Dal Fatto di lunedì 9 settembre, abbiamo selezionato un'intervista allo scrittore cileno Luis Sepùlveda. L’autore di romanzi meravigliosi, come “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” e “La gabbianella e il gatto” è un sopravvissuto al golpe in Cile dell’11 settembre 1973 di cui ci parlerà Graperhood nell’Almanacco dei giorni di ieri.
Il giorno del colpo di stato in Cile, Sepulveda aveva 23 anni, ma quel giorno segnò improvvisamente la fine della giovinezza.
Cosa ricordi di quelle ore? "È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e doloroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole, con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di settembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una sorta di premonizione del tempo che si avvicinava". La cornice al dramma... "I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho incontrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scomparsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11 settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta". Improvvisamente adulto, cosa hai fatto? "Sopravvivere. Organizzare la resistenza, il movimento popolare. Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente Nixon decise di eliminare il governo come una questione personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la controrivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di criminali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore". Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una considerazione realista o portava anche un senso di sconfitta? "No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e, dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena capitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca, mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28 anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi resta tempo per vivere".
Dopo cinque mesi di prigionia in Siria, Domenico Quirico è tornato a casa. Dopo cinque mesi di silenzio, il giornalista è un fiume in piena ed è emozionante leggerlo sulla Stampa di martedì 10 settembre. Pagine e pagine di racconti, dalle quali leggiamo alcuni brani. Comunque la pensiamo, è il diario di un’esperienza che ci ha coinvolto. Intanto la guerra civile va avanti e la popolazione civile ne fa le spese.
Scrive Quirico: La notte era dolce come il vino: l’8 aprile ad al Qusayr, Siria, per raccontare un altro capitolo della guerra siriana,dove la Primavera della rivoluzione sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo.E invece sono stati 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti.
Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.
Una volta ho parlato con Georges Malbrunot, giornalista del «Figaro» che è stato forse uno dei più celebri ostaggi,molti anni fa, durante la guerra Iraq-Iran. Credo che sia stato ostaggio quattro mesi, in condizioni forse addirittura peggiori delle mie, in una grotta. E raccontava questa de pauperizzazione di tutto ciò che uno è, che sono le scarpe, i vestiti... Io sono stato cinque mesi
senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo.Ho imparato il carattere straordinario di alcune cose semplici, come un bicchiere d’acqua fresca. E poi vedere il sole, perché le finestrelle erano piccole e spesso c’era l’oscurità totale. Camminare, parlare con qualcuno che non fosse sempre questo mio compagno di sventura. E meno male che c’era, perché altrimenti sarei impazzito.
Il giorno del colpo di stato in Cile, Sepulveda aveva 23 anni, ma quel giorno segnò improvvisamente la fine della giovinezza.
Cosa ricordi di quelle ore? "È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e doloroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole, con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di settembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una sorta di premonizione del tempo che si avvicinava". La cornice al dramma... "I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho incontrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scomparsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11 settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta". Improvvisamente adulto, cosa hai fatto? "Sopravvivere. Organizzare la resistenza, il movimento popolare. Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente Nixon decise di eliminare il governo come una questione personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la controrivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di criminali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore". Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una considerazione realista o portava anche un senso di sconfitta? "No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e, dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena capitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca, mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28 anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi resta tempo per vivere".
Dopo cinque mesi di prigionia in Siria, Domenico Quirico è tornato a casa. Dopo cinque mesi di silenzio, il giornalista è un fiume in piena ed è emozionante leggerlo sulla Stampa di martedì 10 settembre. Pagine e pagine di racconti, dalle quali leggiamo alcuni brani. Comunque la pensiamo, è il diario di un’esperienza che ci ha coinvolto. Intanto la guerra civile va avanti e la popolazione civile ne fa le spese.
Scrive Quirico: La notte era dolce come il vino: l’8 aprile ad al Qusayr, Siria, per raccontare un altro capitolo della guerra siriana,dove la Primavera della rivoluzione sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo.E invece sono stati 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti.
Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.
Una volta ho parlato con Georges Malbrunot, giornalista del «Figaro» che è stato forse uno dei più celebri ostaggi,molti anni fa, durante la guerra Iraq-Iran. Credo che sia stato ostaggio quattro mesi, in condizioni forse addirittura peggiori delle mie, in una grotta. E raccontava questa de pauperizzazione di tutto ciò che uno è, che sono le scarpe, i vestiti... Io sono stato cinque mesi
senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo.Ho imparato il carattere straordinario di alcune cose semplici, come un bicchiere d’acqua fresca. E poi vedere il sole, perché le finestrelle erano piccole e spesso c’era l’oscurità totale. Camminare, parlare con qualcuno che non fosse sempre questo mio compagno di sventura. E meno male che c’era, perché altrimenti sarei impazzito.
