giovedì 31 ottobre 2013

#apriteivostriocchi #21_27ottobre #rassegnastampa

POLITICA. Ci siamo tenuti spesso alla larga dai guai giudiziari di Berlusconi per non rendere monotematica e noiosa la nostra pagina politica. Ma stavolta ne diamo conto leggendo la notizia dall’Unità. Berlusconi a giudizio, pagò tre milioni per far cadere Prodi, è il titolo del pezzo pubblicato giovedì.
Leggiamo: Inizierà a febbraio il nuovo processo a Silvio Berlusconi. L’imputazione, questa volta, è corruzione. Avrebbe cioè pagato e cercato di pagare alcuni senatori del centrosinistra per portarli nel centrodestra o comunque farli votare contro il governo Prodi e costringerlo alla dimissioni. Cosa che è effettivamente successa, per una manciata di voti, il 24 gennaio 2008. Tra tutti i guai del Cavaliere questo è solo l’ultimo ma è il più infamante perché si tratta di dover rispondere di un’accusa che va a toccare il rispetto e il decoro delle istituzioni, delle regole della democrazia, del voto degli elettori. Berlusconi infatti è accusato di aver truccato le regole del gioco comprando il voto dei senatori, comparse ugualmente meschine in questa ancora presunta ricostruzione.
Il gup ha quindi accolto la tesi della procura e di un’inchiesta che porta le firme di Woodcock e Milita ma anche di Piscitelli e dell' aggiunto Curcio. A giudizio per corruzione vanno Berlusconi e Lavitola. De Gregorio, la gola profonda e reo confesso, ottiene, come richiesto, il patteggiamento (20 mesi).
Si chiamava «Operazione libertà». L'ex senatore l'ha spiegata in quattro verbali fiume resi tra novembre e dicembre 2012. In pratica, nel 2006, appena entrato in Parlamento con l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, fu subito contattato da Berlusconi che pianificava a tavolino le mosse per buttare giù il prima possibile il traballante governo Prodi. «In cambio ricevetti - confessò ai pm - tre milioni di euro. Uno fu trasferito alla mia fondazione Italiani nel mondo. Gli altri due milioni mi furono pagati in contanti in tranche da 500 mila euro che mi consegnava a rate direttamente Valter Lavitola nel mio studio al Senato».
ECONOMIA. Una notizia di economia che la dice lunga sulla necessità di invertire la rotta, se persino il Fondo monetario internazionale, l’istituzione simbolo dell’economia liberista, ha pubblicato uno studio secondo cui tassare di più i ricchi non fa male. Leggiamo a questo proposito un articolo pubblicato sull’Internazionale di questa settimana. “Sembra che in molti paesi sviluppati ci sia spazio d’azione, se si vuole, per ottenere maggiori entrate dalla fascia di reddito più alta”, scrive l’Fmi. Eppure in passato l’Fmi si è espresso più volte contro l’aumento delle tasse, sostenendo il modello ideale dello stato snello che si tiene alla larga dagli affari dei cittadini. Evidentemente, ora gli esperti dell’istituto hanno appurato che il mondo è cambiato e ritengono che negli ultimi anni i sistemi fiscali siano diventati “meno progressivi”, cioè che abbiano imposto oneri meno pesanti con l’aumentare del reddito. Questo è dovuto, tra l’altro, al fatto che le aliquote fiscali più alte sono state ridotte e che molti stati ricorrono sempre più alle imposte indirette uguali per tutti, come l’Iva. Secondo l’Fmi, in molti paesi la riduzione della progressività ha ampliato nettamente il divario tra ricchi e poveri. Secondo l’Fmi, l’aliquota ideale per le fasce di reddito più alte dovrebbe essere compresa tra il 55 e il 70 per cento. Queste cifre potranno sembrare esagerate, ma negli anni cinquanta e sessanta negli Stati Uniti l’aliquota fiscale più alta era superiore al 90 per cento e l’economia era comunque fiorente.
CRONACA. La notizia la leggiamo dal Fatto quotidiano di lunedì. Più furti per tutti. Ebbene, la crisi economica ha portato con sé un aumento esponenziale di furti in casa, ma anche di auto e bici. Per darvi un’idea: sono oltre 236mila le abitazioni violate nel 2012 in Italia.
Leggiamo dal Fatto: La fotografia dell’Italia che ruba, dal 2008 ad oggi, è innegabilmente legata alla crisi economica. Un recente studio di Bankitalia analizza la relazione tra il rallentamento dell’attività economica nei primi due anni di crisi, il 2008 e 2009, e l’intensificazione di episodi criminosi. Mentre calano le rapine e non variano sostanzialmente i delitti violenti, i dati parlano di un innalzamento di quei reati che non presuppongono particolari abilità, proprio come i furti. A fronte di una riduzione del 10 per cento dell’attività economica, si assiste - a livello locale - a un aumento pari al 6 per cento dei furti. Numeri che non valgono laddove le realtà criminali sono più forti (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), segno che il controllo del territorio da parte delle mafie non consente a nessuno di improvvisarsi ladro.
L’altro dato inquietante, seppure in leggero calo, è quello che riguarda i furti d’auto: una ogni cinque minuti, oltre 13 l’ora, 316 al giorno. Va peggio ai calabresi, agli abruzzesi e ai campani, ma meglio ai liguri, ai piemontesi e ai sardi. Nella provincia di Bat (Barletta, Andria, Trani) sono sparite 831 vetture ogni centomila abitanti, a Belluno 12. E se a Roma è praticamente impossibile ritrovare la propria utilitaria rubata, a Napoli la percentuale di recupero è del 33 per cento. Spesso di chiama “cavallo di ritorno”: basta pagare (la malavita) e si ritrova la macchina parcheggiata sotto casa. Le auto più vecchie sono di solito usate per compiere altri delitti e poi vengono abbandonate, mentre le vetture di lusso hanno un florido mercato estero, soprattutto nell’est Europa.
