Strada, che nella Venezia di fine 400 osservo esterrefatto l'affermarsi della stampa a caratteri mobili e la conseguente fine del suo mono, quello degli amanuensi. Provò a ribellarsi, con invettive e appelli al doge, chiedendogli di coprirsi di gloria sradicando per sempre quel sudicio vizio. "La scrittura è pura se praticata con la penna, è meretrice quando viene stampata", scriveva Filippo. 
Gli stessi toni dell'anatema che risuonano nei confronti del libro elettronico e della rivoluzione digitale.
Finiremo all'inferno. Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel

#aprite i vostri occhi #8-14 luglio #rassegnastampa

La nostra settimana di fuoco inizia con un reportage tratto dal Fatto quotidiano di lunedì 8 luglio. Non ci resta che piovere. 
L’ultimo provvedimento del governo Monti controfirmato dal suo successore Letta prevede il dimezzamento della flotta di mezzi antincendio, i CANADAIR. Si risparmia sulla nostra pelle e sull’ambiente in un paese come l’Italia che è il terzo in Europa per numero di incendi. Solo nel 2012 sono stati ben 8700 e in 6 casi su 10 di origine dolosa.
E’ uno degli ultimi provvedimenti del governo Monti: dimezzare la flotta antincendio della protezione civile. I mezzi chiamati a spegnere gli incendi, questa estate, passano da 30 a 15. Motivo: mancanza di fondi. Non solo. Il controllo della flotta – che dal 2010 a oggi è passato di mano per tre volte – finisce ai vigili del fuoco che hanno già le casse ridotte all'osso. Una speranza: affidarsi al destino, sperare che non ci siano piromani scatenati, augurarsi un'estate piovosa e chi più ne ha più ne metta. 
La comunicazione, come tutte quelle scomode, è passata quasi in silenzio. E in tutto ciò, restano in ballo gli F35 per combattere nemici finora inesistenti. E pensare che con un decimo di quelle risorse si potrebbe creare la migliore flotta anti-incendio del mondo, che il casco di un F35 costa quanto centinaia di caschi dei pompieri (come hanno ricordato i sindacati di base che hanno protestato a Novara). Peraltro, ricorda il Wwf, dietro a ogni incendio ci sono interessi economici, e sopravvive la criminalità. E quello il governo ha appena convalidato per decreto è senza dubbio una rinuncia a combatterla la criminalità.


