POLITICA Anche questa settimana teniamo volutamente distanti i palazzi romani per manifesta incompetenza. Preferiamo privilegiare la storia di un amministratore che proprio per aver svolto con impegno e onestà il suo ruolo è stato lasciato solo. Dall’Unità di mercoledì, leggiamo della vicenda di Rosario Rocca, 35 anni, sindaco di Benestare, in provincia di Reggio Calabria. «Lo stato di abbandono, di isolamento in cui versa il nostro territorio, dimenticato volutamente e tragicamente da uno Stato sordo e assenteista, non mi consente più di rappresentare dignitosamente la mia gente». Csì Rosario ha deciso di gettare la spugna e dopo aver stampato la sua lettera di dimissioni indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla presidente della Camera Laura Boldrini, al prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli e a tutti i componenti del consiglio comunale, ci ha piegato sopra la fascia tricolore, l’ha fotografata e l’ha postata su Facebook. «Dimissioni irrevocabili», ha scritto, perché «non ho più la forza di continuare dopo anni di resistenza isolata (e inascoltata) al malaffare, alla criminalità e alla burocrazia autoreferenziale». La notte precedente hanno dato fuoco alla sua auto, è l’ennesimo atto intimidatorio ai danni del giovane sindaco di Sel. «Abbiamo intrapreso un’azione di forte e duro contrasto ai fenomeni criminali e abbiamo cercato di sostenere la gente spiegandolo loro che non si deve aver paura e non si può essere omertosi, che si devono denunciare i criminali...». Lascia la frase in sospeso Rosario, ma in quel silenzio forse c’è la risposta a chi ora si chiede perché e ai cittadini che ieri sono andati in Comune per pregarlo di restare, di non molare. «Qualcuno ha anche pianto - dice - una dimostrazione di affetto che mi ha inorgoglito tantissimo. In tanti mi hanno detto “Non meritavi questo”».Di cambiare idea, però, al momento non se ne parla. Anche perché oltre ai clan a fare paura al sindaco dimissionario è la latitanza di uno Stato che sembra essersi dimenticato della Locride. «Non è un problema che riguarda soltanto Rosario Rocca - spiega - riguarda tantissime altre amministrazioni. I sindaci, specie al Meridione, sono spesso gli unici e isolati presidi di legalità. E non perché le forze dell’ordine non facciano il loro lavoro egregiamente... È la logica continua dei tagli alle risorse che ha generato uno stato di completo abbandono con ricadute sulla carne viva della gente. Sono anni che denunciamo queste cose, ma nessuno ci ascolta. Siamo rimasti a fare gli esattori per lo Stato, senza poter dare servizi adeguati in cambio. E non si può andare avanti così, soprattutto al Sud».
ECONOMIA Notizia originale, questa settimana. Parliamo delle dimissioni dal posto di lavoro di una giovane di Taiwan. Dopo due anni di lavoro - in cui dice di aver sacrificato vita privata, tempo ed energie - Marina Shifrin ha deciso di lasciare Next Media Animation, il canale tv taiwanese con cui collaborava come grafica. In un video, registrato di notte in redazione, l'autrice 25enne spiega che il suo capo si preoccupava più della quantità di video prodotti e del numero di visualizzazioni ottenute che della qualità e dei contenuti. Non condividendo obiettivi e metodi dei suoi superiori, la dipendente ha preferito passare all'azione: è diventata la protagonista di un filmato pubblicato su YouTube in cui - ballando - annuncia il suo licenziamento e le sue ragioni. Leggiamo il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa di martedì: Nel video c’è questa ragazza che balla dentro un ufficio vuoto. In sovraimpressione scorrono le sue parole: sono le 4 e mezzo del mattino e lei si sta licenziando a ritmo di rap. Marina è americana, ha 25 anni e da due lavora a Taiwan, in una società di animazione a cui ha riservato ogni spicciolo di tempo ed energia. Ma non sono stati i sacrifici a esasperarla, quanto l’infelicità che emanava da un lavoro frustrante, alle dipendenze di un capo che non la giudicava sulla base dei suoi talenti, ma di parametri meramente quantitativi. Da qui la decisione di andarsene, e di farlo con un video che esprimesse la creatività che le era stato proibito manifestare. È solo la versione di Marina. Il capo ce ne fornirebbe probabilmente un’altra, trasformando persino un licenziamento così originale - il primo danzante, a memoria d’uomo - nella prova del carattere inaffidabile della sua collaboratrice. Il cuore, inutile dirlo, batte per la ragazza che si concede il lusso di una scelta di libertà non ancora frenata da mutui e bollette. In Italia sarebbe più difficile, perché la maggioranza dei coetanei diMarina è ancora alla ricerca di un lavoro da cui potersi licenziare.
