POLITICA. Ci siamo tenuti spesso alla larga dai guai giudiziari di Berlusconi per non rendere monotematica e noiosa la nostra pagina politica. Ma stavolta ne diamo conto leggendo la notizia dall’Unità. Berlusconi a giudizio, pagò tre milioni per far cadere Prodi, è il titolo del pezzo pubblicato giovedì.
Leggiamo: Inizierà a febbraio il nuovo processo a Silvio Berlusconi. L’imputazione, questa volta, è corruzione. Avrebbe cioè pagato e cercato di pagare alcuni senatori del centrosinistra per portarli nel centrodestra o comunque farli votare contro il governo Prodi e costringerlo alla dimissioni. Cosa che è effettivamente successa, per una manciata di voti, il 24 gennaio 2008. Tra tutti i guai del Cavaliere questo è solo l’ultimo ma è il più infamante perché si tratta di dover rispondere di un’accusa che va a toccare il rispetto e il decoro delle istituzioni, delle regole della democrazia, del voto degli elettori. Berlusconi infatti è accusato di aver truccato le regole del gioco comprando il voto dei senatori, comparse ugualmente meschine in questa ancora presunta ricostruzione.
Il gup ha quindi accolto la tesi della procura e di un’inchiesta che porta le firme di Woodcock e Milita ma anche di Piscitelli e dell' aggiunto Curcio. A giudizio per corruzione vanno Berlusconi e Lavitola. De Gregorio, la gola profonda e reo confesso, ottiene, come richiesto, il patteggiamento (20 mesi).
Si chiamava «Operazione libertà». L'ex senatore l'ha spiegata in quattro verbali fiume resi tra novembre e dicembre 2012. In pratica, nel 2006, appena entrato in Parlamento con l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, fu subito contattato da Berlusconi che pianificava a tavolino le mosse per buttare giù il prima possibile il traballante governo Prodi. «In cambio ricevetti - confessò ai pm - tre milioni di euro. Uno fu trasferito alla mia fondazione Italiani nel mondo. Gli altri due milioni mi furono pagati in contanti in tranche da 500 mila euro che mi consegnava a rate direttamente Valter Lavitola nel mio studio al Senato».
ECONOMIA. Una notizia di economia che la dice lunga sulla necessità di invertire la rotta, se persino il Fondo monetario internazionale, l’istituzione simbolo dell’economia liberista, ha pubblicato uno studio secondo cui tassare di più i ricchi non fa male. Leggiamo a questo proposito un articolo pubblicato sull’Internazionale di questa settimana. “Sembra che in molti paesi sviluppati ci sia spazio d’azione, se si vuole, per ottenere maggiori entrate dalla fascia di reddito più alta”, scrive l’Fmi. Eppure in passato l’Fmi si è espresso più volte contro l’aumento delle tasse, sostenendo il modello ideale dello stato snello che si tiene alla larga dagli affari dei cittadini. Evidentemente, ora gli esperti dell’istituto hanno appurato che il mondo è cambiato e ritengono che negli ultimi anni i sistemi fiscali siano diventati “meno progressivi”, cioè che abbiano imposto oneri meno pesanti con l’aumentare del reddito. Questo è dovuto, tra l’altro, al fatto che le aliquote fiscali più alte sono state ridotte e che molti stati ricorrono sempre più alle imposte indirette uguali per tutti, come l’Iva. Secondo l’Fmi, in molti paesi la riduzione della progressività ha ampliato nettamente il divario tra ricchi e poveri. Secondo l’Fmi, l’aliquota ideale per le fasce di reddito più alte dovrebbe essere compresa tra il 55 e il 70 per cento. Queste cifre potranno sembrare esagerate, ma negli anni cinquanta e sessanta negli Stati Uniti l’aliquota fiscale più alta era superiore al 90 per cento e l’economia era comunque fiorente.
CRONACA. La notizia la leggiamo dal Fatto quotidiano di lunedì. Più furti per tutti. Ebbene, la crisi economica ha portato con sé un aumento esponenziale di furti in casa, ma anche di auto e bici. Per darvi un’idea: sono oltre 236mila le abitazioni violate nel 2012 in Italia.