“Roma provincia calabra”, è il titolo di un pezzo apparso sull’Unità di martedì 9 luglio, che dà conto di una realtà inquietante: la Capitale è il luogo dove la ‘ndrangheta ripulisce il suo denaro al punto che, sulla base di alcune indagini, emergerebbe una suddivisione della città per clan e per tipo di business.
Gran parte del tesoro della ’ndrangheta ripulito a Roma è ancora da scovare, nonostante l’ennesimo, clamoroso esito dell’indagine della Direzione Investigativa Antimafia sulla reale proprietà del lussuoso Grand Hotel Gianicolo, tra i più belli di Roma, con vista mozzafiato sulla Basilica di San Pietro. Un ex-convento venduto nel ’99 dalla Curia Romana, a quanto emerso, inconsapevolmente, alla mafia calabrese, nello specifico al clan Saccà di Gallico, nel Reggino, cosca legata ai più potenti Alvaro, della piana di Gioia Tauro, e diventata famosa nella Capitale per essersi accaparrata anni fa il Cafè de Paris in via Veneto. 
Anche in quel caso i proprietari del luogo simbolo della Dolce Vita erano personaggi residenti da tempo nella Capitale che dietro uno stile di vita medio borghese in realtà, stando alle ipotesi investigative, si prestavano a lavare soldi sporchi di sangue arrivati dalla punta dello Stivale, dove la ‘ndrangheta paralizza l’economia locale, chiede il pizzo e controlla militarmente il territorio. Soprattutto attraverso la gestione del business criminale mondiale di cui, a parere degli esperti, proprio le cosche reggine sono divenute monopoliste: il traffico internazionale di stupefacenti. 
Una leadership sviluppata grazie ai rapporti diretti che i calabresi vantano con i narcos sudamericani e grazie all’elevato grado di controllo che le cosche hanno del porto di Gioia Tauro, da dove arrivano i container delle traversate intercontinentali. 
E Roma da sempre, fin dai tempi della banda della Magliana, è una grande piazza dello spaccio ma è anche il luogo dove si possono investire milioni di euro, vista la ricchezza del patrimonio immobiliare e commerciale e anche per via dell’allargamento costante della sua popolazione oltre il Grande Raccordo Anulare. Peraltro, la capitale è un luogo dove le mafie del sud, hanno sempre trovato il proprio ruolo e i propri spazi nonostante la presenza di una vivace malavita romana: essa è infatti è radicata sul proprio territorio,ma piuttosto che orientata verso il riciclaggio di grossi capitali è dedita ad attività tradizionali quali l’usura, il gioco d’azzardo e ovviamente il traffico degli stupefacenti, un affare in cui la mala romana ha sempre lavorato a fianco dei siciliani, dei calabresi e dei camorristi napoletani, anche se certamente oggi come in passato è arrivata a volte a collisione con gli interessi degli altri come dimostrano le gambizzazioni e gli omicidi in stile mafioso che avvengono a Roma da quindici anni a questa parte. 
Dal Manifesto di mercoledì 10 luglio leggiamo un’analisi che riguarda l’industria dei cosiddetti elettrodomestici bianchi, una volta fiore all’occhiello del made in Italy, che oggi fa i conti con una crisi nera, come dimostrano gli oltre 1400 esuberi di personale annunciati dalla Indesit.
Nonostante le difficoltà degli ultimi tempi, il settore impiega ancora oggi 130mila addetti ed appare al secondo posto, dopo l’auto, nella classifica delle attività manifatturiere più importanti del nostro paese. Ma, come quello dell’auto, è a rischio estinzione. I processi di globalizzazione e di evoluzione tecnologica, l’evoluzione dei mercati internazionali, le debolezze e i ritardi delle strategie imprenditoriali nazionali, la mancanza di politiche industriali adeguate alla sfide del presente, hanno costruito una miscela che potrebbe rivelarsi esplosiva.
I volumi produttivi del settore in Italia sono stimati a fine 2012 in 14 milioni di pezzi, meno della metà dei 30 milioni raggiunti nel 2002. La pesante riduzione dipende in parte dalla saturazione del mercato e dalla crisi, e dipende inoltre dalla progressiva dislocazione delle fabbriche verso l’Est Europa alla ricerca di costi più bassi del lavoro e di prossimità ai grandi centri di consumo.
I big coreani, Samsung e LG, hanno collocato i loro impianti europei in Polonia, mentre la cinese Haier ha varato uno stabilimento nella Repubblica Ceca. Si teme che gli impianti di altri produttori ora collocati in Italia facciano la stessa fine. Su un totale di 490 milioni di pezzi usciti dalle linee nel 2012 a livello globale, le imprese cinesi ne producono circa 250 milioni di unità.
Anche a livello di imprese, il tradizionale dominio statunitense ed europeo, con qualche presenza giapponese viene sostituito dalla crescente penetrazione di quelle coreane e cinesi che tendono a conquistare i primi posti nella classifica dei produttori.
E in tutto ciò l’Italia cosa fa? Sta a guardare. Debole è la politica, diciamo noi, e debole sarà il tessuto produttivo. Indesit e i suoi esuberi annunciati sono lo specchio di questa situazione ormai sempre più difficile da gestire. 

La questione degli abusi sessuali sui minori da parte dei preti cattolici finirà per la prima volta sul tavolo dell’Onu. Servirà? Si, no, forse ma è un fatto che la Commissione per i Diritti dei Bambini dell’Onu ha chiesto alla Santa Sede di fornire dettagli riguardo alle centinaia di casi di pedofilia e abusi sessuali da parte del clero. Leggiamo dal Fatto quotidiano di giovedì 11 luglio: la richiesta arriva all’indomani della decisione di stabilire una data per l’audizione di rappresentati vaticani presso la stessa Commissione. La data stabilita è gennaio 2014, il luogo è la città svizzera di Ginevra, una delle sedi principali della stessa Onu.
La notizia è stata diffusa dal sito web del Guardian. Gli anglosassoni sottolineano come si tratti della prima volta che una richiesta così ampia e circostanziata viene formulata da un dipartimento dell’Onu. E si tratta anche della prima volta che il problema si presenta in questi termini da quando papa Francesco è stato eletto. In un passaggio del documento, disponibile online, si legge: “Alla luce del riconoscimento da parte della Santa Sede della violenza sessuale contro bambini commessa da membri del clero… e considerata la scala degli abusi, chiediamo di fornire dettagli di tutti i casi… di cui la Santa Sede sia venuta a conoscenza”.
Le richieste di fare chiarezza riguardano casi specifici: dalle omissioni e coperture delle gerarchie ecclesiastiche circa le violenze alle intimidazioni subìte dalle vittime. La Commissione chiede inoltre ai rappresentati vaticani di specificare come la Chiesa ha condotto le indagini sui casi di pedofilia e perfino se le vittime degli abusi abbiano ricevuto la dovuta assistenza legale o la giusta compensazione economica. 