CRONACA Dopo la strage di Lampedusa, di cui abbiamo visto e sentito molto, approfondiamo attraverso il Corriere della sera di sabato la geografia delle migrazioni. Un intero continente devastato dalle guerre civili, dalle carestie, dall’infinita povertà e dai disastri ambientali. Squassato dal sussulto di una transumanza della disperazione, che vede milioni di dannati della Terra tentare di ingannare il loro destino e accettare la tragica scommessa di una fuga senza promesse, mettendo le loro vite nelle mani dei mercanti d’anime, in cerca di un barlume di futuro. Una massa oscillante tra 1,5 e 2 milioni di persone, secondo la stima di uno studio condotto nel 2011 dal CNEL, migreranno ogni anno da qui al 2050 dall’Africa all’Europa. Ma nel lungo periodo non è necessariamente una prospettiva che deve metterci in allarme: nei prossimi 37 anni l’asimmetria demografica tra i due continenti vedrà infatti la popolazione lavorativa europea diminuire di oltre 100 milioni, mentre quella di Nord Africa e Africa sub-sahariana aumenterà di oltre 700 milioni. Quali sono i punti critici del continente africano, quelli dove la paura e l’impossibilità di sopravvivere alle guerre, alla fame e alla desertificazione, stanno trasformando milioni di persone in futuri profughi della disperazione? La pressione maggiore viene oggi dal Corno d’Africa. I morti di Lampedusa provenivano in gran parte dalla Somalia e dall’Eritrea. Nei primi nove mesi di quest’anno, dati della Pubblica Sicurezza, 3 mila somali e 8 mila eritrei sono sbarcati sulle nostre coste. La Somalia, passata in 7 anni dai «signori della guerra» alle corti islamiche, dall’intervento etiope alla guerriglia dei fondamentalisti di al Shabaab, conta oggi più di 1 milione di sfollati interni. In Eritrea, a povertà e carestie si aggiunge un regime del terrore ventennale, sotto il tallone di ferro del presidente Afewerky, che governa il Paese con l’esercito e un servizio militare obbligatorio che non finisce mai. Poco da stupirsi che sia il Paese con il più alto tasso di emigrazione clandestina al mondo. La fascia sub-sahariana del Sahel (Nigeria, Ghana, Burkina-Faso, Senegal, Mali e Niger) è un’altra area di rischio. Dalla Nigeria, nazione africana più popolosa con 160 milioni di abitanti, ricca di petrolio ma politicamente instabile, lacerata dalla guerriglia e spolpata dalla corruzione, quest’anno sono sbarcate in Italia 2 mila persone.Mail potenziale di un’eventuale diaspora nigeriana, magari alimentata dalle crescenti persecuzioni anti-cristiane, è enorme, viste le dimensioni del Paese. Si calcola che almeno 50 mila clandestini vivano già nella nostra Penisola, accanto ai 70 mila nigeriani muniti di regolare permesso. La tragedia di Lampedusa ha suonato anche il campanello d’allarme del Ghana, da cui provenivano alcune delle vittime. Paese relativamente stabile ma dove la morsa della povertà e la violenza sono un forte incentivo a partire.
