POLITICA Ci risparmiamo tutta la farsa sulle dimissioni di massa dei parlamentari Pdl, le figuracce di Letta all’estero e i balbettii di Napolitano, per riflettere su come Berlusconi riesca a condizionare questo Paese pur essendo indebolito e condannato. L’Espresso di questa settimana approfondisce la vicenda del film di Nanni Moretti, Il Caimano, comprato dalla Rai e poi nascosto, per non dar troppo fastidio.
"Con la mia condanna la nostra democrazia si è trasformata in un regime, contro il quale gli uomini liberi hanno il diritto di reagire in ogni modo...". "Sono qui per chiedere a ciascuno di voi di aprire gli occhi, di reagire e di scendere in campo per combattere questa sinistra dell’odio e per combattere l’uso della giustizia a fini di lotta politica...". È quasi impossibile ormai distinguere le parole dell’uno da quelle dell’altro, Silvio Berlusconi dal suo doppio, interpretato nel 2006 da Nanni Moretti ne “Il Caimano”. Il testo del videomessaggio del 18 settembre con cui l’ex premier condannato a quattro anni per frode fiscale dalla Cassazione ha chiesto ai cittadini di ribellarsi contro «la magistratura politicizzata» ricalca in modo impressionante l’appello alla reazione del personaggio di Moretti nella scena finale del film, con la molotov scagliata dalla folla contro i giudici sulle scale del palazzo di Giustizia. Ed è passato a rullo sulle reti Rai (per non parlare di quelle Mediaset), in versione quasi integrale, nei tg di prima serata e nei talk come “Porta a Porta”. Nanni Moretti ha visto il video. «Mi è stato detto che sulla Rete si è scritto addirittura che l’invito alla rivolta “spontanea” contro i magistrati segue quasi alla lettera la sceneggiatura del mio film. Io l’ho trovato spento e inefficace», dice. Ma per apprezzare eventuali similitudini e differenze tra la realtà berlusconiana e la finzione morettiana gli abbonati al canone dovranno cambiare canale, sulla Rai non lo troveranno più. La tv di Stato ha programmato “Il Caimano” nel lontano 19 giugno 2011, su Rai3. Fu visto da due milioni e 766mila spettatori, il12, 97 per cento di share, un successo di audience, era una domenica quasi estiva. La prima volta, a cinque anni dall’uscita nelle sale della pellicola, e anche l’ultima. Perché con l’inizio dell’autunno, il 23 settembre, il contratto con la Sacher film per i diritti televisivi è scaduto. La Rai ha comprato “Il Caimano”, uno dei film più importanti dell’ultimo decennio, per relegarlo in magazzino. Eppure lo aveva pagato un milione e mezzo di euro per cinque passaggi. Troppo anti-berlusconiano? Troppo divisivo, in una stagione di larghe intese, in Parlamento e in viale Mazzini? O troppo pericolosamente vicino al reale? «Ho venduto “Il Caimano” alla Rai perché venisse mostrato, non perché venisse nascosto», commenta Moretti. «Si sono comportati con una prudenza probabilmente nemmeno richiesta dall’alto. Il berlusconismo si è affermato non solo perché ha potuto contare sulle sue televisioni e sui suoi giornali, ma anche perché è stato accompagnato dal conformismo spaventato di tanti altri.
Concordiamo.