Dalla Repubblica di venerdì 12 luglio abbiamo scelto di raccontare una storia di ordinaria follia militarista. Nell’eterno conflitto tra Israele e Palestina a farne le spese questa volta, o forse dovremmo dire anche questa volta, è un bambino di 5 anni, palestinese, arrestato dai militari israeliani per aver tirato una pietra contro coloro che occupano il suo territorio.
Leggiamo: Ora, viene da sorridere a pensare come Waadi, che non arriva neanche alle ginocchia dei soldati che lo circondano, possa aver rappresentato una minaccia qualsivoglia alla sicurezza dello Stato ebraico. Ma il bimbo, spiega l’ufficiale ai pochi passanti che notano la scena e si avvicinano, ha tirato una pietra contro la macchina di un colono (colpendo una ruota) e va deferito (cioè consegnato) alla polizia palestinese per i dovuti provvedimenti. Waadi intuisce, si dispera.
I soldati insistono nella loro decisione di trasferire il bimbo alla polizia palestinese. Il padre obbietta: «Ma ha soltanto cinque anni»! Niente da fare: se non ubbidisce agli ordini, anche il padre Karam sarà arrestato. Ora la scena cambia. Padre e figlio stati portati alla base militare israeliana di a-Shuhada.
Karam ha gli occhi coperti da una benda chiara e le manette ai polsi, come fosse sospettato di chissà quale atto di violenza anti israeliana. Waadi gli siede accanto. Insieme, essendo Karam sempre bendato e ammanettato, vengono accompagnati al posto di blocco del Dco, l’Ufficio di coordinamento, dove ad un certo punto arriva un colonnello israeliano. Il quale, rivolto ai suoi uomini, si lancia in una reprimenda: «Voi state danneggiando la nostra immagine».
Non che lo sfiori il sospetto che il fermo, sia pure temporaneo, di un bimbo sia illegale, ma solo perché «in presenza della telecamere, i palestinesi arrestati debbono essere trattati bene». Karam e il piccolo Waadi vengono consegnati alla polizia palestinese che li rilascerà subito dopo. 

Malala ha 11 anni, è pachistana e ha rischiato di morire solo perché, come tutte le ragazze della sua età, vuole andare a scuola, e dunque si è ribellata al divieto imposto dai talebani nel 2009 alle bambine e alle ragazze della valle di Swat, nel nord del Pakistan. Malala è viva per fortuna, si è salvata, e ha fatto un discorso all’ONU seguito in tutto il mondo. Un discorso da 11enne ma con una forza comunicativa da far impallidire i leader politici. Dal Corriere della sera di sabato 13 luglio ne leggiamo alcune parti:

"Cari amici, il 9 ottobre del 2012 i talebani mi hanno sparato alla tempia sinistra. Hanno sparato anche ai miei amici. Pensavano che i proiettili potessero zittirci. Ma hanno fallito. Da quel silenzio si sono alzate migliaia di voci. I terroristi pensavano di poter cambiare le nostre intenzioni, di poter frenare le nostre ambizioni, ma nulla è cambiato nella mia vita, eccetto una cosa: la debolezza, la paura e la disperazione sono morti. Al loro posto sono nati la forza, l’energia e il coraggio (...)
E ancora: Care sorelle e cari fratelli, realizziamo l’importanza della luce quando vediamo il buio. Realizziamo l’importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Nella stessa maniera, quando eravamo a Swat, nel nord del Pakistan, abbiamo realizzato l’importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto i fucili (...) Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell’istruzione li spaventa. Hanno paura delle donne, e del potere della loro voce (...)
Le nostre parole possono cambiare il mondo, e allora impegniamoci in una lotta contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo, e prendiamo in mano le nostre penne e i nostri libri. Sono molto più potenti delle armi".


Chiudiamo la settimana con il rock, in particolare con un’intervista apparsa sul settimanale l’Espresso a due componenti storici dei Deep Purple, Ian Gillan e Ian Paice che stanno arrivando in Italia per presentare il loro ultimo disco. Leggiamo: Mister Gillan e Mister Paice, voi siete tra i pochi che possono rispondere a una domanda epocale: che cos’è il rock? 
«Forse è la domanda più difficile che ci si possa rivolgere. Il rock non è definibile, è una cosa che senti. Nel 1969, era agosto, con Glover, Blackmore e Lord, facemmo il primo concerto insieme. Avevamo le lacrime agli occhi, solo in quel momento capimmo che eravamo un gruppo rock. Già avevamo suonato con altre formazioni, lo facevamo da cinque anni, ma non ci eravamo mai sentiti così. È alchimia, è un modo preciso di stare insieme. Per questo i super gruppi non funzionano a lungo. Sarebbe come fare una squadra di calcio di soli fuoriclasse: se non si crea alchimia, è un fallimento». 
Dunque – GLI SI CHIEDE - il rock è una questione di approccio, non di suono? «Sì. Anche l’aspetto della ribellione non ha a che fare con la trasgressione. Si è ribelli nel senso che si vuole portare una propria idea, non bisogna necessariamente distruggere tutto. Si deve essere originali, i primi a fare qualcosa. Il rischio per un giovane che comincia a fare musica è che imiti i suoi eroi, perdendo la propria personalità».

Un consiglio da seguire assolutamente. 
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channe)