ESTERI Il settimanale Internazionale dedica la copertina ai droni ed è titolata macchine che uccidono. Nell’opinione pubblicata su Alternet e tradotta dall’Internazionale, si smontano alcuni miti su queste macchine da guerra. Il primo sicuramente è che "I droni uccidano solo terroristi": Nel maggio del 2009, all’inizio del primo mandato di Barack Obama, David Kilcullen, l’ex consigliere per il terrorismo di David Petraeus, ha scritto sul New York Times che solo il due per cento delle vittime dei droni erano esponenti di spicco di Al Qaeda. Kilcullen calcolava che per ogni “obiettivo di alto valore” di Al Qaeda colpito erano stati uccisi cinquanta civili. Lo scorso aprile un’inchiesta dell’Nbc, condotta sulla base di documenti segreti della Cia, ha rivelato che un militante su quattro ucciso in Pakistan tra il settembre del 2010 e l’ottobre del 2011 è stato classiicato come “combattente ignoto”. Vuol dire che, per sua stessa ammissione, nel 25 per cento dei casi la Cia non ha idea di chi ha ucciso. A questo si aggiunge il fatto che tutti i maschi in età per combattere uccisi durante gli attacchi sono automaticamente considerati militanti. Quindi il margine d’errore è enorme. Altro mito da sfatare: "I droni rendano gli Stati Uniti più sicuri". È falso. I droni non stanno solo destabilizzando una potenza nucleare come il Pakistan, in una delle regioni più insicure del mondo. Stanno anche provocando ondate di attacchi suicidi in quel paese. La minaccia rappresentata da questi attacchi riguarda direttamente anche gli Stati Uniti, perché è il sintomo dell’aumento dell’estremismo su scala mondiale. Persone che si identiicano con la diaspora musulmana vedono i loro parenti uccisi in modo brutale dagli americani. Gli attentatori della maratona di Boston sono solo l’ultimo esempio di questo processo. Pensate per esempio a Faisal Shahzad, l’uomo che nel 2010 ha cercato di far saltare in aria Time square, a New York. Al processo, quando il giudice gli ha chiesto di spiegare i motivi che lo avevano portato a pianiicare l’attacco, Shahzad ha risposto parlando degli attacchi statunitensi con i droni in Pakistan. Purtroppo questi ribelli saranno sempre più numerosi, perché gli attacchi degli Stati Uniti con i droni spingeranno molte persone che vivono nel mondo musulmano verso le frange politiche più estreme, e la violenza americana chiamerà altra violenza.
CULTURA La settimana appena trascorsa è stata funestata dalla morte di due grandi del cinema Giuliano Gemma e Carlo Lizzani. Entrambi lasciano un patrimonio inestimabile al cinema italiano e internazionale.
Ricordiamo Giuliano Gemma, faccia d’angelo, con un articolo del Manifesto: se Clint Eastwood è stato il primo, col suo sigaro e il poncho, se Lee Van Cleef il più cattivo, col vestito nero e il cappello, se Bud e Terence i più divertenti, Eli Wallach il più brutto e il più furbo, Giuliano Gemma è stato il più bello, il più solare, il più atletico, il più buono se aveva un senso parlare di buoni nel mondo degli spaghetti western. Robert Woods sapeva andare meglio a cavallo, Gianni Garko era il più elegante, Tomas Milian il più rivoluzionario, ma Ringo era Ringo. Onore a Montgomery Woods, primo eroe italiano dei nostri spaghetti western.
Gentile, sempre disponibile, Gemma ha saputo muoversi nel mondo del cinema senza perdere la sua freschezza degli inizi, la sua faccia d’angelo e la sua prestanza fisica. Una star, e non solo: un attore col quale siamo cresciuti dagli anni 60. Ora aspettiamo solo di vedere il bel documentario che sua figlia Vera gli ha dedicato con tanto materiale raro proveniente da tutto il mondo. Adios, Ringo!