ESTERI. Andiamo all’estero, con la vicenda ormai nota di spie, spioni e spiati che vede gli Stai Uniti schierati contro il resto del mondo per l’uso alquanto improprio delle intercettazioni.
Tuttavia, mentre siamo tutti concentrati sul Datagate americano, il Fatto di venerdì pubblica un articolo dal titolo: “Anche noi usiamo quel sistema di spionaggio”. Leggiamo: Si chiama Palantir , il software che consente di decriptare il contenuto di alcuni messaggi, che il nostro ministero della Difesa ha acquistato da un’azienda californiana in tempi non sospetti.
A stipulare il contratto per questo sistema, il 28 marzo del 2012, è stato il Teledife, la direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero della Difesa. Il costo dell’appalto di “approvvigionamento del sistema informatico Palantir ” è di 968mila euro, Iva esclusa. Il programma poi è stato consegnato in mano agli investigatori dei Ros dei carabinieri. Ma è in stato di sperimentazione anche dall’Agenzia delle entrate, di Equitalia e delle Poste Italiane. Questo sistema infatti oltre che per finalità civili può essere utilizzato anche per le frodi fiscali e contabili.
Quando il ministero della Difesa acquista il sistema informatico Palantir (dal nome della pietra veggente del Signore degli Anelli), siamo nel 2012. LO SCANDALO sull’attività di spionaggio Nsa verrà pubblicato solo l’anno successivo dal Guardian. A rivelarlo, l’ex analista della Cia, Edward Snowden, che il 5 agosto 2013 racconta al quotidiano britannico l’esistenza di programmi di sorveglianza attuati da Obama. QUANDO SCOPPIÒ il Datagate , la società di Silicon Valley Palantir Technology, sospettata di esser dietro il programma di spionaggio, smentì qualsiasi collegamento con Prism, il sistema usato dall’intelligence americana per estrarre dati da siti come Google e Facebook. Al Financial Times la start-up dichiarò in giugno che si trattasse solo di una coincidenza di nomi, anche se precisò che la Nsa era tra i suoi clienti. Proprio come l’Italia.
CULTURA. La notizia letta sull’Espresso di questa settimana ha dell’incredibile. Ci informa del furto di migliaia di libri rari e preziosi dalle biblioteche italiane. Dietro al saccheggio c’è una banda guidata dal direttore della prestigiosa biblioteca dei Girolamini di Napoli. Parliamo di Marino Massimo De Caro, un uomo al centro di un’inquietante rete di contatti e protezioni eccellenti, da Marcello Dell’Utri agli ambienti vaticani.
La segnalazione partita dalla casa d’aste londinese Christie’s è arrivata appena in tempo allo speciale reparto dei carabinieri che si occupa di tutelare il patrimonio artistico nazionale. Le autorità, infatti, sono riuscite a bloccare una maxi-vendita che avrebbe dovuto tenersi in una libreria di Monaco. Il sequestro last minute, che porterà a scovare negli uffici della libreria Zisska & Schauer ben 543 tomi sottratti ai Girolamini e in altre biblioteche italiane, rappresenta il primo atto di una caccia che, da allora, gli investigatori hanno scatenato a livello internazionale, toccando un numero via via crescente di persone. Qualcuna ignara, altre perfettamente a conoscenza dell’origine dei libri.
Oggi gli investigatori stanno seguendo i mille rivoli in cui il flusso di volumi si è disperso, in Italia, negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, dove il titolare della libreria di Monaco, Herbert Schauer, è stato arrestato due mesi fa. Hanno trovato le tracce lasciate da esemplari di grande valore, che però restano ancora da riportare a casa. Una refurtiva, il cui valore economico è stimato in milioni e milioni di euro. A dispetto dei risultati, però, nessuno può esultare. Se finora sono stati recuperati 2.700 volumi, il conto di quelli davvero rubati è ignoto. Alcune stime dicono 4.000 ma nessuno lo sa con certezza.
SPORT. Lo sport, tra i più amati: il calcio. Ma ora non parliamo di quello giocato. Parliamo di soldi, ché nel calcio ne girano parecchi. La notizia la riprendiamo dalla Stampa di venerdì.
Scende in piazza contro François Hollande l’unica categoria di francesi che finora non l’aveva fatto: i calciatori. Lo sciopero è proclamato per il weekend del 30 novembre, per Ligue 1 e 2, leggi serie A e B. La partita più importante che salterà è Psg-Lione, l’obiettivo della serrata protestare contro la famigerata tassa del 75% sugli stipendi superiori al milione di euro annuo.
Uno sciopero dei calciatori non si vedeva dal 1972. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della Senna e, nelle ultime stagioni, il calcio francese è stato rivoluzionato dall’arrivo degli sceicchi del Qatar al Psg e del magnate russo Rybolovlev al Monaco. Insieme agli investimenti sono esplosi gli stipendi e così quello annunciato sembra a molti uno sciopero dei ricchi. Il solito sondaggio sprint informa che l’85% dei francesi è favorevole a tassare il calcio. Perciò, le società hanno lanciato un’operazione simpatia, spiegando che nel weekend incriminato si potrà andare comunque allo stadio, in una giornata «porte aperte» con animazioni e spiegazioni. Di certo, questa «aliquota Paperone» sta diventando la croce di Hollande, che la propose in campagna elettorale prendendo di sorpresa tutti. Ha causato polemiche, fughe di capitali e di capitalisti, è stata bocciata dal Consiglio costituzionale, poi modificata e infine approvata, per ora solo dall’Assemblée nationale. Nell’ultima versione, prevede un’aliquota del 75% sugli stipendi oltre il milione,ma a carico della società che li paga. Il correttivo è che l’ammontare della tassa non può superare il 5% del fatturato dell’azienda. Lo sconto è notevole. Per esempio, a tassa definitivamente approvata, per le sue star il Psg pagherebbe «solo» 20 milioni invece che 54. 