ECONOMIA La pagina economica della settimana è monopolizzata dalla bufera per la Telecom che diventa spagnola. Ma noi ci soffermeremo sui risvolti occupazionali dell’operazione con un articolo dell’Unità del 25 settembre, titolato cessioni ed esuberi, sindacati sul piede di guerra. Leggiamo: Per i 46mila lavoratori Telecom, erano 120mila prima della privatizzazione, il passaggio ad un controllo sostanzialmente spagnolo non è per niente una buona notizia. Se le politiche dell’attuale dirigenza hanno costretto a forti sacrifici i lavoratori, la prospettiva di passare sotto il modello Telefonica rischia di produrre 16mila esuberi. I sindacati sono inviperiti. Prima di tutto per non essere stati assolutamente informati e contattati dall’azienda. La posizione unitaria di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom è di opposizione decisa al riassetto societario e al fatto che gli spagnoli di Telefonica salgano al 70% di Telco, il patto di sindacato con Mediobanca, Generali e Intesa San Paolo, che detiene il 22,45% di Telecom. «Con questa operazione per la primavolta si consegna in mani straniere un gruppo strategico: un’operazione mai avvenuta in nessun Paese occidentale, un’operazione inquietante perché i problemi di sottocapitalizzazione e l’ingente debito di Telecom sono tutt’altro che risolti, anzi potrebbero essere aggravati dalla situazione di Telefonica a sua volta caratterizzata da un elevatissimo tasso di indebitamento », riassume una nota della Slc Cgil. E il modello Telefonica non è certo positivo. E su Repubblica del 26: Nella grandiosa svendita di fine stagione che si sta consumando su Telecom non si salva nessuno. Al dolo di un capitalismo indecente, che scappa col malloppo e lucra i suoi ultimi affarucci sulla pelle di utenti, risparmiatori e lavoratori, si somma la colpa di una politica
impotente, che piange le solite lacrime di coccodrillo sul latte già versato. All’inconcludenza dei controllori, che assistono silenti alle nefandezze di un «mercato» sospeso tra Far West e parco buoi, si somma l’impudenza dei manager, che bruciano risorse umane e finanziarie senza mai pagare dazio ma facendosi pagare bunus milionari. È agghiacciante scoprire che una delle ultime grandi aziende del Paese, per quanto fiaccata dalla concorrenza e schiantata dai debiti, possa passare di mano dall’oggi al domani senza che nessuno abbia saputo o abbia visto alcunchè.
ECONOMIA La pagina economica della settimana è monopolizzata dalla bufera per la Telecom che diventa spagnola. Ma noi ci soffermeremo sui risvolti occupazionali dell’operazione con un articolo dell’Unità del 25 settembre, titolato cessioni ed esuberi, sindacati sul piede di guerra. Leggiamo: Per i 46mila lavoratori Telecom, erano 120mila prima della privatizzazione, il passaggio ad un controllo sostanzialmente spagnolo non è per niente una buona notizia. Se le politiche dell’attuale dirigenza hanno costretto a forti sacrifici i lavoratori, la prospettiva di passare sotto il modello Telefonica rischia di produrre 16mila esuberi. I sindacati sono inviperiti. Prima di tutto per non essere stati assolutamente informati e contattati dall’azienda. La posizione unitaria di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom è di opposizione decisa al riassetto societario e al fatto che gli spagnoli di Telefonica salgano al 70% di Telco, il patto di sindacato con Mediobanca, Generali e Intesa San Paolo, che detiene il 22,45% di Telecom. «Con questa operazione per la primavolta si consegna in mani straniere un gruppo strategico: un’operazione mai avvenuta in nessun Paese occidentale, un’operazione inquietante perché i problemi di sottocapitalizzazione e l’ingente debito di Telecom sono tutt’altro che risolti, anzi potrebbero essere aggravati dalla situazione di Telefonica a sua volta caratterizzata da un elevatissimo tasso di indebitamento », riassume una nota della Slc Cgil. E il modello Telefonica non è certo positivo. E su Repubblica del 26: Nella grandiosa svendita di fine stagione che si sta consumando su Telecom non si salva nessuno. Al dolo di un capitalismo indecente, che scappa col malloppo e lucra i suoi ultimi affarucci sulla pelle di utenti, risparmiatori e lavoratori, si somma la colpa di una politica
impotente, che piange le solite lacrime di coccodrillo sul latte già versato. All’inconcludenza dei controllori, che assistono silenti alle nefandezze di un «mercato» sospeso tra Far West e parco buoi, si somma l’impudenza dei manager, che bruciano risorse umane e finanziarie senza mai pagare dazio ma facendosi pagare bunus milionari. È agghiacciante scoprire che una delle ultime grandi aziende del Paese, per quanto fiaccata dalla concorrenza e schiantata dai debiti, possa passare di mano dall’oggi al domani senza che nessuno abbia saputo o abbia visto alcunchè.
Non sanno governare, non sanno vigilare o non sanno mentire?
