lunedì 16 settembre 2013

#aprite i vostri occhi #8-14 luglio #rassegnastampa

La nostra settimana di fuoco inizia con un reportage tratto dal Fatto quotidiano di lunedì 8 luglio. Non ci resta che piovere. 
L’ultimo provvedimento del governo Monti controfirmato dal suo successore Letta prevede il dimezzamento della flotta di mezzi antincendio, i CANADAIR. Si risparmia sulla nostra pelle e sull’ambiente in un paese come l’Italia che è il terzo in Europa per numero di incendi. Solo nel 2012 sono stati ben 8700 e in 6 casi su 10 di origine dolosa.
E’ uno degli ultimi provvedimenti del governo Monti: dimezzare la flotta antincendio della protezione civile. I mezzi chiamati a spegnere gli incendi, questa estate, passano da 30 a 15. Motivo: mancanza di fondi. Non solo. Il controllo della flotta – che dal 2010 a oggi è passato di mano per tre volte – finisce ai vigili del fuoco che hanno già le casse ridotte all'osso. Una speranza: affidarsi al destino, sperare che non ci siano piromani scatenati, augurarsi un'estate piovosa e chi più ne ha più ne metta. 
La comunicazione, come tutte quelle scomode, è passata quasi in silenzio. E in tutto ciò, restano in ballo gli F35 per combattere nemici finora inesistenti. E pensare che con un decimo di quelle risorse si potrebbe creare la migliore flotta anti-incendio del mondo, che il casco di un F35 costa quanto centinaia di caschi dei pompieri (come hanno ricordato i sindacati di base che hanno protestato a Novara). Peraltro, ricorda il Wwf, dietro a ogni incendio ci sono interessi economici, e sopravvive la criminalità. E quello il governo ha appena convalidato per decreto è senza dubbio una rinuncia a combatterla la criminalità.


“Roma provincia calabra”, è il titolo di un pezzo apparso sull’Unità di martedì 9 luglio, che dà conto di una realtà inquietante: la Capitale è il luogo dove la ‘ndrangheta ripulisce il suo denaro al punto che, sulla base di alcune indagini, emergerebbe una suddivisione della città per clan e per tipo di business.
Gran parte del tesoro della ’ndrangheta ripulito a Roma è ancora da scovare, nonostante l’ennesimo, clamoroso esito dell’indagine della Direzione Investigativa Antimafia sulla reale proprietà del lussuoso Grand Hotel Gianicolo, tra i più belli di Roma, con vista mozzafiato sulla Basilica di San Pietro. Un ex-convento venduto nel ’99 dalla Curia Romana, a quanto emerso, inconsapevolmente, alla mafia calabrese, nello specifico al clan Saccà di Gallico, nel Reggino, cosca legata ai più potenti Alvaro, della piana di Gioia Tauro, e diventata famosa nella Capitale per essersi accaparrata anni fa il Cafè de Paris in via Veneto. 
Anche in quel caso i proprietari del luogo simbolo della Dolce Vita erano personaggi residenti da tempo nella Capitale che dietro uno stile di vita medio borghese in realtà, stando alle ipotesi investigative, si prestavano a lavare soldi sporchi di sangue arrivati dalla punta dello Stivale, dove la ‘ndrangheta paralizza l’economia locale, chiede il pizzo e controlla militarmente il territorio. Soprattutto attraverso la gestione del business criminale mondiale di cui, a parere degli esperti, proprio le cosche reggine sono divenute monopoliste: il traffico internazionale di stupefacenti. 
Una leadership sviluppata grazie ai rapporti diretti che i calabresi vantano con i narcos sudamericani e grazie all’elevato grado di controllo che le cosche hanno del porto di Gioia Tauro, da dove arrivano i container delle traversate intercontinentali. 
E Roma da sempre, fin dai tempi della banda della Magliana, è una grande piazza dello spaccio ma è anche il luogo dove si possono investire milioni di euro, vista la ricchezza del patrimonio immobiliare e commerciale e anche per via dell’allargamento costante della sua popolazione oltre il Grande Raccordo Anulare. Peraltro, la capitale è un luogo dove le mafie del sud, hanno sempre trovato il proprio ruolo e i propri spazi nonostante la presenza di una vivace malavita romana: essa è infatti è radicata sul proprio territorio,ma piuttosto che orientata verso il riciclaggio di grossi capitali è dedita ad attività tradizionali quali l’usura, il gioco d’azzardo e ovviamente il traffico degli stupefacenti, un affare in cui la mala romana ha sempre lavorato a fianco dei siciliani, dei calabresi e dei camorristi napoletani, anche se certamente oggi come in passato è arrivata a volte a collisione con gli interessi degli altri come dimostrano le gambizzazioni e gli omicidi in stile mafioso che avvengono a Roma da quindici anni a questa parte. 
Dal Manifesto di mercoledì 10 luglio leggiamo un’analisi che riguarda l’industria dei cosiddetti elettrodomestici bianchi, una volta fiore all’occhiello del made in Italy, che oggi fa i conti con una crisi nera, come dimostrano gli oltre 1400 esuberi di personale annunciati dalla Indesit.
Nonostante le difficoltà degli ultimi tempi, il settore impiega ancora oggi 130mila addetti ed appare al secondo posto, dopo l’auto, nella classifica delle attività manifatturiere più importanti del nostro paese. Ma, come quello dell’auto, è a rischio estinzione. I processi di globalizzazione e di evoluzione tecnologica, l’evoluzione dei mercati internazionali, le debolezze e i ritardi delle strategie imprenditoriali nazionali, la mancanza di politiche industriali adeguate alla sfide del presente, hanno costruito una miscela che potrebbe rivelarsi esplosiva.
I volumi produttivi del settore in Italia sono stimati a fine 2012 in 14 milioni di pezzi, meno della metà dei 30 milioni raggiunti nel 2002. La pesante riduzione dipende in parte dalla saturazione del mercato e dalla crisi, e dipende inoltre dalla progressiva dislocazione delle fabbriche verso l’Est Europa alla ricerca di costi più bassi del lavoro e di prossimità ai grandi centri di consumo.
I big coreani, Samsung e LG, hanno collocato i loro impianti europei in Polonia, mentre la cinese Haier ha varato uno stabilimento nella Repubblica Ceca. Si teme che gli impianti di altri produttori ora collocati in Italia facciano la stessa fine. Su un totale di 490 milioni di pezzi usciti dalle linee nel 2012 a livello globale, le imprese cinesi ne producono circa 250 milioni di unità.
Anche a livello di imprese, il tradizionale dominio statunitense ed europeo, con qualche presenza giapponese viene sostituito dalla crescente penetrazione di quelle coreane e cinesi che tendono a conquistare i primi posti nella classifica dei produttori.
E in tutto ciò l’Italia cosa fa? Sta a guardare. Debole è la politica, diciamo noi, e debole sarà il tessuto produttivo. Indesit e i suoi esuberi annunciati sono lo specchio di questa situazione ormai sempre più difficile da gestire. 