SOCIETA’. Ultima notizia della nostra rassegna, è quella di Società. Questa volta parliamo di vivisezione e lo facciamo con l’aiuto di Jeremy Rifkin che sul Corriere della sera di lunedì scrive: A volte i grandi cambiamenti sociali volano al di sotto degli schermi radar. È ciò che sta avvenendo in questo momento in tutta l’Unione Europea. Un movimento di base dei cittadini per fermare la pratica insensata di sottoporre milioni di animali a sofferenze, dolore e alla morte nella sperimentazione di sostanze chimiche tossiche che influiscono sulla salute umana sta riprendendo slancio in tutti i Paesi europei. La campagna «Stop Vivisection» (www.stopvivisection.eu) si basa sull’articolo 11 del Trattato europeo, che sancisce il diritto di introdurre Iniziative dei cittadini europei e mobilitare un ampio sostegno popolare. Nell’ambito della procedura, se un milione di cittadini europei di almeno un quarto degli Stati membri la firmano, un’Iniziativa dei cittadini può essere inviata automaticamente alla Commissione europea sotto forma di proposta di legge, dando così ai cittadini lo stesso diritto formale del Parlamento europeo e del Consiglio europeo di proporre norme.
L’iniziativa «Stop Vivisection» ha già raccolto più di 700.000 firme da tutta Europa e manca poco per raggiungere l’obiettivo di oltre 1 milione di firme. Per anni, governi, aziende e ricercatori hanno sostenuto che gli esperimenti sugli animali per valutare il rischio delle sostanze chimiche per la salute umana sono fondamentali per garantire il benessere della nostra specie. Ora, invece, nuove scoperte nel campo della genomica, della bioinformatica, dell’epigenetica e della tossicologia computazionale stanno fornendo altri strumenti di ricerca per studiare le conseguenze delle sostanze chimiche tossiche sulla salute umana, che sono di gran lunga più precisi nella valutazione del rischio di queste sostanze per gli esseri umani.
Le associazioni antivivisezioniste e le organizzazioni per i diritti degli animali hanno sostenuto questo concetto per molti, molti anni, solo per essere disprezzate da organismi scientifici, associazioni mediche e dalle lobby industriali che le accusano di essere «contro il progresso» e di tenere più agli animali che alle persone. Ora è il mondo della scienza — fatto alquanto interessante— ad essere giunto alle stesse conclusioni. 
(Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channe)

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POLITICA. Iniziamo con una notizia tratta dall’Espresso di questa settimana che dice molto di più del dibattito, spesso insensato, sulle riforme istituzionali. La riforma strisciante è già in atto e come vedremo il Parlamento, che dovrebbe essere la massima espressione della democrazia italiana, in realtà è già stato messo in un angolo.
Leggiamo: quasi tutte le leggi approvate dall’inizio della legislatura risultano infatti di iniziativa governativa, con deputati e senatori chiamati semplicemente ad approvare e ratificare decreti e disegni di legge presentati da Palazzo Chigi. Ma c’è di più, se si esaminano gli atti di sindacato ispettivo con i quali le Camere dovrebbero controllare il governo, si scopre che ministri e presidente del Consiglio riescono a dribblare anche le interrogazioni di deputati e senatori. Risultato: l’esecutivo accresce il suo peso, le Camere perdono colpi. «Siamo di fronte a una degenerazione della democrazia parlamentare», afferma Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato. «Lo svilimento del Parlamento rappresenta ormai un’emergenza democratica», rincara Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, esponente del Movimento 5 Stelle.
Se la capacità legislativa dipendesse solo dal tempo trascorso in aula dagli eletti, il Parlamento scoppierebbe di salute. Dati alla mano si scopre infatti che i parlamentari stanno lavorando molto più rispetto al passato. Ma è tutto oro quello che luccica? Solo in apparenza. Per capire come stanno le cose bisogna dare uno sguardo al complicato rapporto Parlamento-esecutivo. C’è un dato che mostra come si stia trasformando il ruolo del Parlamento: quello della produzione delle leggi. Se si esaminano le statistiche si scopre infatti come il potere legislativo sia ormai appannaggio del governo e veda il Parlamento recitare un ruolo sempre più subalterno. Nei cinque anni dell’ultima legislatura, delle 387 leggi approvate dalle Camere, appena 90 (pari al 22 per cento) erano di origine parlamentare. Il resto, ben il 78 per cento, era di iniziativa governativa.
Quanto alla legislatura in corso le cose stanno andando ancora peggio. Enrico Letta sta infatti recitando la parte del leone. Delle 17 leggi approvate da Camere e Senato nei sei mesi di attività, 15 sono infatti di iniziativa governativa e appena 2 di origine parlamentare, cioè solo l’11,7 per cento, una percentuale di gran lunga peggiore di quella fatta registrare ai tempi di Berlusconi e Monti.