CRONACA L'attenzione va alla violenza sulle donne e in particolare sulla legge sul femminicidio che in due mesi ha salvato la vita a molte donne e se non sarà approvata nei tempi entro il 15 ottobre potrebbe vanificare gli sforzi già compiuti a partire dall’8 agosto, data di approvazione del decreto. Un decreto che tuttavia ha molti limiti. Leggiamo su Repubblica del 26 settembre da Michela Marzano: Quando si capirà che, senza la promozione di una cultura della tolleranza e dell’accettazione reciproca, la violenza non sarà mai arginata? Quando si comincerà a proteggere davvero le vittime finanziando in maniera adeguata i centri anti-violenza che da anni chiedono risorse per le proprie fondamentali attività? Quando si affronterà il problema della presa in carico psicologica degli uomini che maltrattano le donne? Quando si deciderà di introdurre nelle scuole un’educazione mirata a disinnescare comportamenti violenti e alla gestione dei conflitti? Problemi che il decreto legge non affronta. Tutte questioni che, finché non saranno trattate, non permetteranno di trovare soluzioni reali ed efficaci al carattere strutturale della violenza contro le donne. In parte destabilizzati dalle recenti trasformazioni delle relazioni umane, molti uomini non riescono ad accettare l’autonomia femminile: insicuri e incapaci di sapere “chi sono”, accusano le donne di mettere in discussione il proprio ruolo; narcisisticamente fratturati, pensano che le donne debbano aiutarli a riparare le proprie ferite, trasformandosi in persecutori di fronte ad ogni manifestazione di indipendenza, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita d’identità. Ecco perché il problema delle violenze — ancora prima dei passaggi all’atto che questo decreto cerca di combattere — è un problema culturale e formativo: in assenza di punti di riferimento e di fronte alla frantumazione dei rapporti umani, ci si illude che, con la violenza, ci si possa riappropriare di un’identità e di un ruolo che non esistono più da molto tempo. Mentre l’educazione e la cultura permetterebbero di riscrivere la grammatica delle relazioni umane, aiuterebbero i ragazzi e le ragazze a prendere coscienza della propria dignità e del proprio valore, insegnerebbero ai più piccoli il rispetto delle differenze e dell’alterità.
Manette sì, ma non solo.
ESTERI La notizia della settimana è la vittoria nettissima di Angela Merkel in Germania. Ma chi è questa donna che ha sempre più stretto nelle mani il destino dell’Europa? Dal Fatto del 24 settembre: In Germania, politologi e biografi non riescono a venire a capo del “mistero” Merkel. Come si spiega che una donna poco carismatica, dall’aspetto grigio, oratrice appena mediocre, lenta nel prendere le decisioni, prudente in maniera eccessiva e priva, dicono in molti, di una autentica visione politica, sia praticamente imbattibile? Paradossalmente, la Germania sembra stregata e affascinata dalla sua normalità che diventa di giorno in giorno più presidenziale. Col passare degli anni, la politica estera e l’Europa sono diventati i suoi temi preferiti. Gli anni del suo secondo mandato sono stati dominati dalla crisi dell’euro e questa situazione le ha consentito di indossare l’armatura e di ergersi a strenua, incondizionata ed efficiente paladina degli interessi tedeschi. Leggiamo sulla Stampa del 23: Merkel arriva a questo nuovo trionfo perché è sempre stata sottovalutata. Il cancelliere Kohl, che la volle suo ministro nel primo governo della Germania unita, la chiamava la ragazza. Pensava di usarla nel suo governo come figurina “politicamente corretta”, perché donna e perché dell’Est. Invece lei, al momento opportuno, lo uccise con freddezza e pubblicamente, non in un corridoio oscuro del potere. Era il 2000, da allora è presidente del partito, la Cdu. L’ultima volta è stata eletta col 98% dei voti. Non ha carisma, non «buca» lo schermo, e questo nella società della politica-spettacolo sembrerebbe un handicap.Ma non in Germania, dove l’immagine conta meno della sostanza e lei incarna quelle piccole virtù che tanti ancora rispettano e onorano: integrità, modestia, sobrietà, laboriosità, lealtà, sincerità. Certo, ama il potere e ha fatto di tutto per ottenerlo e tenerlo.Ma non per vanità, per i simboli e gli agi esteriori. Vuole governare perché sente di avere una missione. «Noi vogliamo che le future generazioni possano vivere nel benessere, nella democrazia e nella libertà», ha ancora ripetuto nel suo ultimo comizio.
Non ci piace, ma invidiamo la Germania.