Leggiamo dal Fatto: La fotografia dell’Italia che ruba, dal 2008 ad oggi, è innegabilmente legata alla crisi economica. Un recente studio di Bankitalia analizza la relazione tra il rallentamento dell’attività economica nei primi due anni di crisi, il 2008 e 2009, e l’intensificazione di episodi criminosi. Mentre calano le rapine e non variano sostanzialmente i delitti violenti, i dati parlano di un innalzamento di quei reati che non presuppongono particolari abilità, proprio come i furti. A fronte di una riduzione del 10 per cento dell’attività economica, si assiste - a livello locale - a un aumento pari al 6 per cento dei furti. Numeri che non valgono laddove le realtà criminali sono più forti (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), segno che il controllo del territorio da parte delle mafie non consente a nessuno di improvvisarsi ladro.
L’altro dato inquietante, seppure in leggero calo, è quello che riguarda i furti d’auto: una ogni cinque minuti, oltre 13 l’ora, 316 al giorno. Va peggio ai calabresi, agli abruzzesi e ai campani, ma meglio ai liguri, ai piemontesi e ai sardi. Nella provincia di Bat (Barletta, Andria, Trani) sono sparite 831 vetture ogni centomila abitanti, a Belluno 12. E se a Roma è praticamente impossibile ritrovare la propria utilitaria rubata, a Napoli la percentuale di recupero è del 33 per cento. Spesso di chiama “cavallo di ritorno”: basta pagare (la malavita) e si ritrova la macchina parcheggiata sotto casa. Le auto più vecchie sono di solito usate per compiere altri delitti e poi vengono abbandonate, mentre le vetture di lusso hanno un florido mercato estero, soprattutto nell’est Europa.
ESTERI. Andiamo all’estero, con la vicenda ormai nota di spie, spioni e spiati che vede gli Stai Uniti schierati contro il resto del mondo per l’uso alquanto improprio delle intercettazioni.
Tuttavia, mentre siamo tutti concentrati sul Datagate americano, il Fatto di venerdì pubblica un articolo dal titolo: “Anche noi usiamo quel sistema di spionaggio”. Leggiamo: Si chiama Palantir , il software che consente di decriptare il contenuto di alcuni messaggi, che il nostro ministero della Difesa ha acquistato da un’azienda californiana in tempi non sospetti.
A stipulare il contratto per questo sistema, il 28 marzo del 2012, è stato il Teledife, la direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero della Difesa. Il costo dell’appalto di “approvvigionamento del sistema informatico Palantir ” è di 968mila euro, Iva esclusa. Il programma poi è stato consegnato in mano agli investigatori dei Ros dei carabinieri. Ma è in stato di sperimentazione anche dall’Agenzia delle entrate, di Equitalia e delle Poste Italiane. Questo sistema infatti oltre che per finalità civili può essere utilizzato anche per le frodi fiscali e contabili.
Quando il ministero della Difesa acquista il sistema informatico Palantir (dal nome della pietra veggente del Signore degli Anelli), siamo nel 2012. LO SCANDALO sull’attività di spionaggio Nsa verrà pubblicato solo l’anno successivo dal Guardian. A rivelarlo, l’ex analista della Cia, Edward Snowden, che il 5 agosto 2013 racconta al quotidiano britannico l’esistenza di programmi di sorveglianza attuati da Obama. QUANDO SCOPPIÒ il Datagate , la società di Silicon Valley Palantir Technology, sospettata di esser dietro il programma di spionaggio, smentì qualsiasi collegamento con Prism, il sistema usato dall’intelligence americana per estrarre dati da siti come Google e Facebook. Al Financial Times la start-up dichiarò in giugno che si trattasse solo di una coincidenza di nomi, anche se precisò che la Nsa era tra i suoi clienti. Proprio come l’Italia.
CULTURA. La notizia letta sull’Espresso di questa settimana ha dell’incredibile. Ci informa del furto di migliaia di libri rari e preziosi dalle biblioteche italiane. Dietro al saccheggio c’è una banda guidata dal direttore della prestigiosa biblioteca dei Girolamini di Napoli. Parliamo di Marino Massimo De Caro, un uomo al centro di un’inquietante rete di contatti e protezioni eccellenti, da Marcello Dell’Utri agli ambienti vaticani.
La segnalazione partita dalla casa d’aste londinese Christie’s è arrivata appena in tempo allo speciale reparto dei carabinieri che si occupa di tutelare il patrimonio artistico nazionale. Le autorità, infatti, sono riuscite a bloccare una maxi-vendita che avrebbe dovuto tenersi in una libreria di Monaco. Il sequestro last minute, che porterà a scovare negli uffici della libreria Zisska & Schauer ben 543 tomi sottratti ai Girolamini e in altre biblioteche italiane, rappresenta il primo atto di una caccia che, da allora, gli investigatori hanno scatenato a livello internazionale, toccando un numero via via crescente di persone. Qualcuna ignara, altre perfettamente a conoscenza dell’origine dei libri.
