Wake me up when september ends...
La rassegna della settimana appena trascorsa si apre con un articolo tratto da Repubblica di lunedì 2 settembre. A proposito del presidente Obama, scrive Vittorio Zucconi: "È il passato, non il futuro, ciò che sta avviluppando Barack Obama nella ragnatela della indecisione. La guerra, aveva detto Barack da giovane senatore nel 2002 criticando la insensatezza logica delle «guerre preventive» bushiste, «può essere concepibile soltanto in caso di imminente e diretta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti» e lo aveva ripetuto da candidato alla Casa Bianca nel 2007. Ma quale minaccia diretta e imminente pone Bashar al Assad alla sicurezza degli Stati Uniti"?
Scrive poi Repubblica: Ma Obama non è un guerriero riluttante o recalcitrante, come ancora lo si definisce per giustificarlo. Obama è qualcosa di molto più insidioso, per se stesso. È un guerriero scettico, ben conscio dei precedenti e della giurisprudenza, come ogni buon avvocato, specialmente un costituzionalista deve essere, ansioso di coprirsi le spalle dalle future, terribili “querele” della storia che condannano a posteriori capi di Stato e di governo senza più possibilità di difesa.
Il paradosso, lancinante, è che ora rischia di apparire come un avventurista, un guerrafondaio, un cowboy con la fondina gonfia di missili, mentre il mondo già lo attacca per operazioni che non ha ancora compiuto.
Proprio lui che aveva predicato contro le guerre fatte «per scelta unilaterale», lui che aveva detto di Saddam Hussein nel 2002 esattamente quello che si può dire di Bashar al Assad «un macellaio che massacra la propria gente per restare al potere e del quale il mondo farebbe volentieri a meno (....) ma che può essere contenuto dalla comunità internazionale senza ricorrere alla guerra», dovrebbe essere colui che rinnega il proprio passato.
Dall’Unità di martedì 3 settembre, leggiamo uno stralcio dell’intervista che il presidente siriano ha rilasciato a un quotidiano francese. Vediamo cosa dice il protagonista principale della vicenda siriana:
«Abbiamo sfidato gli Stati Uniti e la Francia a portare una sola prova. Obama e Hollande ne sono stati incapaci, anche davanti ai loro popoli»: Bashar al-Assad rilancia la sua sfida all’inquilino della Casa Bianca e a quello dell’Eliseo, parlando in esclusiva con il quotidiano francese LeFigaro, sulle accuse di attacco chimico nei confronti del suo regime. «Il Medio Oriente è una polveriera», ha aggiunto Assad, e se ci dovessero essere bombardamenti contro la Siria «esiste il rischio di una guerra regionale». In caso di attacco militare contro la Siria, «non bisogna solo parlare della
risposta siriana, ma anche di ciò che potrebbe succedere dopo il primo bombardamento. Ora, nessuno può sapere cosa succederà. Tutti perderanno il controllo della situazione quando la polveriera esploderà. Il caos e l'estremismo si espanderanno. Esiste il rischio di una guerra regionale». Chiunque operi contro gli interessi della Siria e dei suoi cittadini è un nemico», è il monito lanciato dal presidente siriano. «Il popolo francese non è nostro nemico – spiega Assad - ma la politica del suo Stato è ostile al popolo siriano. Nella misura in cui la politica dello Stato francese è ostile al popolo siriano, questo Stato sarà suo nemico. Questa ostilità finirà quando lo Stato francese cambierà politica. Ci saranno ripercussioni, ovviamente negative, sugli interessi della Francia».
Tagliente come al solito il Manifesto di mercoledì 3 settembre, che dedica la copertina alla vicenda siriana titolando Club Mediterranée. Il riferimento è ai due test missilistici che Stai Uniti e Israele hanno condotto nel mediterraneo, manovre militari che puzzano di prove generali di guerra alla Siria.
Obiettivo delle manovre è stato anche quello di ribadire di fronte al mondo che l’alleanza tra Washington e Tel Aviv è inossidabile, scrive il Manifesto, nonostante l’«indecisione» di Barack Obama sui tempi della guerra alla Siria.