Nel giorno in cui è arrivata la sentenza che riconosce come colpevoli di stupro e omicidio quattro ragazzi indiani che hanno violentato e ucciso una giovane di 23 anni, viene resa nota una ricerca dell’Onu dalla quale emerge un dato sconcertante: in 6 paesi asiatici, Bangladesh, Cina, Cambogia, Indonesia, Sri Lanka e Papua Nuova Guinea, un quarto degli uomini ammette di aver violentato una donna, spesso la compagna. Leggiamo dal Corriere della sera di mercoledì 11 settembre: Per fare lo studio, Le domande sono state poste a 10 mila maschi tra i 18 e i 49 anni ai quali era stato garantito l’anonimato. La maggioranza dei soggetti ha riferito di non aver dovuto affrontare alcuna conseguenza legale. Gli autori del sondaggio hanno usato come metro «un atto sessuale di penetrazione non consensuale». L’11 per cento dei 10 mila ha confidato di averlo imposto a donne con le quali non avevano alcun legame, ma il dato sale fino al 23 per cento se si considerano mogli o fidanzate. Quasi la metà ha stuprato più di una volta. La più alta incidenza di violenza sessuale è stata rilevata a Bougainville, in Papua Nuova Guinea: nel campione il 62 per cento ha ammesso uno o più stupri. Nelle città dell’Indonesia i violentatori sarebbero il 26%, nelle campagne il dato scende al 19. In Cina è stata fatta una media urbana e rurale del 22%; in Cambogia 20%; Sri Lanka 14,5%; Bangladesh 14%. Gli intervistatori dell’agenzia Onu erano maschi e hanno posto le domande con cautela. Ma di fronte a un «Perché?». Circa il 75% ha risposto: «Perché la volevo» o «Perché volevo fare del sesso». Il 38 per cento delle risposte è stato: «Perché volevo punirla». La dottoressa Emma Fulu, coordinatrice del rapporto, dice: «Colpisce che questi uomini sentissero di avere “un diritto sessuale”».
Lotta di classe, nel vero senso della parola. Da Repubblica di giovedì 12 settembre, abbiamo selezionato un articolo sugli scontri tra genitori e presidi delle scuole frequentate da bambini figli di migranti.
Basta rom in classe». «Fuori i cinesi». «Troppi pochi gli italiani». E via con genitori che ritirano i figli da scuola, classi ghetto che vengono cancellate e istituti che si ritrovano all’improvviso senza iscritti. È la fuga degli italiani dalle scuole multietniche. Il nuovo anno scolastico rischia di aprirsi all’insegna di una “guerra” strisciante: quella tra genitori italiani e stranieri. Con le tensioni pronte a ricadere sulle spalle dei figli, seduti uno a fianco all’altro tra i banchi di scuola. L’ultima “battaglia” è quella esplosa a Landiona, piccolo comune in provincia di Novara. Lì dodici famiglie hanno ritirato i figli dalla scuola elementare. Il motivo? «Ci sono troppi zingari».
Così ora l’istituto rischia la chiusura. E la cronaca di questi giorni racconta di tanti altri focolai. Eppure la multietnicità è da anni un carattere consolidato della nostra scuola. Stando alle ultime previsioni del ministero dell’Istruzione, nell’anno 2013/2014 gli alunni di cittadinanza straniera sono ben 736.654, su un totale di 7.878.661 studenti previsti sui banchi delle scuole statali.
C’è invece un caso positivo: parliamo della scuola di via Dolci a Milano, considerata un modello di integrazione. Una scuola multietnica. Anche se il preside Giovanni Del Bene, 67 anni, preferisce chiamarla «scuola che si confronta con l’intercultura», in tutto 2.300 bambini e ragazzi, dai 3 ai 13 anni, divisi fra sette diversi plessi di scuola materna, elementare e media, con una quota di alunni di origine straniera che oscilla fra il 40 e il 60 per cento per classe. Con punte del 90 per cento in alcune sezioni della primaria di via Paravia, la scuola «di frontiera» che il Provveditore gli ha accollato da quest’anno. «I bambini hanno diritto all’istruzione, come dice la Costituzione. Io accetto tutte le domande di iscrizione e non guardo al passaporto quando mi vengono a chiedere di prendere un nuovo alunno — spiega il preside. Non ho genitori che ritirano i figli per paura degli stranieri. Non vorrei apparire retorico, ma qui, davvero, la diversità è accolta come una ricchezza».
Del nuovo ricatto della proprietà dell’Ilva nei confronti dei lavoratori leggiamo dal Manifesto di venerdì 13 settembre. In pratica, dopo un sequestro da parte della guardia di finanza disposto dai magistrati a carico di 13 società del gruppo, i Riva hanno immediatamente deciso di far pagare la decisione ai dipendenti. Bloccate le buste paga di 114 dipendenti di Taranto Energia srl. Inoltre, il gruppo Riva Forni Elettrici, ex Riva Acciaio, ha annunciato la cessazione di tutte le attività dell’azienda, con conseguenti 1400 esuberi: si fermeranno quindi Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti). Il gruppo ha spiegato che queste attività «non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento di Taranto».
