POLITICA. Il Fatto quotidiano di lunedì pubblica una sorta di Radiografia dei 5 stelle, traendone un bilancio di cose fatte e cose che non tornano. Vediamole. Nel capitolo cose fatte: Ci sono 420.000 euro che Grillo ha consegnato ai terremotati di Mirandola, soldi avanzati nella raccolta fondi della campagna elettorale. Ci sono i 42 milioni di euro di rimborsi elettorali restituiti, c’è il milione e mezzo destinato al microcredito risparmiato grazie al taglio sugli stipendi e la diaria festeggiato con un assegno gigante ai cittadini. I costi svelati. Nel primo giorno d’Aula si sono presentati con un apriscatole e il messaggio era chiaro: “Scardineremo questa macchina oscura”. Dicono di aver trovato “un muro di gomma”, ma a furia di chiedere anche i conti sono saltati fuori. Il dossier presentato a luglio da Riccardo Fraccaro rivela le spese folli della Camera tra stipendi e pensioni ai dipendenti: circa 784 milioni l’anno. A Palazzo Madama ci ha pensato il questore Laura Bottici: nel bilancio 2012 figuravano 546 mila euro ad associazioni, onlus e fondazioni e 65 mila euro per gli ultimi due concerti di Natale. Surplus che dal 2013 il presidente Grasso ha assicurato saranno tagliati.
Leggiamo cosa non va, secondo il Fatto: il primo ostacolo su cui sono inciampati è stato larestituzione dei soldi. Dopo aver scoperto amaggio scorso che oltre a metà dell’indennità avrebbero dovuto rendere anche la diaria non rendicontata, non tutti si sono accodati alla politica francescana. Seguono così mesi di lotte, e al Restitution Day di luglio arrivano acciaccati da attacchi sui giornali e malumori interni.
Tutti restituiscono i soldi, ma i rendiconti personali finiscono online e sotto gli occhi vigili degli attivisti le magagne vengono subito a galla. C’è Ivan Catalano, deputato lombardo che non ha reso pubblici i suoi conti a causa, pare, di spese eccessive. Segue Marta Grande che nei costi per l'ingresso in parlamento specifica 12mila euro di rimborso alloggio. Salvo poi giustificarsi: “una fideiussione per la casa che restituirò”. In questione anche Tommaso Currò, Nicola Bianchi, Alessio Tacconi e Lorenzo Battista. Hanno restituito poche migliaia di euro in confronto ai 16mila ricevuti per i primi tre mesi. Assestamento o adattamento ad una nuova vita?
E tra gli errori strategici più grandi per il Movimento si registrano le espulsioni.
ECONOMIA. Dal Manifesto di giovedì, la notizia di Economia: la moneta greca che batte l’euro, è il titolo di un reportage.
Oltre ad aggirare la grande distribuzione qui a Volos si è fatto un grosso passo in più: la nascita di un mercato alternativo dove si compra senza soldi, o meglio, attraverso una valuta immateriale alternativa chiamata Tem, un acronimo che sta per "unità alternativa locale" ed è equiparato a un euro. In questo mercato, che si svolge il mercoledì e il sabato, si compra esclusivamente con tale valuta, accreditata o addebitata su un libretto virtuale. Una delle organizzatrici, anche lei di nome Angelica, me ne spiega il funzionamento: «Ognuno di noi ha un nickname a cui corrisponde un libretto virtuale, che è come un conto corrente. Se vendo qualcosa – io ad esempio vendo libri usati –mi vengo accreditati dei Tem, con i quali posso poi a mia volta comprare qualcosa, non solo beni di consumo, che sono il fulcro del mercato,ma anche servizi che posso acquistare in giorni e posti diversi. Ad esempio, se c’è un parrucchiere che aderisce al Tem posso tagliarmi i capelli e pagarlo con la moneta virtuale. Lo stesso vale per il medico: ce ne sono diversi che si fanno pagare così ed è un bel risparmio». Giovanni è un italiano che vive a Volos da trent’anni ed è uno dei medici di cui parla Angelica. Anche lui è tra i fondatori della valuta virtuale: «Chiaramente – dice – il nostro sistema non può risolvere tutti i problemi, ma abbiamo calcolato che può incidere sulla spesa mensile anche del 20-25 per cento, che di questi tempi non è poco. Soprattutto per quanto riguarda i servizi, come il medico, il meccanico, l’idraulico, il fisioterapista. Tutte cose che con la crisi diventano secondarie, perché tasse, bollette e generi di prima necessità si mangiano tutto lo stipendio mensile e a volte nemmeno è sufficiente. Il vantaggio sta nel fatto che il Tem non è una vera moneta, ma solo un sistema virtuale che regola i nostri scambi. Di conseguenza non è tassabile. Il Tem è pressappoco così, ma permette di andare oltre il baratto, perché quel valore che produco facendo un servizio o vendendo un oggetto non mi viene compensato subito con qualcos’altro che magari non mi serve: posso capitalizzarlo e spenderlo in un altro momento, con una terza persona, per qualcosa che davvero mi occorre». Ovviamente non è tutto così idilliaco, ma chi si approfitta viene estromesso dal sistema.