Nell’editoriale di Tommaso Di Francesco, il quotidiano sottolinea come tutto si stia giocando sulle pelle dei civili e dei profughi, che vengono invece strumentalizzati per spingere sull’intervento armato come nel caso Kosovo nel 1999.
Quando la Nato attaccò senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza, le vittime erano duemila e i profughi con gli sfollati interni ammontavano a 50mila. Fu l’inizio dei bombardamenti «umanitari». Le distruzioni e gli effetti collaterali, le cluster bomb e i missili, l’uranio impoverito, moltiplicarono il numero delle vittime e centuplicarono quelle dei profughi in fuga da Milosevic, dalle milizie contrapposte ma anche dai raid della Nato.
Oggi le siriane e i siriani in fuga dalla guerra sono un milione e 800mila, solo quelli rifugiati all’esterno in Libano, Iraq e Giordania, mentre i profughi interni, quelli che nemmeno vediamo e che pagano e pagheranno le violenze di tutti, dell’esercito del regime, delle milizie ribelli e dei bombardamenti franco-americani, sono 4milioni e mezzo e probabilmente più disperati di quelli che stanno fuori.
Umanitariamente parlando, non sarebbe meglio occuparsi del destino di questi disperati che Francia e Stati uniti hanno scaricato sulla disprezzata Onu?
«Se vuoi la pace prepara la pace», conclude il manifesto.
Durante le guerre la prima vittima è la verità. Dunque, il gas sui siriani è una prova schiacciante contro Assad o, come dice Putin, è stato usato dai ribelli?
Leggiamo dalla Stampa di giovedì 5 settembre: Sono i ribelli siriani ad aver usato le armi chimiche, e Mosca sostiene di avere le prove dell’utilizzo del sarin contro i militari di Assad. Alla vigilia dell’appuntamento del G20 dove Barack Obama sperava ancora di «far cambiare idea» a Vladimir Putin, il ministero degli Esteri russo lancia ufficialmente l’accusa: il 19 marzo, in un sobborgo di Aleppo, 26 militari e civili sono morti e altri 86 sono rimasti intossicati a seguito dell’utilizzo di un ordigno chimico «costruito artigianalmente con materiali non in dotazione all’esercito siriano». Poche ore prima Putin aveva condizionato il suo appoggio all’intervento contro Damasco a «prove evidenti» dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, e all’assenso dell’Onu, sostenendo che il Congresso non ha il diritto di «legittimare un’aggressione».
Ma intanto è Mosca che sostiene di avere le prove della colpevolezza dei ribelli: il documento, 100 pagine di perizie compiute da esperti russi sui campioni raccolti dai siriani, è stato consegnato all’Onu. E, in attesa delle «prove evidenti» degli americani, Putin ha ripetuto l’ipotesi già ventilata da Mosca nei giorni scorsi che le accuse dell’attacco chimico ordinato da Assad siano «una provocazione dell’opposizione siriana per dare ai suoi protettori il pretesto per intervenire».
Dal Messaggero di venerdì 6 settembre abbiamo selezionato a proposito della crisi siriana un editoriale di Ennio Di Nolfo sui possibili rischi di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.
Leggiamo: Obama si era presentato come il presidente che intendeva restare fedele a una politica di pace e che a questo principio intendeva subordinare anche la propria politica estera. Aveva con questo acquistato un grande prestigio e ottenuto il risultato di circoscrivere il tradizionale antiamericanismo così diffuso nel mondo. Le rivelazioni di Snowden e, più ancora, le oscillazioni verso la guerra civile siriana, culminate nella minaccia di un intervento armato dagli esiti incalcolabili hanno messo in crisi la sua immagine. Hanno inoltre offerto a Putin la possibilità di sfidarlo proprio sul terreno del diritto internazionale, oppure di appoggiarlo, nella ricerca di una mediazione che consenta a Obama di uscire dall’impasse senza dover ricorrere alle armi.
Affermare che tutte queste dispute riproducano un clima da Guerra fredda è però infondato, dice il Messaggero. Sul terreno militare e su quello economico esiste tra i due Paesi una differenza abissale, che consente a Putin di esercitare soltanto un potere internazionale circoscritto e destinato in prevalenza a far crescere il nazionalismo russo.