ECONOMIA. L’economia, o quello che ne rimane. La notizia la leggiamo dal Manifesto di venerdì. Una foto impietosa del sud Italia, quella che scatta il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Un seserto. Peggio. E’ il luogo più povero del paese (il 20% delle famiglie siciliane vive con meno di 1000 euro al mese); è un posto da dove si emigra come negli anni del dopoguerra (negli ultimi venti sono emigrate al nord 2 milioni e 700 mila persone). E il 2014 si annuncia altrettanto complicato: il Pil al sud crescerà dello 0,1% contro lo 0,9% del centro nord, significa rimanere sganciati anche dalla presunta ripresina del prossimo anno. Resta qualcosa da fare? E può farlo, in piena crisi economica e senza lo straccio di un’idea per ripartire, un governo che al massimo può vantarsi di aver dato una mancia di 14 euro in busta paga (a chi ce l’ha)? Solo nel primo trimestre del 2013 il sud ha perso 166 mila posti di lavoro rispetto all’anno precedente: significa che la quota di occupati è scesa sotto la soglia di 6 milioni, come nel 1977. Nel 2012 il tasso di occupazione in età 15-64 è stato del 43% (nel centro-nord 63,8%), mentre il tasso di disoccupazione ufficiale, evidentemente sottostimato, è stato del 17% (il dato reale sarebbe vicino al 30% di disoccupati). Per gli under 35 anche il dato ufficiale è di per sé spaventoso: 28,5%. Fra gli inattivi, il 33,7% è diplomato e il 27,3% ha una laurea. Da qui a darsi alla fuga il passo è breve. Solo nel 2011 si sono trasferiti nel centro-nord 114 mila abitanti (quasi un migrante su quattro si è trasferito in Lombardia, segue il Lazio). Molti hanno deciso di espatriare, circa 50 mila persone, quindi 10 mila in più rispetto al 2010 e quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Non per niente il rapporto Svimez parla di «desertificazione industriale del sud», a dispetto delle politiche Ue per le regioni svantaggiate: altrove funzionano, in Italia invece non riescono nemmeno a partire. Complessivamente, negli anni che vanno dal 2008 al 2012 i consumi delle famiglie meridionali sono sprofondati del 9,3%, quasi tre volte in più che nel resto del paese. I cittadini, infine, sono diventati più poveri ma anche più tartassati: dal 2007 al 2011 al sud la pressione fiscale è aumentata. Il danno e la beffa.
CRONACA. Leggiamo dall’Unità di mercoledì un commento sull’incredibile vicenda dei funerali del boia nazista, Priebke:
«Il criminale nazista mai pentito stava per avere, di straforo,i suoi funerali ad Albano laziale mentre fuori dalla cappella di una comunità lefebvriana (fuori dalla Chiesa cattolica), un gruppo di camerati neofascisti inscenava il solito penoso rito di saluti romani e di grida inneggianti al nazifascismo. La consueta, violenta, squallida volontà di sopraffazione. Ma la gente di Albano Laziale si è infuriata per quel sotterfugio autorizzato, di fatto, dal prefetto di Roma. Il rito funebre – scrive l’Unità - non si nega a nessuno, neppure al peggiore degli uomini (e Priebke è stato fra i peggiori). Ma attorno ad esso ogni manifestazione di solidarietà politica, di esaltazione del nazifascismo e dei suoi orrori andava scongiurata, con lucida forza. E questo non è avvenuto ad Albano Laziale, contro la volontà dei suoi abitanti.
Era dunque sensata e pienamente comprensibile l’opposizione del sindaco di quel Comune medaglia d’argento della Resistenza, ad un funerale pubblico che inevitabilmente avrebbe richiamato i soliti fanatici di estrema destra. I fatti hanno dimostrato che aveva ragione. Non così il prefetto di Roma che quell’ordinanza ha annullato, in pochi minuti. Atteggiamento grave. Non possiamo dimenticare infatti che questo contestato rito pubblico è caduto alla vigilia di quel 16 ottobre il cui ricordo sanguina ancora nel ghetto di Roma e in tutta la città. Uno dei rastrellamenti più spietati, casa per casa, scala per scala, dopo aver preteso con l’inganno più crudele tutto l’oro che i romani ebrei avevano potuto raccogliere.
È significativo che nessun Paese voglia le spoglie mortali di Priebke: non l’Argentina dove si era rifugiato, non la Germania dov’era nato e cresciuto nel culto di Hitler, non altri Paesi. In Italia, abbiamo già troppi sacrari del fascismo, la tomba, cupa come poche, di Benito Mussolini a Predappio meta di sgangherate carovane di nostalgici. Stavamo per avere ad Affile un sacrario del generale Graziani che seminò stragi in Africa e firmò i famigerati bandi di Salò.
Conclude l’articolo: raccontiamo ai più giovani la vera storia del nazismo e del fascismo, fino al terribile biennio 1943-45. Sarà il modo migliore per seppellire davvero, sotto il peso inesorabile della storia, Priebke e i suoi camerati più feroci.
ESTERI. La notizia è tratta dal Fatto Quotidiano di domenica. Londra e la Gran Bretagna non sono soltanto il London Eye, il Big Ben, i negozi, i musei del centro. Basta fare poche stazioni di metropolitana per trovarsi in aree talmente degradate da chiedersi se siamo nello stesso luogo o in un sobborgo del Terzo mondo. Per non parlare di certe città di provincia, dove il tasso di disoccupazione supera il 30 per cento. I tagli ai sussidi pubblici del governo Cameron hanno aumentato le differenze tra i ricchi e i poveri e la Gran Bretagna è ormai il paese d’Europa dove il divario è più alto. C’è una quantità di gente, ex piccola borghesia, che sta scivolando verso il basso, in un limbo che non è ancora chiaro dove approderà. E gli effetti si iniziano a vedere.
Di fronte alle proteste per il caro gas, Cameron ha detto: vorrà dire che in casa si indosserà un golf in più. Mai frase, poi smentita dal portavoce di Downing Street, fu più infelice. Ma il concetto è stato ribadito dal ministro dell’Energia Ed Davey, che sarà il primo – ha detto – a coprirsi di più per risparmiare. Poi ci sono le ferrovie, privatizzate dalla Thatcher, e carissime. Ora si parla di un ritorno della terza classe per i poveracci, per chi non può più permettersi i costi esorbitanti di un biglietto First Class o Standard. Un salto indietro agli anni Cinquanta, quando sparirono le “plebee”.