CRONACA. La cronaca ci riporta a Lampedusa, ma fatti i conti con le tragedie, deve arrivare il tempo della riflessione. Lo faranno i governi che finora hanno garantito solo la libera circolazione delle merci ma non delle persone?
A proposito, leggiamo dal settimanale Internazionale un articolo apparso su Le Monde e firmato da un antropologo, Michel Agier.
Il tempo dell’emozione se lo meritano tutti quelli che sono morti nel Mediterraneo negli ultimi anni, spesso senza sepoltura né funerali, quasi ventimila persone negli ultimi vent’anni. E se lo meritano anche i sopravvissuti, che hanno affrontato non solo l’orrore della traversata, ma anche le terribili condizioni di clandestinità alle quali i governi europei hanno deciso di condannarli.
È infatti lo stato che “crea” i clandestini. C’è da chiedersi quanta emozione sarà necessaria perché si smetta di commuoversi e si cominci a riflettere sui sistemi repressivi che dalla fine degli anni novanta l’Europa ha adottato contro i migranti per selezionarli – escludendo gli indesiderabili (provenienti soprattutto dai paesi “del sud”) – per respingerli con violenza o per mantenerli in uno stato di irregolarità che favorisce lo sfruttamento del loro lavoro.
Né “immigrati” né “rifugiati” (non hanno avuto la possibilità né “clandestini”, sono morti nella migrazione, durante lo spostamento. È dunque proprio questa mobilità, tanto cara e valorizzata come segno di un mondo cosmopolita, moderno e fluido quando si tratta delle vite degli occidentali, il vero bersaglio delle polizie e dei governi.
I morti di Lampedusa potevano essere evitati. Sono infatti il risultato della propaganda dei governi europei contro lo straniero. Che ha come effetto, da un lato, la criminalizzazione della migrazione e dei migranti e, dall’altro, quello di incentivare un’economia della clandestinità, che spinge tra le braccia dei trafficanti di esseri umani quelle persone per cui spostarsi è ancora una necessità vitale.
ESTERI. Da Repubblica di martedì la notizia di Esteri: L’INDIA insorge contro l’oscena morte di un’altra donna vittima di molestie sessuali. Pavitra Bhardwaj, 40 anni, assistente in un laboratorio universitario di New Delhi, si era data fuoco lunedì scorso, esasperata dall’indifferenza delle autorità, offesa dalla prepotenza dei suoi persecutori. Dopo una settimana di agonia, si è spenta. Quella di Bhardwaj è una vicenda che ha poco di straordinario in un Paese dove lo stupro è il delitto più comune nei confronti delle donne, dov’è normale che soltanto il 26 per cento dei delitti a sfondo sessuale venga punito, dove nascere femmina è in certe zone un peccato ancora punibile con l’aborto o l’infanticidio, e dove più in generale il disinteresse verso la sorte femminile è piombato a livelli tanto abissali da sollevare l’indignazione popolare. Infatti, soltanto dopo l’indicibile strazio di una giovane fisioterapista, lacerata a morte lo scorso dicembre da un branco di sei ubriachi a bordo di un autobus privato, l’ira delle piazze ha costretto il governo a riesaminare leggi e costumi.