Secondo la Banca Mondiale, gli Stati Uniti dispongono del 23 per cento del prodotto lordo mondiale; la Repubblica russa del 2,4 per cento. È un rapporto da uno a 9 o 10 che riassume le vere difficoltà strutturali che rendono l’aggressività di Putin più l’espressione di un forte nazionalismo che un pericolo imminente.
Dal Fatto quotidiano di sabato 7 settembre leggiamo degli esiti catastrofici della riunione del G20 a San Pietroburgo.
I presidenti russo Vladimir Putin e americano Barack Obama hanno discusso faccia a faccia della crisi in Siria. Però, non hanno cavato un ragno dal buco. Anzi, con le loro contrapposizioni, hanno spaccato a metà il G20 e alimentato tensioni diplomatiche che rischiano di tracimare in un’azione militare. Il G20 esce annichilito dal Vertice di San Pietroburgo: il conflitto siriano ha quasi cancellato i tradizionali temi economici. L’economista Nouriel Roubini commenta: “Questo non è un G20, ma un G-zero: non sono d’accordo su nulla, la Siria lo conferma”. La dichiarazione finale, non fa menzione della questione che ha focalizzato tutto l’interesse. In un comunicato a parte, 11 dei Venti, fra cui gli Stati Uniti, reclamano una “risposta internazionale forte” contro Damasco, che sarebbe “chiaramente” responsabile dell’uso di armi chimiche il 21 agosto. Ci sono le firme di Arabia Saudita, Turchia, Australia, Canada, Gran Bretagna, Francia e pure Italia e Spagna.
Dei paesi dell'Ue al G20, la Germania è l’unica a non sottoscriverlo. La Merkel si ritrova al fianco di Putin, insieme a Cina, India, Sud Africa, Brasile e tutti i latino-americani. Mosca blocca l’avallo dell’Onu a raid punitivi contro il regime siriano perché non giudica certe le prove a suo carico.
Saltare sul carro del vincitore è difficile, quando tutti sono perdenti. L’Italia prova a tenere il piede in due scarpe: firma il testo ‘pro Usa’, ma – dice il premier Letta - “continua a lavorare perché s’arrivi insieme “alla soluzione che prediligiamo, quella politica”. Un nulla di fatto che meno di così era difficile riuscirci e immaginarlo.
Scrive poi Repubblica: Ma Obama non è un guerriero riluttante o recalcitrante, come ancora lo si definisce per giustificarlo. Obama è qualcosa di molto più insidioso, per se stesso. È un guerriero scettico, ben conscio dei precedenti e della giurisprudenza, come ogni buon avvocato, specialmente un costituzionalista deve essere, ansioso di coprirsi le spalle dalle future, terribili “querele” della storia che condannano a posteriori capi di Stato e di governo senza più possibilità di difesa.
Il paradosso, lancinante, è che ora rischia di apparire come un avventurista, un guerrafondaio, un cowboy con la fondina gonfia di missili, mentre il mondo già lo attacca per operazioni che non ha ancora compiuto.
Proprio lui che aveva predicato contro le guerre fatte «per scelta unilaterale», lui che aveva detto di Saddam Hussein nel 2002 esattamente quello che si può dire di Bashar al Assad «un macellaio che massacra la propria gente per restare al potere e del quale il mondo farebbe volentieri a meno (....) ma che può essere contenuto dalla comunità internazionale senza ricorrere alla guerra», dovrebbe essere colui che rinnega il proprio passato.