Pesanti i tagli alla sanità e il boom delle vendite a rate. Tutti segnali di cui il governo conservatore si sta allegramente disinteressando.
CULTURA. Dai giornali della settimana abbiamo selezionato una notizia che riguarda Federico Fellini. A 20 anni dalla sua morte, esce la sceneggiatura di un giallo scritto con un poliziotto sotto copertura che al Venerdì di Repubblica racconta l’incontro con il grande regista.
Per due volte Federico Fellini tentò di girare La Mala Vita, il suo film poliziesco. Una prima volta a fine anni Settanta. Ma litigò con il produttore Renzo Rossellini, figlio d’arte. Pomo della discordia, il costo dei sogni. Fellini, per realizzare l’opera, voleva ricostruire la Roma criminale a Cinecittà. Il produttore replicò che così avrebbe bruciato un mucchio di quattrini. E saltò tutto. Una seconda volta ci provò nell’83. Il nuovo produttore, Alfredo Bini, era entusiasta. «Magnifico, splendido, superbo. Devi farlo subito. Ho già lo slogan per il lancio: 1960, Federico Fellini, La Dolce Vita; 1980, Federico Fellini, La Mala Vita. Sarà un successo mondiale». Ma all’ultimo momento Fellini si fermò. Intorno al «giallo del giallo mai girato» si sono interrogate le migliori menti dello showbiz italiano. Senza venirne a capo. Fellini aveva già in mano la sceneggiatura, definito tutte le sequenze, stabilito l’episodio conclusivo. Si sa che dietro il progetto c’era la storia vera di un poliziotto vero. Il regista lo definì «un poeta con la pistola». Oggi questo 007 in pensione ha deciso di raccontare l’odissea del film mai nato, in un libro dal titolo semplice, Il poliziotto.
Il protagonista della favola mancata si chiama Nicola Longo, tre figli, insegna Tecniche d’investigazione alla Sapienza, per le sue gesta investigative ha avuto una medaglia dal presidente Pertini e ora dirige un’agenzia privata. Perché Fellini si innamora della vita di un uomo d’azione? Longo era già un mito. Il primo investigatore mediatico. I giornali lo chiamano James Bond, 007, Serpico. Tomás Milián e Fabio Testi si ispireranno a lui per un paio di «eroi» del poliziottesco. Calabrese, figlio di un carabiniere, campione welter di boxe, selezionato olimpionico di lotta libera per Messico ‘68, nel ‘71 entra nella Narcotici di Roma. Si specializza in «operazioni sotto copertura». Diventa un hippy con il chopper in piazza di Spagna. Dorme in un sacco a pelo, sotto le stelle. Nel febbraio del ‘74 finisce sui giornali per essersi tuffato, all’una di notte, nel Tevere, a recuperare un pacco di droga. «Avevo i capelli lunghi e mi piaceva quella vita. Mancò poco che lasciassi la polizia e diventassi un hippy sul serio», ha raccontato.
SPORT. Dal Fatto quotidiano di lunedì, leggiamo di Abdon Pamich, italiano di Fiume, oggi ottantenne, campione olimpico azzurro a Tokyo nel 1964, quando trionfò con la 50 km di marcia.
Molti lo riducono a quella gara di quasi mezzo secolo fa, a quei 50 km che assegnavano la medaglia olimpica, al suo duello con il ferroviere britannico Paul Nihill.
“Sono in tanti a riassumermi in quel giorno, in quei gesti, nelle vicende di quella rotta che prevedeva due segmenti di 25 chilometri in piena città. Pensi che, dopo quasi mezzo secolo, neppure in Giappone mi hanno dimenticato: quando il mese scorso Tokyo ha vinto la corsa ai Giochi del 2020, il corrispondente di uno dei loro quotidiani mi ha telefonato per chiedermi cosa pensassi dello spirito sportivo dei giapponesi. Mi è venuto da sorridere: a dire il vero, quel giorno avevo altro a cui pensare. E poi non è stata quella la giornata della mia gioia più perfetta. Quel momento va cercato più indietro, al ’56, quando andai alla Praga-Podebrady che a quel tempo era una specie di campionato del mondo della 50 km. Quando partii, mi dissi: se trovi un posto tra i primi quindici, puoi esser soddisfatto. Vinsi”. Oggi da Praga a Podebrady non si va più. Cambiate tante cose, anche la marcia.
É rimasto legato non con un filo ma con una gomena alla terra che lasciò adolescente. Il prossimo obiettivo verso cui marciare è una storia dello sport fiumano: sta raccogliendo testimonianze, attingendo informazioni e ricordi da altri vecchi fusti come lui, da famiglie che hanno il culto della memoria.
E così, rivedendo gli appunti, racconta che non ci sono stati solo lui e Loik, scomparso nella vampata che distrusse il Grande Torino, ma tanti altri calciatori, pugili, atleti, velisti, canottieri, alpinisti. “Due sono sepolti dal ’26 da qualche parte sotto la vetta del Monte Bianco”. Una versione fiumana dell’assalto all’Everest di George Mallory e Andrew Irvine che, proprio in quegli anni, vestiti di tweed si persero in una tormenta dopo aver toccato i 8.400 metri.
SOCIETA’. Ancora Lampedusa. Storie di persone maltrattate dalla vita e dai governi, che affrontano improbabili viaggi della speranza per finire ingoiati dal mare o, bene che vada, dalla burocrazia e dalla repressione.
Ma chi sono? Da dove arrivano? Che storie raccontano? Dalla Repubblica di giovedì leggiamo di sei piccoli sopravvissuti a una delle ultime tragedie del mare, accolti da un istituto di Menfi, in provincia di Agrigento.