Alla notizia del suicidio, studenti universitari e colleghi scendono in piazza a invocare giustizia per lei come per tante, troppe altre donne. Protestano anche i sindacati universitari, il corpo insegnante di 75 campus, si unisce alla rivolta l’associazione dei docenti. La polizia, macchiata da una nomea per gli abusi contro le indiane, soltanto ora si muove. Lo stesso fa la Commissione nazionale per la donna, nota per l’inefficacia: «Il caso non ci è ancora stato sottoposto», si cautela la presidente: «Appena lo sarà, indagheremo». Poche parole di stampo burocratico, pronunciate troppo tardi per l’ennesima figlia che l’India sacrifica a un primitivo sistema patriarcale.
CULTURA. Per la cultura, la nostra rassegna si soffermerà sui plagi nella musica raccontati dal Fatto quotidiano di lunedì. Ne leggiamo un brano. Di plagi, la storia del rock e delle canzonette è colma. Uno dei più clamorosi è quello dei Beach Boys: Surfin’ Usa è ispirata in maniera più che evidente a Sweet Little Sixteen, di Chuck Berry. Finì in tribunale, e i giudici dettero ragione a Chuck Berry che detiene i diritti del brano. I Beach Boys con quel pezzo, bandiera della West Coast degli anni Sessanta, si spinsero addirittura più in là: oltre alla musica anche il testo era più o meno copiato da Kissin’ Ti m e di Bobby Rydell. Parliamo dei Beach Boys, bandiera di quella musica che dalla California invase il mondo. Non si può parlare di plagio per i Beatles, al limite sono stati loro a essere plagiati, ma George Harrison confessò prima di morire che I feel fine, brano fondamentale nell’antologia dei Fab Four, era ispirata a un brano di Bobby Parker. Non sono stati immuni dalla tentazione dal “copiare” neanche i Nirvana : quanti sanno che il riff di Come As You Are è identico a Eighties dei Killing Joke? I Pearl Jam altra band protagonista della stagione Grunge, hanno osato in modo clamoroso: la loro Given To Fly presenta troppe assonanze con Going to California dei Led Zeppelin, cui anche una band nostrana, i Negrita, ha ripreso l’intro di un loro celebre pezzo, All my love, per farci Brucerò per te.
Anche in Italia non mancano i casi: il Fatto cita Ligabue che nel 1995 ottiene un gran successo grazie a Certe Notti: ascoltandola però vien da chiedersi quanto si sia ispirato a Bed of Roses dei Bon Jovi... O gli 883 che raggiungono la celebrità col brano-tormentone Hanno ucciso l’Uomo Ragno riprendendo Love at First di Jon Yellow. Magari, all’epoca, il fatto poteva passare sottotraccia, difficile farlo oggi al tempo di Internet. E così si scopre che Arisa trionfa al Festival di Sanremo Giovani con un brano, Sincerità , troppo uguale nel ritornello a uno di Don McLean Vincent (Starry Starry Night). E nella speciale lista compare anche il Nobel-candidato Roberto Vecchioni: la sua Voglio una donna non può riportare alla mente I’m going down del Boss Bruce Springsteen.
SPORT. Per lo sport, ci siamo fatti incuriosire dal settimanale Sport Week che racconta alcune curiosità su quella che è la colonna sonora delle vittorie italiane: l’inno nazionale, ovvero l’inno di Mameli.
Forse non tutti sanno che fu adottato il 12 ottobre del 1946 “provvisoriamente” e da allora non è mai stato ufficializzato, anche se l’insegnamento dell’inno nelle scuole è diventato legge lo scorso anno.