CULTURA Leggiamo dal Manifesto del 26 settembre di un documentario dedicato alla storia del gruppo di hacker turco RedHack. Sottotitolato in italiano dal team di traduttori di Infoaut.org, Red! arriva sugli schermi dei vostri computer al momento giusto. Prodotto dalla casa cinematografica indipendente Bsm, questo documentario dal ritmo incalzante ha infatti il pregio di addentrare lo spettatore, anche quello a digiuno di tecnologia, in uno dei terreni più inesplorati e allo stesso tempo qualificanti dei conflitti odierni: quello dell’hacktivism, termine derivato dalla commistione di due parole (hacking e activism) che individua nei network digitali un terreno di scontro e cambiamento sociale. A reggere il filo rosso dei sessanta minuti di filmato ci sono le voci dei Redhack, crew di hacker comunisti turchi salita alla ribalta delle cronache per aver partecipato a giugno alla rivolta di Gezi Park. Data di fondazione 1997, questa formazione di hacktivisti aveva però già fatto parlare di sé in passato per il suo supporto alla causa curda e le sue intrusioni nei sistemi informatici del direttorato della polizia di Ankara. Il suo exploit più clamoroso tuttavia era stato quello che aveva portato alla violazione della rete del Concilio Turco per l’Alta Educazione, dai cui database erano emersi decine di migliaia di documenti che testimoniavano quanto il fenomeno della corruzione fosse radicato nella gestione del sistema educativo del paese. Un attivismo costato caro a diversi membri dell’organizzazione, additati come terroristi dalla stampa locale ed arrestati dalle autorità con capi d’imputazione che prevedono pene fino a ventiquattro anni di detenzione. Abilmente intessuta dal regista Mustafa Kenan Aybasti, la trama dell’epopea dei «RedHack» non viene però circoscritta alla sola infosfera turca. Al contrario la struttura dell’opera, pur prendendo le mosse dalla loro vicenda particolare, si dota di un ampio respiro narrativo ed ha l’ambizione di gettare uno sguardo approfondito sul variegato universo dell’hacktivism. «dove c’è crudeltà, è legittimo ribellarsi», dice Sirine, una delle hacktiviste di RedHack. E se lo sviluppo della tecnologia ha posto le basi per rinnovate forme di sfruttamento, comando e controllo, deviarne il corso, sovvertirla e produrre nuovi strumenti di opposizione al potere è possibile. Quali sembianze dovrebbe assumere allora questa ribellione? Vi è un solo postulato che accomuna le differenti esperienze di hacktivism, da Redhack ad Anonymous passando per Wikileaks: tutta l’informazione deve essere libera. Nondimeno secondo gli hacker in rosso obiettivo primo dell’«hacktivism» è modellare l’opinione pubblica, utilizzando internet come rampa di lancio e vettore di propaganda.
Esperienze da conoscere.
SPORT Sulla Stampa del 24 settembre c'è la notizia che Gino Bartali, campione di ciclismo ricordato per la rivalità con Fausto Coppi, era anche un campione di umanità, tanto che negli anni delle persecuzioni razziali a carico degli ebrei, nella Firenze martoriata dall’occupazione nazista, li aveva aiutati, nascondendo documenti falsi sotto il sellino, ma non solo, e per questo oggi è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni”. Ovvero colui che, pur non essendo ebreo, ha messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un essere umano che apparteneva ad un’altra religione. Leggiamo: Faceva una incredibile quantità di viaggi Firenze-Assisi il grande scalatore allora ventinovenne, e le volte che i tedeschi lo fermavano avvertiva «allenamento, allenamento, ‘un mi posso fermare o mi si raffreddano i muscoli». Bartali, il rabbino di Firenze Nethan Cassuto e l’arcivescovo fiorentino Elia Angelo Dalla Costa, altro Giusto, componevano in quella Firenze buia un formidabile trio di portatori di luce. Ora, quando pensiamo a Gino continuiamo a vederlo con i tubolari a tracolla, nella polvere del Giro, ma lo vediamo anche curvo sul manubrio della bici che fila verso il Convento di San Quirico con il suo carico di documenti proibiti ma benedetti dal cielo.
Manette sì, ma non solo.