La questione degli abusi sessuali sui minori da parte dei preti cattolici finirà per la prima volta sul tavolo dell’Onu. Servirà? Si, no, forse ma è un fatto che la Commissione per i Diritti dei Bambini dell’Onu ha chiesto alla Santa Sede di fornire dettagli riguardo alle centinaia di casi di pedofilia e abusi sessuali da parte del clero. Leggiamo dal Fatto quotidiano di giovedì 11 luglio: la richiesta arriva all’indomani della decisione di stabilire una data per l’audizione di rappresentati vaticani presso la stessa Commissione. La data stabilita è gennaio 2014, il luogo è la città svizzera di Ginevra, una delle sedi principali della stessa Onu.
La notizia è stata diffusa dal sito web del Guardian. Gli anglosassoni sottolineano come si tratti della prima volta che una richiesta così ampia e circostanziata viene formulata da un dipartimento dell’Onu. E si tratta anche della prima volta che il problema si presenta in questi termini da quando papa Francesco è stato eletto. In un passaggio del documento, disponibile online, si legge: “Alla luce del riconoscimento da parte della Santa Sede della violenza sessuale contro bambini commessa da membri del clero… e considerata la scala degli abusi, chiediamo di fornire dettagli di tutti i casi… di cui la Santa Sede sia venuta a conoscenza”.
Le richieste di fare chiarezza riguardano casi specifici: dalle omissioni e coperture delle gerarchie ecclesiastiche circa le violenze alle intimidazioni subìte dalle vittime. La Commissione chiede inoltre ai rappresentati vaticani di specificare come la Chiesa ha condotto le indagini sui casi di pedofilia e perfino se le vittime degli abusi abbiano ricevuto la dovuta assistenza legale o la giusta compensazione economica. 