Altre due curiosità. 1956, l’anno in cui, all’Olimpiade di Melbourne, mancava il disco dell’inno per festeggiare l’oro di Ercole Baldini nella corsa su strada di ciclismo. «Dirigenti, giornalisti, migliaia di immigrati cantarono in coro: non arrivarono alla fine, perché l’inno si spense fra i singhiozzi di quella gente». A Mosca ’80, causa boicottaggio, erano proibiti inno e tricolore: ma un amico di Luciano Giovannetti, oro nel piattello fossa, fece issare sul pennone una bandiera improvvisata e gli italiani cantarono l’Inno di Mameli.
1959: l’anno in cui a Wembley, prima di Inghilterra-Italia, non venne suonato l’Inno di Mameli. Da un ricordo di Sergio Brighenti, che segnò un gol per la rimonta da 2-0 a 2-2: «La banda iniziò a suonare, non capivamo bene cosa. Mariani mi disse: ma questa è la Marcia Reale... Dopo la partita, al ricevimento dalla regina Elisabetta, porsero le scuse all’ambasciatore italiano». Gianni Brera scrisse sul Giorno: «Gli inglesi schiumano rabbia. Ah, buon Dio, avrei dato una mano per il terzo gol! Adesso che inno suoniamo?».
SOCIETA’. Società: muore a 100 anni il boia delle Fosse ardeatine, l’ufficiale nazista Priebke, condannato all’ergastolo per la strage che costò la vita a 335 italiani. E il Corriere della sera di sabato ci racconta di una provocazione post-mortem, ovvero un video-testamento: «Non rinnego il mio passato — afferma Priebke anche in punto di morte —. Ho scelto di essere mestesso, fedele al mio passato e aimiei ideali». E ancora: «A Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse. Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Io sono stato a Mauthausen: c’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau. E i filmati dei lager erano falsi». L’Olocausto, per lui, fu solo frutto di «coscienze manipolate».
Scrive poi il Corriere: Erich Priebke è morto da vero nazista. Mai un atto di dolore per essere stato, col tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, l’aguzzino delle Fosse Ardeatine. Fu lui, quel 23 marzo 1944, a stendere materialmente a macchina, sotto la dettatura di Kappler, la lista degli uomini da uccidere per rappresaglia dopo l’attentato di via Rasella. Dieci fucilati per ciascun tedesco, decisero da Berlino. Dunque sulla carta 330 persone. Ma alla fine furono 335, un «errore di calcolo» che non salvò quelle vite: furono uccisi tutti, ogni testimone sarebbe stato troppo scomodo. Priebke dal settembre 1943 «lavorava» con Kappler a via Tasso, nella palazzina di san Giovanni dove i capi della Resistenza romana venivano atrocemente torturati. Eppure il boia delle Ardeatine e di via Tasso mai chiese perdono.
Leggiamo cosa non va, secondo il Fatto: il primo ostacolo su cui sono inciampati è stato larestituzione dei soldi. Dopo aver scoperto amaggio scorso che oltre a metà dell’indennità avrebbero dovuto rendere anche la diaria non rendicontata, non tutti si sono accodati alla politica francescana. Seguono così mesi di lotte, e al Restitution Day di luglio arrivano acciaccati da attacchi sui giornali e malumori interni.
Tutti restituiscono i soldi, ma i rendiconti personali finiscono online e sotto gli occhi vigili degli attivisti le magagne vengono subito a galla. C’è Ivan Catalano, deputato lombardo che non ha reso pubblici i suoi conti a causa, pare, di spese eccessive. Segue Marta Grande che nei costi per l'ingresso in parlamento specifica 12mila euro di rimborso alloggio. Salvo poi giustificarsi: “una fideiussione per la casa che restituirò”. In questione anche Tommaso Currò, Nicola Bianchi, Alessio Tacconi e Lorenzo Battista. Hanno restituito poche migliaia di euro in confronto ai 16mila ricevuti per i primi tre mesi. Assestamento o adattamento ad una nuova vita?
E tra gli errori strategici più grandi per il Movimento si registrano le espulsioni.
ECONOMIA. Dal Manifesto di giovedì, la notizia di Economia: la moneta greca che batte l’euro, è il titolo di un reportage.