ESTERI La notizia della settimana è la vittoria nettissima di Angela Merkel in Germania. Ma chi è questa donna che ha sempre più stretto nelle mani il destino dell’Europa? Dal Fatto del 24 settembre: In Germania, politologi e biografi non riescono a venire a capo del “mistero” Merkel. Come si spiega che una donna poco carismatica, dall’aspetto grigio, oratrice appena mediocre, lenta nel prendere le decisioni, prudente in maniera eccessiva e priva, dicono in molti, di una autentica visione politica, sia praticamente imbattibile? Paradossalmente, la Germania sembra stregata e affascinata dalla sua normalità che diventa di giorno in giorno più presidenziale. Col passare degli anni, la politica estera e l’Europa sono diventati i suoi temi preferiti. Gli anni del suo secondo mandato sono stati dominati dalla crisi dell’euro e questa situazione le ha consentito di indossare l’armatura e di ergersi a strenua, incondizionata ed efficiente paladina degli interessi tedeschi. Leggiamo sulla Stampa del 23: Merkel arriva a questo nuovo trionfo perché è sempre stata sottovalutata. Il cancelliere Kohl, che la volle suo ministro nel primo governo della Germania unita, la chiamava la ragazza. Pensava di usarla nel suo governo come figurina “politicamente corretta”, perché donna e perché dell’Est. Invece lei, al momento opportuno, lo uccise con freddezza e pubblicamente, non in un corridoio oscuro del potere. Era il 2000, da allora è presidente del partito, la Cdu. L’ultima volta è stata eletta col 98% dei voti. Non ha carisma, non «buca» lo schermo, e questo nella società della politica-spettacolo sembrerebbe un handicap.Ma non in Germania, dove l’immagine conta meno della sostanza e lei incarna quelle piccole virtù che tanti ancora rispettano e onorano: integrità, modestia, sobrietà, laboriosità, lealtà, sincerità. Certo, ama il potere e ha fatto di tutto per ottenerlo e tenerlo.Ma non per vanità, per i simboli e gli agi esteriori. Vuole governare perché sente di avere una missione. «Noi vogliamo che le future generazioni possano vivere nel benessere, nella democrazia e nella libertà», ha ancora ripetuto nel suo ultimo comizio.
Non ci piace, ma invidiamo la Germania.
CULTURA Leggiamo dal Manifesto del 26 settembre di un documentario dedicato alla storia del gruppo di hacker turco RedHack. Sottotitolato in italiano dal team di traduttori di Infoaut.org, Red! arriva sugli schermi dei vostri computer al momento giusto. Prodotto dalla casa cinematografica indipendente Bsm, questo documentario dal ritmo incalzante ha infatti il pregio di addentrare lo spettatore, anche quello a digiuno di tecnologia, in uno dei terreni più inesplorati e allo stesso tempo qualificanti dei conflitti odierni: quello dell’hacktivism, termine derivato dalla commistione di due parole (hacking e activism) che individua nei network digitali un terreno di scontro e cambiamento sociale. A reggere il filo rosso dei sessanta minuti di filmato ci sono le voci dei Redhack, crew di hacker comunisti turchi salita alla ribalta delle cronache per aver partecipato a giugno alla rivolta di Gezi Park. Data di fondazione 1997, questa formazione di hacktivisti aveva però già fatto parlare di sé in passato per il suo supporto alla causa curda e le sue intrusioni nei sistemi informatici del direttorato della polizia di Ankara. Il suo exploit più clamoroso tuttavia era stato quello che aveva portato alla violazione della rete del Concilio Turco per l’Alta Educazione, dai cui database erano emersi decine di migliaia di documenti che testimoniavano quanto il fenomeno della corruzione fosse radicato nella gestione del sistema educativo del paese. Un attivismo costato caro a diversi membri dell’organizzazione, additati come terroristi dalla stampa locale ed arrestati dalle autorità con capi d’imputazione che prevedono pene fino a ventiquattro anni di detenzione. Abilmente intessuta dal regista Mustafa Kenan Aybasti, la trama dell’epopea dei «RedHack» non viene però circoscritta alla sola infosfera turca. Al contrario la struttura dell’opera, pur prendendo le mosse dalla loro vicenda particolare, si dota di un ampio respiro narrativo ed ha l’ambizione di gettare uno sguardo approfondito sul variegato universo dell’hacktivism. «dove c’è crudeltà, è legittimo ribellarsi», dice Sirine, una delle hacktiviste di RedHack. E se lo sviluppo della tecnologia ha posto le basi per rinnovate forme di sfruttamento, comando e controllo, deviarne il corso, sovvertirla e produrre nuovi strumenti di opposizione al potere è possibile. Quali sembianze dovrebbe assumere allora questa ribellione? Vi è un solo postulato che accomuna le differenti esperienze di hacktivism, da Redhack ad Anonymous passando per Wikileaks: tutta l’informazione deve essere libera. Nondimeno secondo gli hacker in rosso obiettivo primo dell’«hacktivism» è modellare l’opinione pubblica, utilizzando internet come rampa di lancio e vettore di propaganda.
Esperienze da conoscere.