Il che è vero in parte. Infatti, la stessa società sottolinea come la decisione «si è resa necessaria poiché il sequestro preventivo ordinato dal gip di Taranto e notificato alla società lo scorso 9 settembre, sottrae all’azienda ogni disponibilità degli impianti - che occupano 1.400 addetti - e determina il blocco delle attività bancarie, impedendo la normale prosecuzione operativa della società: ciò fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività». «La scelta di Riva di mettere in libertà più di 1.400 lavoratori e di non pagare loro gli stipendi è un atto di drammatizzazione inaccettabile perché scarica sui dipendenti responsabilità non loro», ha dichiarato Maurizio Landini, della Fiom. «La situazione non è più gestibile – sostiene Landini – Chiediamo al governo di commissariare tutte le società controllate dal gruppo, al fine di garantire l’occupazione e la continuità produttiva».
Dall’Unità di sabato 14 settembre leggiamo di una vicenda terribile: una ragazza giustiziata da suo padre di Afghanistan perché considerata adultera.
Il video, diffuso da El Mundo, (El Mundo.es) mostra anche l’esecuzione. Cosa significa «adulterio» in Afghanistan? Così, ad esempio, viene chiamato lo stupro. La violenza su una ragazza di famiglia è una vergogna indelebile per tutti. La punizione non la sconta lo stupratore, ma la vittima. Incarcerata, picchiata, obbligata ad abortire, a volte uccisa, per lavare la vergogna. Ma può anche voler dire fuga da casa, per aggravare la pena. Halima scappa per due giorni, con un cugino. Il marito è in Iran, forse il momento buono per scappare. Halima convince il cugino ad aiutarla. Scappare è un terribile azzardo, soprattutto in un villaggio sperduto, lontano da tutto. Nessuno l’aiuterà. Halima è sola, come le altre. Quando sparisce, il villaggio intero organizza una caccia.
Ragazze come Halima possono contare solo sulle donne coraggiose che, instancabilmente, con le loro organizzazioni, per questi diritti combattono, nei tribunali, nelle famiglie delle vittime, nelle case rifugio. Ma la battaglia sarà sempre più dura.
Dal settimanale Internazionale, abbiamo selezionato un articolo apparso sul giornale spagnolo La Vanguardia dedicato alla decadenza di Berlusconi, la cui vicenda politica-giudiziaria non finisce mai di stupire in Europa.
Silvio Berlusconi, quattro volte presidente del consiglio e da vent’anni figura centrale della politica italiana, è coinvolto in una serie di processi per i quali si calcola che i suoi avvocati gli siano costati circa 300 milioni di euro. La cifra basta a darci un’idea della sua frenetica vita giudiziaria. Poi ci sono le sentenze. Per citare solo l’ultima, ricordiamo la condanna dell’ottobre 2012 a quattro anni per frode fiscale, confermata dalla cassazione ad agosto. Fino a oggi Berlusconi ha navigato senza naufragare in queste acque tempestose. Il sostegno incondizionato del suo impero televisivo, il suo talento di manipolatore e il potere accumulato negli anni sono stati gli strumenti del suo successo. Ma oggi sembra che intorno a lui il cerchio si stia chiudendo. Il suo ultimo tentativo per ottenere l’impunità è il ricorso presentato qualche giorno fa alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Così spera di non decadere dalla carica di senatore e che non gli sia vietato di partecipare alle prossime elezioni.
Berlusconi si rifiuta di accettare una fine così disonorevole della sua carriera politica. Ma non gli sarà facile sfuggire al destino che si è costruito con tanto impegno. La cosa più inquietante di questo pasticcio è che sembra determinato a restare al suo posto a qualsiasi costo. Anche a quello di far cadere il governo Letta, di cui fanno parte vari ministri del Popolo della libertà. Se c’è una cosa di cui l’Italia oggi non ha bisogno, con tassi d’interesse sui titoli di stato già al livello spagnolo, è affrontare una crisi di governo che turbi la sua fragile stabilità. Quindi Berlusconi sbaglia a minacciare di far cadere il governo Letta se non accetta di compiacerlo dopo la sua lunga e peculiare carriera politica . A quasi 77 anni, ormai dovrebbe aver imparato che gli interessi privati non possono essere anteposti a quelli del paese. Eppure continua ostinatamente a farlo.
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)
Berlusconi si rifiuta di accettare una fine così disonorevole della sua carriera politica. Ma non gli sarà facile sfuggire al destino che si è costruito con tanto impegno. La cosa più inquietante di questo pasticcio è che sembra determinato a restare al suo posto a qualsiasi costo. Anche a quello di far cadere il governo Letta, di cui fanno parte vari ministri del Popolo della libertà. Se c’è una cosa di cui l’Italia oggi non ha bisogno, con tassi d’interesse sui titoli di stato già al livello spagnolo, è affrontare una crisi di governo che turbi la sua fragile stabilità. Quindi Berlusconi sbaglia a minacciare di far cadere il governo Letta se non accetta di compiacerlo dopo la sua lunga e peculiare carriera politica . A quasi 77 anni, ormai dovrebbe aver imparato che gli interessi privati non possono essere anteposti a quelli del paese. Eppure continua ostinatamente a farlo.
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)
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