Oggi gli investigatori stanno seguendo i mille rivoli in cui il flusso di volumi si è disperso, in Italia, negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, dove il titolare della libreria di Monaco, Herbert Schauer, è stato arrestato due mesi fa. Hanno trovato le tracce lasciate da esemplari di grande valore, che però restano ancora da riportare a casa. Una refurtiva, il cui valore economico è stimato in milioni e milioni di euro. A dispetto dei risultati, però, nessuno può esultare. Se finora sono stati recuperati 2.700 volumi, il conto di quelli davvero rubati è ignoto. Alcune stime dicono 4.000 ma nessuno lo sa con certezza.
SPORT. Lo sport, tra i più amati: il calcio. Ma ora non parliamo di quello giocato. Parliamo di soldi, ché nel calcio ne girano parecchi. La notizia la riprendiamo dalla Stampa di venerdì.
Scende in piazza contro François Hollande l’unica categoria di francesi che finora non l’aveva fatto: i calciatori. Lo sciopero è proclamato per il weekend del 30 novembre, per Ligue 1 e 2, leggi serie A e B. La partita più importante che salterà è Psg-Lione, l’obiettivo della serrata protestare contro la famigerata tassa del 75% sugli stipendi superiori al milione di euro annuo.
Uno sciopero dei calciatori non si vedeva dal 1972. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della Senna e, nelle ultime stagioni, il calcio francese è stato rivoluzionato dall’arrivo degli sceicchi del Qatar al Psg e del magnate russo Rybolovlev al Monaco. Insieme agli investimenti sono esplosi gli stipendi e così quello annunciato sembra a molti uno sciopero dei ricchi. Il solito sondaggio sprint informa che l’85% dei francesi è favorevole a tassare il calcio. Perciò, le società hanno lanciato un’operazione simpatia, spiegando che nel weekend incriminato si potrà andare comunque allo stadio, in una giornata «porte aperte» con animazioni e spiegazioni. Di certo, questa «aliquota Paperone» sta diventando la croce di Hollande, che la propose in campagna elettorale prendendo di sorpresa tutti. Ha causato polemiche, fughe di capitali e di capitalisti, è stata bocciata dal Consiglio costituzionale, poi modificata e infine approvata, per ora solo dall’Assemblée nationale. Nell’ultima versione, prevede un’aliquota del 75% sugli stipendi oltre il milione,ma a carico della società che li paga. Il correttivo è che l’ammontare della tassa non può superare il 5% del fatturato dell’azienda. Lo sconto è notevole. Per esempio, a tassa definitivamente approvata, per le sue star il Psg pagherebbe «solo» 20 milioni invece che 54.
Leggiamo: Inizierà a febbraio il nuovo processo a Silvio Berlusconi. L’imputazione, questa volta, è corruzione. Avrebbe cioè pagato e cercato di pagare alcuni senatori del centrosinistra per portarli nel centrodestra o comunque farli votare contro il governo Prodi e costringerlo alla dimissioni. Cosa che è effettivamente successa, per una manciata di voti, il 24 gennaio 2008. Tra tutti i guai del Cavaliere questo è solo l’ultimo ma è il più infamante perché si tratta di dover rispondere di un’accusa che va a toccare il rispetto e il decoro delle istituzioni, delle regole della democrazia, del voto degli elettori. Berlusconi infatti è accusato di aver truccato le regole del gioco comprando il voto dei senatori, comparse ugualmente meschine in questa ancora presunta ricostruzione.
Il gup ha quindi accolto la tesi della procura e di un’inchiesta che porta le firme di Woodcock e Milita ma anche di Piscitelli e dell' aggiunto Curcio. A giudizio per corruzione vanno Berlusconi e Lavitola. De Gregorio, la gola profonda e reo confesso, ottiene, come richiesto, il patteggiamento (20 mesi).
Si chiamava «Operazione libertà». L'ex senatore l'ha spiegata in quattro verbali fiume resi tra novembre e dicembre 2012. In pratica, nel 2006, appena entrato in Parlamento con l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, fu subito contattato da Berlusconi che pianificava a tavolino le mosse per buttare giù il prima possibile il traballante governo Prodi. «In cambio ricevetti - confessò ai pm - tre milioni di euro. Uno fu trasferito alla mia fondazione Italiani nel mondo. Gli altri due milioni mi furono pagati in contanti in tranche da 500 mila euro che mi consegnava a rate direttamente Valter Lavitola nel mio studio al Senato».