L’orfanotrofio del mare è una candida villetta a due piani all’ingresso di Menfi, nella Valle del Belice. Un bel prato verde, due palme, un patio con tutti i giochi che entusiasmano i bambini, scivoli, casette di plastica, giostrine, una grande tv con i cartoni animati. Ma niente sembra riuscire, anche solo per qualche minuto, a restituire alla loro infanzia questi bambini che non sembrano più tali. Bimbi senza più mamma e papà, senza famiglia, senza amore e persino senza nome. Perché nessuno sa da dove vengono, con chi erano, come si chiamano e quanti anni hanno. I più piccoli, come Salvatore (lo hanno chiamato così dal nome del suo “salvatore”) che non ha neanche un anno, ovviamente non parlano, ma gli altri (dai due anni e mezzo ai sette anni) sarebbero in grado di dire questo (e probabilmente molto altro) se solo ad aiutare gli operatori dell’istituto Walden di Menfi ci fosse un mediatore culturale.
«Le prime notti dovevano avere incubi continui — racconta Michele, il responsabile della comunità — non riuscivano a dormire, piangevano continuamente, avevano sussulti. Li abbiamo lasciati tutti insieme, i tre fratellini e gli altri tre bambini, abbiamo capito che si sentivano più sicuri».
Ma quanti sono i minori non accompagnati che ogni giorno sbarcano sulle coste siciliane. Un numero esorbitante: 3319 solo dall’inizio dell’anno ad oggi, tre volte di più rispetto allo scorso anno. Per lo più si tratta di adolescenti, tra gli 11 e i 17 anni, ragazzini che finiscono per scomparire nel nulla. Due su tre, dopo qualche settimana in comunità escono e non tornano più. Salgono su un treno con destinazione ignota o, peggio ancora, finiscono nelle mani di organizzazioni criminali che li contattano e che talvolta chiedono persino riscatti alle famiglie rimaste nei paesi di provenienza. E nessuno qui li cerca più. Un problema in meno per lo Stato che non ha più i soldi per pagare le convenzioni con le case famiglia. Gli affidi e le adozioni dei più piccoli (che in questi giorni in tanti chiedono) difficilmente riescono ad andare in porto. I 25 bambini che ormai da diverse settimane sono nella casa di accoglienza di Piana degli Albanesi, ad esempio, aspettano ancora la nomina del tutore. Senza quello è come se non esistessero, non possono andare neanche a scuola. Troppe pastoie burocratiche trasformano questi bambini in piccoli fantasmi di cui presto nessuno si ricorderà più. (Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channel)

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POLITICA. Il Fatto quotidiano di lunedì pubblica una sorta di Radiografia dei 5 stelle, traendone un bilancio di cose fatte e cose che non tornano. Vediamole. Nel capitolo cose fatte: Ci sono 420.000 euro che Grillo ha consegnato ai terremotati di Mirandola, soldi avanzati nella raccolta fondi della campagna elettorale. Ci sono i 42 milioni di euro di rimborsi elettorali restituiti, c’è il milione e mezzo destinato al microcredito risparmiato grazie al taglio sugli stipendi e la diaria festeggiato con un assegno gigante ai cittadini. I costi svelati. Nel primo giorno d’Aula si sono presentati con un apriscatole e il messaggio era chiaro: “Scardineremo questa macchina oscura”. Dicono di aver trovato “un muro di gomma”, ma a furia di chiedere anche i conti sono saltati fuori. Il dossier presentato a luglio da Riccardo Fraccaro rivela le spese folli della Camera tra stipendi e pensioni ai dipendenti: circa 784 milioni l’anno. A Palazzo Madama ci ha pensato il questore Laura Bottici: nel bilancio 2012 figuravano 546 mila euro ad associazioni, onlus e fondazioni e 65 mila euro per gli ultimi due concerti di Natale. Surplus che dal 2013 il presidente Grasso ha assicurato saranno tagliati.
Leggiamo cosa non va, secondo il Fatto: il primo ostacolo su cui sono inciampati è stato larestituzione dei soldi. Dopo aver scoperto amaggio scorso che oltre a metà dell’indennità avrebbero dovuto rendere anche la diaria non rendicontata, non tutti si sono accodati alla politica francescana. Seguono così mesi di lotte, e al Restitution Day di luglio arrivano acciaccati da attacchi sui giornali e malumori interni.
Tutti restituiscono i soldi, ma i rendiconti personali finiscono online e sotto gli occhi vigili degli attivisti le magagne vengono subito a galla. C’è Ivan Catalano, deputato lombardo che non ha reso pubblici i suoi conti a causa, pare, di spese eccessive. Segue Marta Grande che nei costi per l'ingresso in parlamento specifica 12mila euro di rimborso alloggio. Salvo poi giustificarsi: “una fideiussione per la casa che restituirò”. In questione anche Tommaso Currò, Nicola Bianchi, Alessio Tacconi e Lorenzo Battista. Hanno restituito poche migliaia di euro in confronto ai 16mila ricevuti per i primi tre mesi. Assestamento o adattamento ad una nuova vita?
E tra gli errori strategici più grandi per il Movimento si registrano le espulsioni.
ECONOMIA. Dal Manifesto di giovedì, la notizia di Economia: la moneta greca che batte l’euro, è il titolo di un reportage.