Oltre ad aggirare la grande distribuzione qui a Volos si è fatto un grosso passo in più: la nascita di un mercato alternativo dove si compra senza soldi, o meglio, attraverso una valuta immateriale alternativa chiamata Tem, un acronimo che sta per "unità alternativa locale" ed è equiparato a un euro. In questo mercato, che si svolge il mercoledì e il sabato, si compra esclusivamente con tale valuta, accreditata o addebitata su un libretto virtuale. Una delle organizzatrici, anche lei di nome Angelica, me ne spiega il funzionamento: «Ognuno di noi ha un nickname a cui corrisponde un libretto virtuale, che è come un conto corrente. Se vendo qualcosa – io ad esempio vendo libri usati –mi vengo accreditati dei Tem, con i quali posso poi a mia volta comprare qualcosa, non solo beni di consumo, che sono il fulcro del mercato,ma anche servizi che posso acquistare in giorni e posti diversi. Ad esempio, se c’è un parrucchiere che aderisce al Tem posso tagliarmi i capelli e pagarlo con la moneta virtuale. Lo stesso vale per il medico: ce ne sono diversi che si fanno pagare così ed è un bel risparmio». Giovanni è un italiano che vive a Volos da trent’anni ed è uno dei medici di cui parla Angelica. Anche lui è tra i fondatori della valuta virtuale: «Chiaramente – dice – il nostro sistema non può risolvere tutti i problemi, ma abbiamo calcolato che può incidere sulla spesa mensile anche del 20-25 per cento, che di questi tempi non è poco. Soprattutto per quanto riguarda i servizi, come il medico, il meccanico, l’idraulico, il fisioterapista. Tutte cose che con la crisi diventano secondarie, perché tasse, bollette e generi di prima necessità si mangiano tutto lo stipendio mensile e a volte nemmeno è sufficiente. Il vantaggio sta nel fatto che il Tem non è una vera moneta, ma solo un sistema virtuale che regola i nostri scambi. Di conseguenza non è tassabile. Il Tem è pressappoco così, ma permette di andare oltre il baratto, perché quel valore che produco facendo un servizio o vendendo un oggetto non mi viene compensato subito con qualcos’altro che magari non mi serve: posso capitalizzarlo e spenderlo in un altro momento, con una terza persona, per qualcosa che davvero mi occorre». Ovviamente non è tutto così idilliaco, ma chi si approfitta viene estromesso dal sistema.
CRONACA. La cronaca ci riporta a Lampedusa, ma fatti i conti con le tragedie, deve arrivare il tempo della riflessione. Lo faranno i governi che finora hanno garantito solo la libera circolazione delle merci ma non delle persone?
A proposito, leggiamo dal settimanale Internazionale un articolo apparso su Le Monde e firmato da un antropologo, Michel Agier.
Il tempo dell’emozione se lo meritano tutti quelli che sono morti nel Mediterraneo negli ultimi anni, spesso senza sepoltura né funerali, quasi ventimila persone negli ultimi vent’anni. E se lo meritano anche i sopravvissuti, che hanno affrontato non solo l’orrore della traversata, ma anche le terribili condizioni di clandestinità alle quali i governi europei hanno deciso di condannarli.
È infatti lo stato che “crea” i clandestini. C’è da chiedersi quanta emozione sarà necessaria perché si smetta di commuoversi e si cominci a riflettere sui sistemi repressivi che dalla fine degli anni novanta l’Europa ha adottato contro i migranti per selezionarli – escludendo gli indesiderabili (provenienti soprattutto dai paesi “del sud”) – per respingerli con violenza o per mantenerli in uno stato di irregolarità che favorisce lo sfruttamento del loro lavoro.
Né “immigrati” né “rifugiati” (non hanno avuto la possibilità né “clandestini”, sono morti nella migrazione, durante lo spostamento. È dunque proprio questa mobilità, tanto cara e valorizzata come segno di un mondo cosmopolita, moderno e fluido quando si tratta delle vite degli occidentali, il vero bersaglio delle polizie e dei governi.