ECONOMIA. Una notizia di economia che la dice lunga sulla necessità di invertire la rotta, se persino il Fondo monetario internazionale, l’istituzione simbolo dell’economia liberista, ha pubblicato uno studio secondo cui tassare di più i ricchi non fa male. Leggiamo a questo proposito un articolo pubblicato sull’Internazionale di questa settimana. “Sembra che in molti paesi sviluppati ci sia spazio d’azione, se si vuole, per ottenere maggiori entrate dalla fascia di reddito più alta”, scrive l’Fmi. Eppure in passato l’Fmi si è espresso più volte contro l’aumento delle tasse, sostenendo il modello ideale dello stato snello che si tiene alla larga dagli affari dei cittadini. Evidentemente, ora gli esperti dell’istituto hanno appurato che il mondo è cambiato e ritengono che negli ultimi anni i sistemi fiscali siano diventati “meno progressivi”, cioè che abbiano imposto oneri meno pesanti con l’aumentare del reddito. Questo è dovuto, tra l’altro, al fatto che le aliquote fiscali più alte sono state ridotte e che molti stati ricorrono sempre più alle imposte indirette uguali per tutti, come l’Iva. Secondo l’Fmi, in molti paesi la riduzione della progressività ha ampliato nettamente il divario tra ricchi e poveri. Secondo l’Fmi, l’aliquota ideale per le fasce di reddito più alte dovrebbe essere compresa tra il 55 e il 70 per cento. Queste cifre potranno sembrare esagerate, ma negli anni cinquanta e sessanta negli Stati Uniti l’aliquota fiscale più alta era superiore al 90 per cento e l’economia era comunque fiorente.
CRONACA. La notizia la leggiamo dal Fatto quotidiano di lunedì. Più furti per tutti. Ebbene, la crisi economica ha portato con sé un aumento esponenziale di furti in casa, ma anche di auto e bici. Per darvi un’idea: sono oltre 236mila le abitazioni violate nel 2012 in Italia.
Leggiamo dal Fatto: La fotografia dell’Italia che ruba, dal 2008 ad oggi, è innegabilmente legata alla crisi economica. Un recente studio di Bankitalia analizza la relazione tra il rallentamento dell’attività economica nei primi due anni di crisi, il 2008 e 2009, e l’intensificazione di episodi criminosi. Mentre calano le rapine e non variano sostanzialmente i delitti violenti, i dati parlano di un innalzamento di quei reati che non presuppongono particolari abilità, proprio come i furti. A fronte di una riduzione del 10 per cento dell’attività economica, si assiste - a livello locale - a un aumento pari al 6 per cento dei furti. Numeri che non valgono laddove le realtà criminali sono più forti (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), segno che il controllo del territorio da parte delle mafie non consente a nessuno di improvvisarsi ladro.
L’altro dato inquietante, seppure in leggero calo, è quello che riguarda i furti d’auto: una ogni cinque minuti, oltre 13 l’ora, 316 al giorno. Va peggio ai calabresi, agli abruzzesi e ai campani, ma meglio ai liguri, ai piemontesi e ai sardi. Nella provincia di Bat (Barletta, Andria, Trani) sono sparite 831 vetture ogni centomila abitanti, a Belluno 12. E se a Roma è praticamente impossibile ritrovare la propria utilitaria rubata, a Napoli la percentuale di recupero è del 33 per cento. Spesso di chiama “cavallo di ritorno”: basta pagare (la malavita) e si ritrova la macchina parcheggiata sotto casa. Le auto più vecchie sono di solito usate per compiere altri delitti e poi vengono abbandonate, mentre le vetture di lusso hanno un florido mercato estero, soprattutto nell’est Europa.
ESTERI. Andiamo all’estero, con la vicenda ormai nota di spie, spioni e spiati che vede gli Stai Uniti schierati contro il resto del mondo per l’uso alquanto improprio delle intercettazioni.
Tuttavia, mentre siamo tutti concentrati sul Datagate americano, il Fatto di venerdì pubblica un articolo dal titolo: “Anche noi usiamo quel sistema di spionaggio”. Leggiamo: Si chiama Palantir , il software che consente di decriptare il contenuto di alcuni messaggi, che il nostro ministero della Difesa ha acquistato da un’azienda californiana in tempi non sospetti.