SPORT Sulla Stampa del 24 settembre c'è la notizia che Gino Bartali, campione di ciclismo ricordato per la rivalità con Fausto Coppi, era anche un campione di umanità, tanto che negli anni delle persecuzioni razziali a carico degli ebrei, nella Firenze martoriata dall’occupazione nazista, li aveva aiutati, nascondendo documenti falsi sotto il sellino, ma non solo, e per questo oggi è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni”. Ovvero colui che, pur non essendo ebreo, ha messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un essere umano che apparteneva ad un’altra religione. Leggiamo: Faceva una incredibile quantità di viaggi Firenze-Assisi il grande scalatore allora ventinovenne, e le volte che i tedeschi lo fermavano avvertiva «allenamento, allenamento, ‘un mi posso fermare o mi si raffreddano i muscoli». Bartali, il rabbino di Firenze Nethan Cassuto e l’arcivescovo fiorentino Elia Angelo Dalla Costa, altro Giusto, componevano in quella Firenze buia un formidabile trio di portatori di luce. Ora, quando pensiamo a Gino continuiamo a vederlo con i tubolari a tracolla, nella polvere del Giro, ma lo vediamo anche curvo sul manubrio della bici che fila verso il Convento di San Quirico con il suo carico di documenti proibiti ma benedetti dal cielo.
Viva l’Italia.
SOCIETA’ Dall’Internazionale di questa settimana. Come vengono scelti i nomi dei nuovi farmaci messi in commercio? Lo spiega in questo articolo tratto da un giornale americano John Fidelino, direttore creativo di InterbrandHealth che ha contribuito a inventare le parole Xalkori, Prozac e Viagra. I nomi vengono vagliati rigidamente dalla Food and Drug administration americana e devono rispondere a certe caratteristiche. Leggiamo: In futuro trovare nomi eicaci ed esteticamente gradevoli diventerà sempre più impegnativo. Siccome la Fda esige che tutti i nomi dei farmaci sembrino e suonino unici, ogni volta che sul mercato viene immesso un nuovo medicinale si riduce il patrimonio linguistico disponibile per quello successivo. In un settore così affollato, quindi, ricorrere a nomi veloci e facili generati dal computer diventa sempre più allettante. Quello che preoccupa alcuni medici e farmacisti è il fatto che se da un lato i nomi dei farmaci diventano sempre più oscuri e meno intuitivi, dall’altro aumentano i medicinali che sfuggono ai controlli della Fda: si pensi a Zantac e Xanax, Paxil e Plavix, Neulasta e Lunesta. Queste tre coppie si trovano su un elenco di farmaci che a detta di medici e farmacisti vengono scambiati tra loro. L’elenco, compilato dall’Institute for safe medication practices, è lungo otto pagine. La confusione in questo campo non va sottovalutata. Se un malato di cancro pensa di prendere il Neulasta per rinforzare il sistema immunitario dopo la chemioterapia, e invece prende involontariamente il sonnifero Lunesta, le conseguenze possono essere gravi.
Il marketing sulla pelle dei malati.
(Raffaella "Raffa" Angelino per Litfiba Channel)
SOCIETA’ Dall’Internazionale di questa settimana. Come vengono scelti i nomi dei nuovi farmaci messi in commercio? Lo spiega in questo articolo tratto da un giornale americano John Fidelino, direttore creativo di InterbrandHealth che ha contribuito a inventare le parole Xalkori, Prozac e Viagra. I nomi vengono vagliati rigidamente dalla Food and Drug administration americana e devono rispondere a certe caratteristiche. Leggiamo: In futuro trovare nomi eicaci ed esteticamente gradevoli diventerà sempre più impegnativo. Siccome la Fda esige che tutti i nomi dei farmaci sembrino e suonino unici, ogni volta che sul mercato viene immesso un nuovo medicinale si riduce il patrimonio linguistico disponibile per quello successivo. In un settore così affollato, quindi, ricorrere a nomi veloci e facili generati dal computer diventa sempre più allettante. Quello che preoccupa alcuni medici e farmacisti è il fatto che se da un lato i nomi dei farmaci diventano sempre più oscuri e meno intuitivi, dall’altro aumentano i medicinali che sfuggono ai controlli della Fda: si pensi a Zantac e Xanax, Paxil e Plavix, Neulasta e Lunesta. Queste tre coppie si trovano su un elenco di farmaci che a detta di medici e farmacisti vengono scambiati tra loro. L’elenco, compilato dall’Institute for safe medication practices, è lungo otto pagine. La confusione in questo campo non va sottovalutata. Se un malato di cancro pensa di prendere il Neulasta per rinforzare il sistema immunitario dopo la chemioterapia, e invece prende involontariamente il sonnifero Lunesta, le conseguenze possono essere gravi.
Il marketing sulla pelle dei malati.
(Raffaella "Raffa" Angelino per Litfiba Channel)
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