Oltre ad aggirare la grande distribuzione qui a Volos si è fatto un grosso passo in più: la nascita di un mercato alternativo dove si compra senza soldi, o meglio, attraverso una valuta immateriale alternativa chiamata Tem, un acronimo che sta per "unità alternativa locale" ed è equiparato a un euro. In questo mercato, che si svolge il mercoledì e il sabato, si compra esclusivamente con tale valuta, accreditata o addebitata su un libretto virtuale. Una delle organizzatrici, anche lei di nome Angelica, me ne spiega il funzionamento: «Ognuno di noi ha un nickname a cui corrisponde un libretto virtuale, che è come un conto corrente. Se vendo qualcosa – io ad esempio vendo libri usati –mi vengo accreditati dei Tem, con i quali posso poi a mia volta comprare qualcosa, non solo beni di consumo, che sono il fulcro del mercato,ma anche servizi che posso acquistare in giorni e posti diversi. Ad esempio, se c’è un parrucchiere che aderisce al Tem posso tagliarmi i capelli e pagarlo con la moneta virtuale. Lo stesso vale per il medico: ce ne sono diversi che si fanno pagare così ed è un bel risparmio». Giovanni è un italiano che vive a Volos da trent’anni ed è uno dei medici di cui parla Angelica. Anche lui è tra i fondatori della valuta virtuale: «Chiaramente – dice – il nostro sistema non può risolvere tutti i problemi, ma abbiamo calcolato che può incidere sulla spesa mensile anche del 20-25 per cento, che di questi tempi non è poco. Soprattutto per quanto riguarda i servizi, come il medico, il meccanico, l’idraulico, il fisioterapista. Tutte cose che con la crisi diventano secondarie, perché tasse, bollette e generi di prima necessità si mangiano tutto lo stipendio mensile e a volte nemmeno è sufficiente. Il vantaggio sta nel fatto che il Tem non è una vera moneta, ma solo un sistema virtuale che regola i nostri scambi. Di conseguenza non è tassabile. Il Tem è pressappoco così, ma permette di andare oltre il baratto, perché quel valore che produco facendo un servizio o vendendo un oggetto non mi viene compensato subito con qualcos’altro che magari non mi serve: posso capitalizzarlo e spenderlo in un altro momento, con una terza persona, per qualcosa che davvero mi occorre». Ovviamente non è tutto così idilliaco, ma chi si approfitta viene estromesso dal sistema.
CRONACA. La cronaca ci riporta a Lampedusa, ma fatti i conti con le tragedie, deve arrivare il tempo della riflessione. Lo faranno i governi che finora hanno garantito solo la libera circolazione delle merci ma non delle persone?
A proposito, leggiamo dal settimanale Internazionale un articolo apparso su Le Monde e firmato da un antropologo, Michel Agier.
Il tempo dell’emozione se lo meritano tutti quelli che sono morti nel Mediterraneo negli ultimi anni, spesso senza sepoltura né funerali, quasi ventimila persone negli ultimi vent’anni. E se lo meritano anche i sopravvissuti, che hanno affrontato non solo l’orrore della traversata, ma anche le terribili condizioni di clandestinità alle quali i governi europei hanno deciso di condannarli.
È infatti lo stato che “crea” i clandestini. C’è da chiedersi quanta emozione sarà necessaria perché si smetta di commuoversi e si cominci a riflettere sui sistemi repressivi che dalla fine degli anni novanta l’Europa ha adottato contro i migranti per selezionarli – escludendo gli indesiderabili (provenienti soprattutto dai paesi “del sud”) – per respingerli con violenza o per mantenerli in uno stato di irregolarità che favorisce lo sfruttamento del loro lavoro.
Né “immigrati” né “rifugiati” (non hanno avuto la possibilità né “clandestini”, sono morti nella migrazione, durante lo spostamento. È dunque proprio questa mobilità, tanto cara e valorizzata come segno di un mondo cosmopolita, moderno e fluido quando si tratta delle vite degli occidentali, il vero bersaglio delle polizie e dei governi.
I morti di Lampedusa potevano essere evitati. Sono infatti il risultato della propaganda dei governi europei contro lo straniero. Che ha come effetto, da un lato, la criminalizzazione della migrazione e dei migranti e, dall’altro, quello di incentivare un’economia della clandestinità, che spinge tra le braccia dei trafficanti di esseri umani quelle persone per cui spostarsi è ancora una necessità vitale.
ESTERI. Da Repubblica di martedì la notizia di Esteri: L’INDIA insorge contro l’oscena morte di un’altra donna vittima di molestie sessuali. Pavitra Bhardwaj, 40 anni, assistente in un laboratorio universitario di New Delhi, si era data fuoco lunedì scorso, esasperata dall’indifferenza delle autorità, offesa dalla prepotenza dei suoi persecutori. Dopo una settimana di agonia, si è spenta. Quella di Bhardwaj è una vicenda che ha poco di straordinario in un Paese dove lo stupro è il delitto più comune nei confronti delle donne, dov’è normale che soltanto il 26 per cento dei delitti a sfondo sessuale venga punito, dove nascere femmina è in certe zone un peccato ancora punibile con l’aborto o l’infanticidio, e dove più in generale il disinteresse verso la sorte femminile è piombato a livelli tanto abissali da sollevare l’indignazione popolare. Infatti, soltanto dopo l’indicibile strazio di una giovane fisioterapista, lacerata a morte lo scorso dicembre da un branco di sei ubriachi a bordo di un autobus privato, l’ira delle piazze ha costretto il governo a riesaminare leggi e costumi.
Alla notizia del suicidio, studenti universitari e colleghi scendono in piazza a invocare giustizia per lei come per tante, troppe altre donne. Protestano anche i sindacati universitari, il corpo insegnante di 75 campus, si unisce alla rivolta l’associazione dei docenti. La polizia, macchiata da una nomea per gli abusi contro le indiane, soltanto ora si muove. Lo stesso fa la Commissione nazionale per la donna, nota per l’inefficacia: «Il caso non ci è ancora stato sottoposto», si cautela la presidente: «Appena lo sarà, indagheremo». Poche parole di stampo burocratico, pronunciate troppo tardi per l’ennesima figlia che l’India sacrifica a un primitivo sistema patriarcale.