Sul Fatto quotidiano leggiamo della morte del regista Carlo Lizzani, l’ultimo dei neorealisti, che a 91 anni si è lasciato cadere dal terzo piano. Ha attraversato il Novecento e ne ha raccontato le nefandezze, indimenticabile l’esordio dietro la macchina da presa con Achtung! Banditi!
Leggiamo: SETTANTA FILM combattendo a testa alta con la cronaca e il buon senso, con la censura e con la povertà, perché si poteva essere al verde, ma non c’era prateria che non meritasse una cavalcata. Ora che la vita è agra e che ogni cosa è stata detta, anche l’addio duro, forse sdegnato, da samurai, di Lizzani, così vicino e così lontano da quello di Mario Monicelli, uno strappo brutale che a Carlo sembrò soprattutto il gesto di un laico che “vuole gestire la sua esistenza fino in fondo”, riflette solo il profondo dispiacere per un altro gigante evaso prima di diventare d’argilla. Prima di riscoprirsi troppo fragile, Lizzani ha abbandonato le maledette debolezze dell’età. Proprio lui che alla giacca, alla cravatta, alla gentilezza soave e anacronistica non meno che all’autonomia, non rinunciava. Lasciando da galantuomo mai dubbioso sull’equili - brio tra forma e sostanza, un biglietto per i parenti: “Stacco la chiave”.
SOCIETA’ Dall’Espresso di questa settimana abbiamo selezionato un reportage che riguarda gli Homeless, i senza tetto. Sono 100 milioni nel mondo, 50mila solo in Italia. Un fotografo, Lee Jeffries per anni li ha ritratti, ovunque. Quei volti che parlano di vite sofferte saranno in mostra a Roma dal 19 ottobre.
Leggiamo: Jeffries l’autore, o forse co-autore, perché i soggetti dei suoi ritratti sono partecipi all’opera, è un inglese di Manchester, ha 41 anni, ed è stato per vari anni in giro per le strade di Londra, Parigi, New York, Miami, Las Vegas e anche di Roma. Era alla«ricerca di un incontro », dice nel breve testo scritto per il catalogo della mostra. Voleva entrare in contatto con uomini e donne che in strada vivono ogni giorno e ogni notte perché non hanno né tetto né letto; i senza fissa dimora li chiamiamo nel gergo burocratico. La sua intenzione non era tanto quella di documentare un fenomeno sociale, quanto stabilire un rapporto che durasse nel tempo, attraverso l’immagine impressa dalla camera. Ha finito per creare intimità, con le persone ritratte. Rimane il fatto che gli homeless vivono tra di noi. I dati globali parlano di cento milioni di persone, ma sono difficili da verificare. In Italia, secondo Istat e Caritas i senza fissa dimora sono oltre 50 mila. Sei su dieci si trovano in questa condizione perché hanno perso il lavoro. Più precisi i dati della Fondazione De Benedetti che riguardano la sola Milano. Nella metropoli del Nord i senza casa sono oltre 2.600. Il 72 per cento dorme in strada. Nove su dieci ha esperienze di lavoro. Hanno fiducia solo negli assistenti sociali e un po’ nel Comune. In altre parole: sono il risultato del crollo di quel modello che prevedeva la fabbrica come centro della vita e il lavoro come strumento della crescita personale.