I morti di Lampedusa potevano essere evitati. Sono infatti il risultato della propaganda dei governi europei contro lo straniero. Che ha come effetto, da un lato, la criminalizzazione della migrazione e dei migranti e, dall’altro, quello di incentivare un’economia della clandestinità, che spinge tra le braccia dei trafficanti di esseri umani quelle persone per cui spostarsi è ancora una necessità vitale.
ESTERI. Da Repubblica di martedì la notizia di Esteri: L’INDIA insorge contro l’oscena morte di un’altra donna vittima di molestie sessuali. Pavitra Bhardwaj, 40 anni, assistente in un laboratorio universitario di New Delhi, si era data fuoco lunedì scorso, esasperata dall’indifferenza delle autorità, offesa dalla prepotenza dei suoi persecutori. Dopo una settimana di agonia, si è spenta. Quella di Bhardwaj è una vicenda che ha poco di straordinario in un Paese dove lo stupro è il delitto più comune nei confronti delle donne, dov’è normale che soltanto il 26 per cento dei delitti a sfondo sessuale venga punito, dove nascere femmina è in certe zone un peccato ancora punibile con l’aborto o l’infanticidio, e dove più in generale il disinteresse verso la sorte femminile è piombato a livelli tanto abissali da sollevare l’indignazione popolare. Infatti, soltanto dopo l’indicibile strazio di una giovane fisioterapista, lacerata a morte lo scorso dicembre da un branco di sei ubriachi a bordo di un autobus privato, l’ira delle piazze ha costretto il governo a riesaminare leggi e costumi.
Alla notizia del suicidio, studenti universitari e colleghi scendono in piazza a invocare giustizia per lei come per tante, troppe altre donne. Protestano anche i sindacati universitari, il corpo insegnante di 75 campus, si unisce alla rivolta l’associazione dei docenti. La polizia, macchiata da una nomea per gli abusi contro le indiane, soltanto ora si muove. Lo stesso fa la Commissione nazionale per la donna, nota per l’inefficacia: «Il caso non ci è ancora stato sottoposto», si cautela la presidente: «Appena lo sarà, indagheremo». Poche parole di stampo burocratico, pronunciate troppo tardi per l’ennesima figlia che l’India sacrifica a un primitivo sistema patriarcale.
CULTURA. Per la cultura, la nostra rassegna si soffermerà sui plagi nella musica raccontati dal Fatto quotidiano di lunedì. Ne leggiamo un brano. Di plagi, la storia del rock e delle canzonette è colma. Uno dei più clamorosi è quello dei Beach Boys: Surfin’ Usa è ispirata in maniera più che evidente a Sweet Little Sixteen, di Chuck Berry. Finì in tribunale, e i giudici dettero ragione a Chuck Berry che detiene i diritti del brano. I Beach Boys con quel pezzo, bandiera della West Coast degli anni Sessanta, si spinsero addirittura più in là: oltre alla musica anche il testo era più o meno copiato da Kissin’ Ti m e di Bobby Rydell. Parliamo dei Beach Boys, bandiera di quella musica che dalla California invase il mondo. Non si può parlare di plagio per i Beatles, al limite sono stati loro a essere plagiati, ma George Harrison confessò prima di morire che I feel fine, brano fondamentale nell’antologia dei Fab Four, era ispirata a un brano di Bobby Parker. Non sono stati immuni dalla tentazione dal “copiare” neanche i Nirvana : quanti sanno che il riff di Come As You Are è identico a Eighties dei Killing Joke? I Pearl Jam altra band protagonista della stagione Grunge, hanno osato in modo clamoroso: la loro Given To Fly presenta troppe assonanze con Going to California dei Led Zeppelin, cui anche una band nostrana, i Negrita, ha ripreso l’intro di un loro celebre pezzo, All my love, per farci Brucerò per te.