A stipulare il contratto per questo sistema, il 28 marzo del 2012, è stato il Teledife, la direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero della Difesa. Il costo dell’appalto di “approvvigionamento del sistema informatico Palantir ” è di 968mila euro, Iva esclusa. Il programma poi è stato consegnato in mano agli investigatori dei Ros dei carabinieri. Ma è in stato di sperimentazione anche dall’Agenzia delle entrate, di Equitalia e delle Poste Italiane. Questo sistema infatti oltre che per finalità civili può essere utilizzato anche per le frodi fiscali e contabili.
Quando il ministero della Difesa acquista il sistema informatico Palantir (dal nome della pietra veggente del Signore degli Anelli), siamo nel 2012. LO SCANDALO sull’attività di spionaggio Nsa verrà pubblicato solo l’anno successivo dal Guardian. A rivelarlo, l’ex analista della Cia, Edward Snowden, che il 5 agosto 2013 racconta al quotidiano britannico l’esistenza di programmi di sorveglianza attuati da Obama. QUANDO SCOPPIÒ il Datagate , la società di Silicon Valley Palantir Technology, sospettata di esser dietro il programma di spionaggio, smentì qualsiasi collegamento con Prism, il sistema usato dall’intelligence americana per estrarre dati da siti come Google e Facebook. Al Financial Times la start-up dichiarò in giugno che si trattasse solo di una coincidenza di nomi, anche se precisò che la Nsa era tra i suoi clienti. Proprio come l’Italia.
CULTURA. La notizia letta sull’Espresso di questa settimana ha dell’incredibile. Ci informa del furto di migliaia di libri rari e preziosi dalle biblioteche italiane. Dietro al saccheggio c’è una banda guidata dal direttore della prestigiosa biblioteca dei Girolamini di Napoli. Parliamo di Marino Massimo De Caro, un uomo al centro di un’inquietante rete di contatti e protezioni eccellenti, da Marcello Dell’Utri agli ambienti vaticani.
La segnalazione partita dalla casa d’aste londinese Christie’s è arrivata appena in tempo allo speciale reparto dei carabinieri che si occupa di tutelare il patrimonio artistico nazionale. Le autorità, infatti, sono riuscite a bloccare una maxi-vendita che avrebbe dovuto tenersi in una libreria di Monaco. Il sequestro last minute, che porterà a scovare negli uffici della libreria Zisska & Schauer ben 543 tomi sottratti ai Girolamini e in altre biblioteche italiane, rappresenta il primo atto di una caccia che, da allora, gli investigatori hanno scatenato a livello internazionale, toccando un numero via via crescente di persone. Qualcuna ignara, altre perfettamente a conoscenza dell’origine dei libri.
Oggi gli investigatori stanno seguendo i mille rivoli in cui il flusso di volumi si è disperso, in Italia, negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, dove il titolare della libreria di Monaco, Herbert Schauer, è stato arrestato due mesi fa. Hanno trovato le tracce lasciate da esemplari di grande valore, che però restano ancora da riportare a casa. Una refurtiva, il cui valore economico è stimato in milioni e milioni di euro. A dispetto dei risultati, però, nessuno può esultare. Se finora sono stati recuperati 2.700 volumi, il conto di quelli davvero rubati è ignoto. Alcune stime dicono 4.000 ma nessuno lo sa con certezza.
SPORT. Lo sport, tra i più amati: il calcio. Ma ora non parliamo di quello giocato. Parliamo di soldi, ché nel calcio ne girano parecchi. La notizia la riprendiamo dalla Stampa di venerdì.
Scende in piazza contro François Hollande l’unica categoria di francesi che finora non l’aveva fatto: i calciatori. Lo sciopero è proclamato per il weekend del 30 novembre, per Ligue 1 e 2, leggi serie A e B. La partita più importante che salterà è Psg-Lione, l’obiettivo della serrata protestare contro la famigerata tassa del 75% sugli stipendi superiori al milione di euro annuo.