Dall’Unità di martedì 3 settembre, leggiamo uno stralcio dell’intervista che il presidente siriano ha rilasciato a un quotidiano francese. Vediamo cosa dice il protagonista principale della vicenda siriana:
«Abbiamo sfidato gli Stati Uniti e la Francia a portare una sola prova. Obama e Hollande ne sono stati incapaci, anche davanti ai loro popoli»: Bashar al-Assad rilancia la sua sfida all’inquilino della Casa Bianca e a quello dell’Eliseo, parlando in esclusiva con il quotidiano francese LeFigaro, sulle accuse di attacco chimico nei confronti del suo regime. «Il Medio Oriente è una polveriera», ha aggiunto Assad, e se ci dovessero essere bombardamenti contro la Siria «esiste il rischio di una guerra regionale». In caso di attacco militare contro la Siria, «non bisogna solo parlare della
risposta siriana, ma anche di ciò che potrebbe succedere dopo il primo bombardamento. Ora, nessuno può sapere cosa succederà. Tutti perderanno il controllo della situazione quando la polveriera esploderà. Il caos e l'estremismo si espanderanno. Esiste il rischio di una guerra regionale». Chiunque operi contro gli interessi della Siria e dei suoi cittadini è un nemico», è il monito lanciato dal presidente siriano. «Il popolo francese non è nostro nemico – spiega Assad - ma la politica del suo Stato è ostile al popolo siriano. Nella misura in cui la politica dello Stato francese è ostile al popolo siriano, questo Stato sarà suo nemico. Questa ostilità finirà quando lo Stato francese cambierà politica. Ci saranno ripercussioni, ovviamente negative, sugli interessi della Francia».
Tagliente come al solito il Manifesto di mercoledì 3 settembre, che dedica la copertina alla vicenda siriana titolando Club Mediterranée. Il riferimento è ai due test missilistici che Stai Uniti e Israele hanno condotto nel mediterraneo, manovre militari che puzzano di prove generali di guerra alla Siria.
Obiettivo delle manovre è stato anche quello di ribadire di fronte al mondo che l’alleanza tra Washington e Tel Aviv è inossidabile, scrive il Manifesto, nonostante l’«indecisione» di Barack Obama sui tempi della guerra alla Siria.
Nell’editoriale di Tommaso Di Francesco, il quotidiano sottolinea come tutto si stia giocando sulle pelle dei civili e dei profughi, che vengono invece strumentalizzati per spingere sull’intervento armato come nel caso Kosovo nel 1999.
Quando la Nato attaccò senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza, le vittime erano duemila e i profughi con gli sfollati interni ammontavano a 50mila. Fu l’inizio dei bombardamenti «umanitari». Le distruzioni e gli effetti collaterali, le cluster bomb e i missili, l’uranio impoverito, moltiplicarono il numero delle vittime e centuplicarono quelle dei profughi in fuga da Milosevic, dalle milizie contrapposte ma anche dai raid della Nato.
Oggi le siriane e i siriani in fuga dalla guerra sono un milione e 800mila, solo quelli rifugiati all’esterno in Libano, Iraq e Giordania, mentre i profughi interni, quelli che nemmeno vediamo e che pagano e pagheranno le violenze di tutti, dell’esercito del regime, delle milizie ribelli e dei bombardamenti franco-americani, sono 4milioni e mezzo e probabilmente più disperati di quelli che stanno fuori.
Umanitariamente parlando, non sarebbe meglio occuparsi del destino di questi disperati che Francia e Stati uniti hanno scaricato sulla disprezzata Onu?
«Se vuoi la pace prepara la pace», conclude il manifesto.
Durante le guerre la prima vittima è la verità. Dunque, il gas sui siriani è una prova schiacciante contro Assad o, come dice Putin, è stato usato dai ribelli?
Leggiamo dalla Stampa di giovedì 5 settembre: Sono i ribelli siriani ad aver usato le armi chimiche, e Mosca sostiene di avere le prove dell’utilizzo del sarin contro i militari di Assad. Alla vigilia dell’appuntamento del G20 dove Barack Obama sperava ancora di «far cambiare idea» a Vladimir Putin, il ministero degli Esteri russo lancia ufficialmente l’accusa: il 19 marzo, in un sobborgo di Aleppo, 26 militari e civili sono morti e altri 86 sono rimasti intossicati a seguito dell’utilizzo di un ordigno chimico «costruito artigianalmente con materiali non in dotazione all’esercito siriano». Poche ore prima Putin aveva condizionato il suo appoggio all’intervento contro Damasco a «prove evidenti» dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, e all’assenso dell’Onu, sostenendo che il Congresso non ha il diritto di «legittimare un’aggressione».
Ma intanto è Mosca che sostiene di avere le prove della colpevolezza dei ribelli: il documento, 100 pagine di perizie compiute da esperti russi sui campioni raccolti dai siriani, è stato consegnato all’Onu. E, in attesa delle «prove evidenti» degli americani, Putin ha ripetuto l’ipotesi già ventilata da Mosca nei giorni scorsi che le accuse dell’attacco chimico ordinato da Assad siano «una provocazione dell’opposizione siriana per dare ai suoi protettori il pretesto per intervenire».