CULTURA. Per la cultura, la nostra rassegna si soffermerà sui plagi nella musica raccontati dal Fatto quotidiano di lunedì. Ne leggiamo un brano. Di plagi, la storia del rock e delle canzonette è colma. Uno dei più clamorosi è quello dei Beach Boys: Surfin’ Usa è ispirata in maniera più che evidente a Sweet Little Sixteen, di Chuck Berry. Finì in tribunale, e i giudici dettero ragione a Chuck Berry che detiene i diritti del brano. I Beach Boys con quel pezzo, bandiera della West Coast degli anni Sessanta, si spinsero addirittura più in là: oltre alla musica anche il testo era più o meno copiato da Kissin’ Ti m e di Bobby Rydell. Parliamo dei Beach Boys, bandiera di quella musica che dalla California invase il mondo. Non si può parlare di plagio per i Beatles, al limite sono stati loro a essere plagiati, ma George Harrison confessò prima di morire che I feel fine, brano fondamentale nell’antologia dei Fab Four, era ispirata a un brano di Bobby Parker. Non sono stati immuni dalla tentazione dal “copiare” neanche i Nirvana : quanti sanno che il riff di Come As You Are è identico a Eighties dei Killing Joke? I Pearl Jam altra band protagonista della stagione Grunge, hanno osato in modo clamoroso: la loro Given To Fly presenta troppe assonanze con Going to California dei Led Zeppelin, cui anche una band nostrana, i Negrita, ha ripreso l’intro di un loro celebre pezzo, All my love, per farci Brucerò per te.
Anche in Italia non mancano i casi: il Fatto cita Ligabue che nel 1995 ottiene un gran successo grazie a Certe Notti: ascoltandola però vien da chiedersi quanto si sia ispirato a Bed of Roses dei Bon Jovi... O gli 883 che raggiungono la celebrità col brano-tormentone Hanno ucciso l’Uomo Ragno riprendendo Love at First di Jon Yellow. Magari, all’epoca, il fatto poteva passare sottotraccia, difficile farlo oggi al tempo di Internet. E così si scopre che Arisa trionfa al Festival di Sanremo Giovani con un brano, Sincerità , troppo uguale nel ritornello a uno di Don McLean Vincent (Starry Starry Night). E nella speciale lista compare anche il Nobel-candidato Roberto Vecchioni: la sua Voglio una donna non può riportare alla mente I’m going down del Boss Bruce Springsteen.
SPORT. Per lo sport, ci siamo fatti incuriosire dal settimanale Sport Week che racconta alcune curiosità su quella che è la colonna sonora delle vittorie italiane: l’inno nazionale, ovvero l’inno di Mameli.
Forse non tutti sanno che fu adottato il 12 ottobre del 1946 “provvisoriamente” e da allora non è mai stato ufficializzato, anche se l’insegnamento dell’inno nelle scuole è diventato legge lo scorso anno.
Altre due curiosità. 1956, l’anno in cui, all’Olimpiade di Melbourne, mancava il disco dell’inno per festeggiare l’oro di Ercole Baldini nella corsa su strada di ciclismo. «Dirigenti, giornalisti, migliaia di immigrati cantarono in coro: non arrivarono alla fine, perché l’inno si spense fra i singhiozzi di quella gente». A Mosca ’80, causa boicottaggio, erano proibiti inno e tricolore: ma un amico di Luciano Giovannetti, oro nel piattello fossa, fece issare sul pennone una bandiera improvvisata e gli italiani cantarono l’Inno di Mameli.
1959: l’anno in cui a Wembley, prima di Inghilterra-Italia, non venne suonato l’Inno di Mameli. Da un ricordo di Sergio Brighenti, che segnò un gol per la rimonta da 2-0 a 2-2: «La banda iniziò a suonare, non capivamo bene cosa. Mariani mi disse: ma questa è la Marcia Reale... Dopo la partita, al ricevimento dalla regina Elisabetta, porsero le scuse all’ambasciatore italiano». Gianni Brera scrisse sul Giorno: «Gli inglesi schiumano rabbia. Ah, buon Dio, avrei dato una mano per il terzo gol! Adesso che inno suoniamo?».
SOCIETA’. Società: muore a 100 anni il boia delle Fosse ardeatine, l’ufficiale nazista Priebke, condannato all’ergastolo per la strage che costò la vita a 335 italiani. E il Corriere della sera di sabato ci racconta di una provocazione post-mortem, ovvero un video-testamento: «Non rinnego il mio passato — afferma Priebke anche in punto di morte —. Ho scelto di essere mestesso, fedele al mio passato e aimiei ideali». E ancora: «A Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse. Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Io sono stato a Mauthausen: c’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau. E i filmati dei lager erano falsi». L’Olocausto, per lui, fu solo frutto di «coscienze manipolate».
Scrive poi il Corriere: Erich Priebke è morto da vero nazista. Mai un atto di dolore per essere stato, col tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, l’aguzzino delle Fosse Ardeatine. Fu lui, quel 23 marzo 1944, a stendere materialmente a macchina, sotto la dettatura di Kappler, la lista degli uomini da uccidere per rappresaglia dopo l’attentato di via Rasella. Dieci fucilati per ciascun tedesco, decisero da Berlino. Dunque sulla carta 330 persone. Ma alla fine furono 335, un «errore di calcolo» che non salvò quelle vite: furono uccisi tutti, ogni testimone sarebbe stato troppo scomodo. Priebke dal settembre 1943 «lavorava» con Kappler a via Tasso, nella palazzina di san Giovanni dove i capi della Resistenza romana venivano atrocemente torturati. Eppure il boia delle Ardeatine e di via Tasso mai chiese perdono.