Anche in Italia non mancano i casi: il Fatto cita Ligabue che nel 1995 ottiene un gran successo grazie a Certe Notti: ascoltandola però vien da chiedersi quanto si sia ispirato a Bed of Roses dei Bon Jovi... O gli 883 che raggiungono la celebrità col brano-tormentone Hanno ucciso l’Uomo Ragno riprendendo Love at First di Jon Yellow. Magari, all’epoca, il fatto poteva passare sottotraccia, difficile farlo oggi al tempo di Internet. E così si scopre che Arisa trionfa al Festival di Sanremo Giovani con un brano, Sincerità , troppo uguale nel ritornello a uno di Don McLean Vincent (Starry Starry Night). E nella speciale lista compare anche il Nobel-candidato Roberto Vecchioni: la sua Voglio una donna non può riportare alla mente I’m going down del Boss Bruce Springsteen.
SPORT. Per lo sport, ci siamo fatti incuriosire dal settimanale Sport Week che racconta alcune curiosità su quella che è la colonna sonora delle vittorie italiane: l’inno nazionale, ovvero l’inno di Mameli.
Forse non tutti sanno che fu adottato il 12 ottobre del 1946 “provvisoriamente” e da allora non è mai stato ufficializzato, anche se l’insegnamento dell’inno nelle scuole è diventato legge lo scorso anno.
Altre due curiosità. 1956, l’anno in cui, all’Olimpiade di Melbourne, mancava il disco dell’inno per festeggiare l’oro di Ercole Baldini nella corsa su strada di ciclismo. «Dirigenti, giornalisti, migliaia di immigrati cantarono in coro: non arrivarono alla fine, perché l’inno si spense fra i singhiozzi di quella gente». A Mosca ’80, causa boicottaggio, erano proibiti inno e tricolore: ma un amico di Luciano Giovannetti, oro nel piattello fossa, fece issare sul pennone una bandiera improvvisata e gli italiani cantarono l’Inno di Mameli.
1959: l’anno in cui a Wembley, prima di Inghilterra-Italia, non venne suonato l’Inno di Mameli. Da un ricordo di Sergio Brighenti, che segnò un gol per la rimonta da 2-0 a 2-2: «La banda iniziò a suonare, non capivamo bene cosa. Mariani mi disse: ma questa è la Marcia Reale... Dopo la partita, al ricevimento dalla regina Elisabetta, porsero le scuse all’ambasciatore italiano». Gianni Brera scrisse sul Giorno: «Gli inglesi schiumano rabbia. Ah, buon Dio, avrei dato una mano per il terzo gol! Adesso che inno suoniamo?».
SOCIETA’. Società: muore a 100 anni il boia delle Fosse ardeatine, l’ufficiale nazista Priebke, condannato all’ergastolo per la strage che costò la vita a 335 italiani. E il Corriere della sera di sabato ci racconta di una provocazione post-mortem, ovvero un video-testamento: «Non rinnego il mio passato — afferma Priebke anche in punto di morte —. Ho scelto di essere mestesso, fedele al mio passato e aimiei ideali». E ancora: «A Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse. Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Io sono stato a Mauthausen: c’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau. E i filmati dei lager erano falsi». L’Olocausto, per lui, fu solo frutto di «coscienze manipolate».
Scrive poi il Corriere: Erich Priebke è morto da vero nazista. Mai un atto di dolore per essere stato, col tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, l’aguzzino delle Fosse Ardeatine. Fu lui, quel 23 marzo 1944, a stendere materialmente a macchina, sotto la dettatura di Kappler, la lista degli uomini da uccidere per rappresaglia dopo l’attentato di via Rasella. Dieci fucilati per ciascun tedesco, decisero da Berlino. Dunque sulla carta 330 persone. Ma alla fine furono 335, un «errore di calcolo» che non salvò quelle vite: furono uccisi tutti, ogni testimone sarebbe stato troppo scomodo. Priebke dal settembre 1943 «lavorava» con Kappler a via Tasso, nella palazzina di san Giovanni dove i capi della Resistenza romana venivano atrocemente torturati. Eppure il boia delle Ardeatine e di via Tasso mai chiese perdono.
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