Uno sciopero dei calciatori non si vedeva dal 1972. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della Senna e, nelle ultime stagioni, il calcio francese è stato rivoluzionato dall’arrivo degli sceicchi del Qatar al Psg e del magnate russo Rybolovlev al Monaco. Insieme agli investimenti sono esplosi gli stipendi e così quello annunciato sembra a molti uno sciopero dei ricchi. Il solito sondaggio sprint informa che l’85% dei francesi è favorevole a tassare il calcio. Perciò, le società hanno lanciato un’operazione simpatia, spiegando che nel weekend incriminato si potrà andare comunque allo stadio, in una giornata «porte aperte» con animazioni e spiegazioni. Di certo, questa «aliquota Paperone» sta diventando la croce di Hollande, che la propose in campagna elettorale prendendo di sorpresa tutti. Ha causato polemiche, fughe di capitali e di capitalisti, è stata bocciata dal Consiglio costituzionale, poi modificata e infine approvata, per ora solo dall’Assemblée nationale. Nell’ultima versione, prevede un’aliquota del 75% sugli stipendi oltre il milione,ma a carico della società che li paga. Il correttivo è che l’ammontare della tassa non può superare il 5% del fatturato dell’azienda. Lo sconto è notevole. Per esempio, a tassa definitivamente approvata, per le sue star il Psg pagherebbe «solo» 20 milioni invece che 54.
SOCIETA’. Ultima notizia della nostra rassegna, è quella di Società. Questa volta parliamo di vivisezione e lo facciamo con l’aiuto di Jeremy Rifkin che sul Corriere della sera di lunedì scrive: A volte i grandi cambiamenti sociali volano al di sotto degli schermi radar. È ciò che sta avvenendo in questo momento in tutta l’Unione Europea. Un movimento di base dei cittadini per fermare la pratica insensata di sottoporre milioni di animali a sofferenze, dolore e alla morte nella sperimentazione di sostanze chimiche tossiche che influiscono sulla salute umana sta riprendendo slancio in tutti i Paesi europei. La campagna «Stop Vivisection» (www.stopvivisection.eu) si basa sull’articolo 11 del Trattato europeo, che sancisce il diritto di introdurre Iniziative dei cittadini europei e mobilitare un ampio sostegno popolare. Nell’ambito della procedura, se un milione di cittadini europei di almeno un quarto degli Stati membri la firmano, un’Iniziativa dei cittadini può essere inviata automaticamente alla Commissione europea sotto forma di proposta di legge, dando così ai cittadini lo stesso diritto formale del Parlamento europeo e del Consiglio europeo di proporre norme.
L’iniziativa «Stop Vivisection» ha già raccolto più di 700.000 firme da tutta Europa e manca poco per raggiungere l’obiettivo di oltre 1 milione di firme. Per anni, governi, aziende e ricercatori hanno sostenuto che gli esperimenti sugli animali per valutare il rischio delle sostanze chimiche per la salute umana sono fondamentali per garantire il benessere della nostra specie. Ora, invece, nuove scoperte nel campo della genomica, della bioinformatica, dell’epigenetica e della tossicologia computazionale stanno fornendo altri strumenti di ricerca per studiare le conseguenze delle sostanze chimiche tossiche sulla salute umana, che sono di gran lunga più precisi nella valutazione del rischio di queste sostanze per gli esseri umani.
Le associazioni antivivisezioniste e le organizzazioni per i diritti degli animali hanno sostenuto questo concetto per molti, molti anni, solo per essere disprezzate da organismi scientifici, associazioni mediche e dalle lobby industriali che le accusano di essere «contro il progresso» e di tenere più agli animali che alle persone. Ora è il mondo della scienza — fatto alquanto interessante— ad essere giunto alle stesse conclusioni.
L’iniziativa «Stop Vivisection» ha già raccolto più di 700.000 firme da tutta Europa e manca poco per raggiungere l’obiettivo di oltre 1 milione di firme. Per anni, governi, aziende e ricercatori hanno sostenuto che gli esperimenti sugli animali per valutare il rischio delle sostanze chimiche per la salute umana sono fondamentali per garantire il benessere della nostra specie. Ora, invece, nuove scoperte nel campo della genomica, della bioinformatica, dell’epigenetica e della tossicologia computazionale stanno fornendo altri strumenti di ricerca per studiare le conseguenze delle sostanze chimiche tossiche sulla salute umana, che sono di gran lunga più precisi nella valutazione del rischio di queste sostanze per gli esseri umani.
Le associazioni antivivisezioniste e le organizzazioni per i diritti degli animali hanno sostenuto questo concetto per molti, molti anni, solo per essere disprezzate da organismi scientifici, associazioni mediche e dalle lobby industriali che le accusano di essere «contro il progresso» e di tenere più agli animali che alle persone. Ora è il mondo della scienza — fatto alquanto interessante— ad essere giunto alle stesse conclusioni.
(Raffaella “Raffa” Angelino per Litfiba Channe)
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