(Raffaella "Raffa" Angelino per Litfiba Channel)
ECONOMIA Notizia originale, questa settimana. Parliamo delle dimissioni dal posto di lavoro di una giovane di Taiwan. Dopo due anni di lavoro - in cui dice di aver sacrificato vita privata, tempo ed energie - Marina Shifrin ha deciso di lasciare Next Media Animation, il canale tv taiwanese con cui collaborava come grafica. In un video, registrato di notte in redazione, l'autrice 25enne spiega che il suo capo si preoccupava più della quantità di video prodotti e del numero di visualizzazioni ottenute che della qualità e dei contenuti. Non condividendo obiettivi e metodi dei suoi superiori, la dipendente ha preferito passare all'azione: è diventata la protagonista di un filmato pubblicato su YouTube in cui - ballando - annuncia il suo licenziamento e le sue ragioni. Leggiamo il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa di martedì: Nel video c’è questa ragazza che balla dentro un ufficio vuoto. In sovraimpressione scorrono le sue parole: sono le 4 e mezzo del mattino e lei si sta licenziando a ritmo di rap. Marina è americana, ha 25 anni e da due lavora a Taiwan, in una società di animazione a cui ha riservato ogni spicciolo di tempo ed energia. Ma non sono stati i sacrifici a esasperarla, quanto l’infelicità che emanava da un lavoro frustrante, alle dipendenze di un capo che non la giudicava sulla base dei suoi talenti, ma di parametri meramente quantitativi. Da qui la decisione di andarsene, e di farlo con un video che esprimesse la creatività che le era stato proibito manifestare. È solo la versione di Marina. Il capo ce ne fornirebbe probabilmente un’altra, trasformando persino un licenziamento così originale - il primo danzante, a memoria d’uomo - nella prova del carattere inaffidabile della sua collaboratrice. Il cuore, inutile dirlo, batte per la ragazza che si concede il lusso di una scelta di libertà non ancora frenata da mutui e bollette. In Italia sarebbe più difficile, perché la maggioranza dei coetanei diMarina è ancora alla ricerca di un lavoro da cui potersi licenziare.
CRONACA Dopo la strage di Lampedusa, di cui abbiamo visto e sentito molto, approfondiamo attraverso il Corriere della sera di sabato la geografia delle migrazioni. Un intero continente devastato dalle guerre civili, dalle carestie, dall’infinita povertà e dai disastri ambientali. Squassato dal sussulto di una transumanza della disperazione, che vede milioni di dannati della Terra tentare di ingannare il loro destino e accettare la tragica scommessa di una fuga senza promesse, mettendo le loro vite nelle mani dei mercanti d’anime, in cerca di un barlume di futuro. Una massa oscillante tra 1,5 e 2 milioni di persone, secondo la stima di uno studio condotto nel 2011 dal CNEL, migreranno ogni anno da qui al 2050 dall’Africa all’Europa. Ma nel lungo periodo non è necessariamente una prospettiva che deve metterci in allarme: nei prossimi 37 anni l’asimmetria demografica tra i due continenti vedrà infatti la popolazione lavorativa europea diminuire di oltre 100 milioni, mentre quella di Nord Africa e Africa sub-sahariana aumenterà di oltre 700 milioni. Quali sono i punti critici del continente africano, quelli dove la paura e l’impossibilità di sopravvivere alle guerre, alla fame e alla desertificazione, stanno trasformando milioni di persone in futuri profughi della disperazione? La pressione maggiore viene oggi dal Corno d’Africa. I morti di Lampedusa provenivano in gran parte dalla Somalia e dall’Eritrea. Nei primi nove mesi di quest’anno, dati della Pubblica Sicurezza, 3 mila somali e 8 mila eritrei sono sbarcati sulle nostre coste. La Somalia, passata in 7 anni dai «signori della guerra» alle corti islamiche, dall’intervento etiope alla guerriglia dei fondamentalisti di al Shabaab, conta oggi più di 1 milione di sfollati interni. In Eritrea, a povertà e carestie si aggiunge un regime del terrore ventennale, sotto il tallone di ferro del presidente Afewerky, che governa il Paese con l’esercito e un servizio militare obbligatorio che non finisce mai. Poco da stupirsi che sia il Paese con il più alto tasso di emigrazione clandestina al mondo. La fascia sub-sahariana del Sahel (Nigeria, Ghana, Burkina-Faso, Senegal, Mali e Niger) è un’altra area di rischio. Dalla Nigeria, nazione africana più popolosa con 160 milioni di abitanti, ricca di petrolio ma politicamente instabile, lacerata dalla guerriglia e spolpata dalla corruzione, quest’anno sono sbarcate in Italia 2 mila persone.Mail potenziale di un’eventuale diaspora nigeriana, magari alimentata dalle crescenti persecuzioni anti-cristiane, è enorme, viste le dimensioni del Paese. Si calcola che almeno 50 mila clandestini vivano già nella nostra Penisola, accanto ai 70 mila nigeriani muniti di regolare permesso. La tragedia di Lampedusa ha suonato anche il campanello d’allarme del Ghana, da cui provenivano alcune delle vittime. Paese relativamente stabile ma dove la morsa della povertà e la violenza sono un forte incentivo a partire.