Dal Messaggero di venerdì 6 settembre abbiamo selezionato a proposito della crisi siriana un editoriale di Ennio Di Nolfo sui possibili rischi di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.
Leggiamo: Obama si era presentato come il presidente che intendeva restare fedele a una politica di pace e che a questo principio intendeva subordinare anche la propria politica estera. Aveva con questo acquistato un grande prestigio e ottenuto il risultato di circoscrivere il tradizionale antiamericanismo così diffuso nel mondo. Le rivelazioni di Snowden e, più ancora, le oscillazioni verso la guerra civile siriana, culminate nella minaccia di un intervento armato dagli esiti incalcolabili hanno messo in crisi la sua immagine. Hanno inoltre offerto a Putin la possibilità di sfidarlo proprio sul terreno del diritto internazionale, oppure di appoggiarlo, nella ricerca di una mediazione che consenta a Obama di uscire dall’impasse senza dover ricorrere alle armi.
Affermare che tutte queste dispute riproducano un clima da Guerra fredda è però infondato, dice il Messaggero. Sul terreno militare e su quello economico esiste tra i due Paesi una differenza abissale, che consente a Putin di esercitare soltanto un potere internazionale circoscritto e destinato in prevalenza a far crescere il nazionalismo russo.
Secondo la Banca Mondiale, gli Stati Uniti dispongono del 23 per cento del prodotto lordo mondiale; la Repubblica russa del 2,4 per cento. È un rapporto da uno a 9 o 10 che riassume le vere difficoltà strutturali che rendono l’aggressività di Putin più l’espressione di un forte nazionalismo che un pericolo imminente.
Dal Fatto quotidiano di sabato 7 settembre leggiamo degli esiti catastrofici della riunione del G20 a San Pietroburgo.
I presidenti russo Vladimir Putin e americano Barack Obama hanno discusso faccia a faccia della crisi in Siria. Però, non hanno cavato un ragno dal buco. Anzi, con le loro contrapposizioni, hanno spaccato a metà il G20 e alimentato tensioni diplomatiche che rischiano di tracimare in un’azione militare. Il G20 esce annichilito dal Vertice di San Pietroburgo: il conflitto siriano ha quasi cancellato i tradizionali temi economici. L’economista Nouriel Roubini commenta: “Questo non è un G20, ma un G-zero: non sono d’accordo su nulla, la Siria lo conferma”. La dichiarazione finale, non fa menzione della questione che ha focalizzato tutto l’interesse. In un comunicato a parte, 11 dei Venti, fra cui gli Stati Uniti, reclamano una “risposta internazionale forte” contro Damasco, che sarebbe “chiaramente” responsabile dell’uso di armi chimiche il 21 agosto. Ci sono le firme di Arabia Saudita, Turchia, Australia, Canada, Gran Bretagna, Francia e pure Italia e Spagna.
Dei paesi dell'Ue al G20, la Germania è l’unica a non sottoscriverlo. La Merkel si ritrova al fianco di Putin, insieme a Cina, India, Sud Africa, Brasile e tutti i latino-americani. Mosca blocca l’avallo dell’Onu a raid punitivi contro il regime siriano perché non giudica certe le prove a suo carico.
Saltare sul carro del vincitore è difficile, quando tutti sono perdenti. L’Italia prova a tenere il piede in due scarpe: firma il testo ‘pro Usa’, ma – dice il premier Letta - “continua a lavorare perché s’arrivi insieme “alla soluzione che prediligiamo, quella politica”. Un nulla di fatto che meno di così era difficile riuscirci e immaginarlo.
Chiudiamo come di consueto con un settimanale. L’Internazionale pubblica in apertura una poesia di Gianni Rodari, più che mai adatta a questi tempi. Eccola.
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,preparare la tavola, a mezzogiorno.Ci sono cose da fare di notte:chiudere gli occhi, dormire,avere sogni da sognare,orecchie per non sentire.Ci sono cose da non fare mai,né di giorno né di notte,né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)
Nessun commento:
Posta un commento