Dalla Repubblica di venerdì 12 luglio abbiamo scelto di raccontare una storia di ordinaria follia militarista. Nell’eterno conflitto tra Israele e Palestina a farne le spese questa volta, o forse dovremmo dire anche questa volta, è un bambino di 5 anni, palestinese, arrestato dai militari israeliani per aver tirato una pietra contro coloro che occupano il suo territorio.
Leggiamo: Ora, viene da sorridere a pensare come Waadi, che non arriva neanche alle ginocchia dei soldati che lo circondano, possa aver rappresentato una minaccia qualsivoglia alla sicurezza dello Stato ebraico. Ma il bimbo, spiega l’ufficiale ai pochi passanti che notano la scena e si avvicinano, ha tirato una pietra contro la macchina di un colono (colpendo una ruota) e va deferito (cioè consegnato) alla polizia palestinese per i dovuti provvedimenti. Waadi intuisce, si dispera.
I soldati insistono nella loro decisione di trasferire il bimbo alla polizia palestinese. Il padre obbietta: «Ma ha soltanto cinque anni»! Niente da fare: se non ubbidisce agli ordini, anche il padre Karam sarà arrestato. Ora la scena cambia. Padre e figlio stati portati alla base militare israeliana di a-Shuhada.
Karam ha gli occhi coperti da una benda chiara e le manette ai polsi, come fosse sospettato di chissà quale atto di violenza anti israeliana. Waadi gli siede accanto. Insieme, essendo Karam sempre bendato e ammanettato, vengono accompagnati al posto di blocco del Dco, l’Ufficio di coordinamento, dove ad un certo punto arriva un colonnello israeliano. Il quale, rivolto ai suoi uomini, si lancia in una reprimenda: «Voi state danneggiando la nostra immagine».
Non che lo sfiori il sospetto che il fermo, sia pure temporaneo, di un bimbo sia illegale, ma solo perché «in presenza della telecamere, i palestinesi arrestati debbono essere trattati bene». Karam e il piccolo Waadi vengono consegnati alla polizia palestinese che li rilascerà subito dopo. 

Malala ha 11 anni, è pachistana e ha rischiato di morire solo perché, come tutte le ragazze della sua età, vuole andare a scuola, e dunque si è ribellata al divieto imposto dai talebani nel 2009 alle bambine e alle ragazze della valle di Swat, nel nord del Pakistan. Malala è viva per fortuna, si è salvata, e ha fatto un discorso all’ONU seguito in tutto il mondo. Un discorso da 11enne ma con una forza comunicativa da far impallidire i leader politici. Dal Corriere della sera di sabato 13 luglio ne leggiamo alcune parti:

"Cari amici, il 9 ottobre del 2012 i talebani mi hanno sparato alla tempia sinistra. Hanno sparato anche ai miei amici. Pensavano che i proiettili potessero zittirci. Ma hanno fallito. Da quel silenzio si sono alzate migliaia di voci. I terroristi pensavano di poter cambiare le nostre intenzioni, di poter frenare le nostre ambizioni, ma nulla è cambiato nella mia vita, eccetto una cosa: la debolezza, la paura e la disperazione sono morti. Al loro posto sono nati la forza, l’energia e il coraggio (...)
E ancora: Care sorelle e cari fratelli, realizziamo l’importanza della luce quando vediamo il buio. Realizziamo l’importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Nella stessa maniera, quando eravamo a Swat, nel nord del Pakistan, abbiamo realizzato l’importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto i fucili (...) Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell’istruzione li spaventa. Hanno paura delle donne, e del potere della loro voce (...)
Le nostre parole possono cambiare il mondo, e allora impegniamoci in una lotta contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo, e prendiamo in mano le nostre penne e i nostri libri. Sono molto più potenti delle armi".


Chiudiamo la settimana con il rock, in particolare con un’intervista apparsa sul settimanale l’Espresso a due componenti storici dei Deep Purple, Ian Gillan e Ian Paice che stanno arrivando in Italia per presentare il loro ultimo disco. Leggiamo: Mister Gillan e Mister Paice, voi siete tra i pochi che possono rispondere a una domanda epocale: che cos’è il rock? 
«Forse è la domanda più difficile che ci si possa rivolgere. Il rock non è definibile, è una cosa che senti. Nel 1969, era agosto, con Glover, Blackmore e Lord, facemmo il primo concerto insieme. Avevamo le lacrime agli occhi, solo in quel momento capimmo che eravamo un gruppo rock. Già avevamo suonato con altre formazioni, lo facevamo da cinque anni, ma non ci eravamo mai sentiti così. È alchimia, è un modo preciso di stare insieme. Per questo i super gruppi non funzionano a lungo. Sarebbe come fare una squadra di calcio di soli fuoriclasse: se non si crea alchimia, è un fallimento». 
Dunque – GLI SI CHIEDE - il rock è una questione di approccio, non di suono? «Sì. Anche l’aspetto della ribellione non ha a che fare con la trasgressione. Si è ribelli nel senso che si vuole portare una propria idea, non bisogna necessariamente distruggere tutto. Si deve essere originali, i primi a fare qualcosa. Il rischio per un giovane che comincia a fare musica è che imiti i suoi eroi, perdendo la propria personalità».

Un consiglio da seguire assolutamente. 
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channe)

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