ESTERI Il settimanale Internazionale dedica la copertina ai droni ed è titolata macchine che uccidono. Nell’opinione pubblicata su Alternet e tradotta dall’Internazionale, si smontano alcuni miti su queste macchine da guerra. Il primo sicuramente è che "I droni uccidano solo terroristi": Nel maggio del 2009, all’inizio del primo mandato di Barack Obama, David Kilcullen, l’ex consigliere per il terrorismo di David Petraeus, ha scritto sul New York Times che solo il due per cento delle vittime dei droni erano esponenti di spicco di Al Qaeda. Kilcullen calcolava che per ogni “obiettivo di alto valore” di Al Qaeda colpito erano stati uccisi cinquanta civili. Lo scorso aprile un’inchiesta dell’Nbc, condotta sulla base di documenti segreti della Cia, ha rivelato che un militante su quattro ucciso in Pakistan tra il settembre del 2010 e l’ottobre del 2011 è stato classiicato come “combattente ignoto”. Vuol dire che, per sua stessa ammissione, nel 25 per cento dei casi la Cia non ha idea di chi ha ucciso. A questo si aggiunge il fatto che tutti i maschi in età per combattere uccisi durante gli attacchi sono automaticamente considerati militanti. Quindi il margine d’errore è enorme. Altro mito da sfatare: "I droni rendano gli Stati Uniti più sicuri". È falso. I droni non stanno solo destabilizzando una potenza nucleare come il Pakistan, in una delle regioni più insicure del mondo. Stanno anche provocando ondate di attacchi suicidi in quel paese. La minaccia rappresentata da questi attacchi riguarda direttamente anche gli Stati Uniti, perché è il sintomo dell’aumento dell’estremismo su scala mondiale. Persone che si identiicano con la diaspora musulmana vedono i loro parenti uccisi in modo brutale dagli americani. Gli attentatori della maratona di Boston sono solo l’ultimo esempio di questo processo. Pensate per esempio a Faisal Shahzad, l’uomo che nel 2010 ha cercato di far saltare in aria Time square, a New York. Al processo, quando il giudice gli ha chiesto di spiegare i motivi che lo avevano portato a pianiicare l’attacco, Shahzad ha risposto parlando degli attacchi statunitensi con i droni in Pakistan. Purtroppo questi ribelli saranno sempre più numerosi, perché gli attacchi degli Stati Uniti con i droni spingeranno molte persone che vivono nel mondo musulmano verso le frange politiche più estreme, e la violenza americana chiamerà altra violenza.
CULTURA La settimana appena trascorsa è stata funestata dalla morte di due grandi del cinema Giuliano Gemma e Carlo Lizzani. Entrambi lasciano un patrimonio inestimabile al cinema italiano e internazionale.
Ricordiamo Giuliano Gemma, faccia d’angelo, con un articolo del Manifesto: se Clint Eastwood è stato il primo, col suo sigaro e il poncho, se Lee Van Cleef il più cattivo, col vestito nero e il cappello, se Bud e Terence i più divertenti, Eli Wallach il più brutto e il più furbo, Giuliano Gemma è stato il più bello, il più solare, il più atletico, il più buono se aveva un senso parlare di buoni nel mondo degli spaghetti western. Robert Woods sapeva andare meglio a cavallo, Gianni Garko era il più elegante, Tomas Milian il più rivoluzionario, ma Ringo era Ringo. Onore a Montgomery Woods, primo eroe italiano dei nostri spaghetti western.
Gentile, sempre disponibile, Gemma ha saputo muoversi nel mondo del cinema senza perdere la sua freschezza degli inizi, la sua faccia d’angelo e la sua prestanza fisica. Una star, e non solo: un attore col quale siamo cresciuti dagli anni 60. Ora aspettiamo solo di vedere il bel documentario che sua figlia Vera gli ha dedicato con tanto materiale raro proveniente da tutto il mondo. Adios, Ringo!
Sul Fatto quotidiano leggiamo della morte del regista Carlo Lizzani, l’ultimo dei neorealisti, che a 91 anni si è lasciato cadere dal terzo piano. Ha attraversato il Novecento e ne ha raccontato le nefandezze, indimenticabile l’esordio dietro la macchina da presa con Achtung! Banditi!
Leggiamo: SETTANTA FILM combattendo a testa alta con la cronaca e il buon senso, con la censura e con la povertà, perché si poteva essere al verde, ma non c’era prateria che non meritasse una cavalcata. Ora che la vita è agra e che ogni cosa è stata detta, anche l’addio duro, forse sdegnato, da samurai, di Lizzani, così vicino e così lontano da quello di Mario Monicelli, uno strappo brutale che a Carlo sembrò soprattutto il gesto di un laico che “vuole gestire la sua esistenza fino in fondo”, riflette solo il profondo dispiacere per un altro gigante evaso prima di diventare d’argilla. Prima di riscoprirsi troppo fragile, Lizzani ha abbandonato le maledette debolezze dell’età. Proprio lui che alla giacca, alla cravatta, alla gentilezza soave e anacronistica non meno che all’autonomia, non rinunciava. Lasciando da galantuomo mai dubbioso sull’equili - brio tra forma e sostanza, un biglietto per i parenti: “Stacco la chiave”.
SOCIETA’ Dall’Espresso di questa settimana abbiamo selezionato un reportage che riguarda gli Homeless, i senza tetto. Sono 100 milioni nel mondo, 50mila solo in Italia. Un fotografo, Lee Jeffries per anni li ha ritratti, ovunque. Quei volti che parlano di vite sofferte saranno in mostra a Roma dal 19 ottobre.
Leggiamo: Jeffries l’autore, o forse co-autore, perché i soggetti dei suoi ritratti sono partecipi all’opera, è un inglese di Manchester, ha 41 anni, ed è stato per vari anni in giro per le strade di Londra, Parigi, New York, Miami, Las Vegas e anche di Roma. Era alla«ricerca di un incontro », dice nel breve testo scritto per il catalogo della mostra. Voleva entrare in contatto con uomini e donne che in strada vivono ogni giorno e ogni notte perché non hanno né tetto né letto; i senza fissa dimora li chiamiamo nel gergo burocratico. La sua intenzione non era tanto quella di documentare un fenomeno sociale, quanto stabilire un rapporto che durasse nel tempo, attraverso l’immagine impressa dalla camera. Ha finito per creare intimità, con le persone ritratte. Rimane il fatto che gli homeless vivono tra di noi. I dati globali parlano di cento milioni di persone, ma sono difficili da verificare. In Italia, secondo Istat e Caritas i senza fissa dimora sono oltre 50 mila. Sei su dieci si trovano in questa condizione perché hanno perso il lavoro. Più precisi i dati della Fondazione De Benedetti che riguardano la sola Milano. Nella metropoli del Nord i senza casa sono oltre 2.600. Il 72 per cento dorme in strada. Nove su dieci ha esperienze di lavoro. Hanno fiducia solo negli assistenti sociali e un po’ nel Comune. In altre parole: sono il risultato del crollo di quel modello che prevedeva la fabbrica come centro della vita e il lavoro come strumento della crescita personale.
(Raffaella "Raffa" Angelino per Litfiba Channel)
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