lunedì 16 settembre 2013

#apriteivostriocchi #22_28 luglio #rassegnastampa

Aveva 25 anni, Andrea Antonelli, e una passione che era anche il suo lavoro: la moto. Sono scivolati entrambi sull’asfalto maledetto di Mosca e lì sono rimasti. Lì si è fermata la corsa e il cuore di un campione perché lo spettacolo delle Supersport doveva andare avanti nonostante le secchiate d’acqua e la pista maledettamente bagnata.
Apriamo con la scomparsa di Andrea la rassegna stampa della settimana appena trascorsa. Leggiamo dal Corriere della sera di lunedì 22 luglio, il giorno dopo la tragedia:
La moto ce l’aveva nel sangue, come accade ai campioni. E neppure il papà allenatore di calcio era riuscito a fargli cambiare idea. «Sperava che mi appassionassi al pallone — aveva raccontato Andrea con quell’inconfondibile sorriso pieno d’orgoglio e determinazione — ma quando da ragazzino per la prima volta sono salito in sella di una minimoto non sono più voluto scendere. Allora abbiamo raggiunto un accordo per i weekend: partita la mattina e pista il pomeriggio». Compromesso dimenticato quasi subito: era bastato poco a babbo Arnaldo, professore alla facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Perugia e docente di Teoria e Metodologia dell’Allenamento per la Federazione gioco calcio, a capire che quel figlio era nato per le due ruote e per le corse e aveva iniziato a seguirlo in quell’avventura come un angelo custode.
Leggiamo da Repubblica: «Nessuno di noi pensa di andare là fuori e di morire», disse lo scorso anno Casey Stoner, che da sette mesi ha abbandonato la MotoGp, «altrimenti non riusciremmo neppure ad aprire il gas». «L'unico modo per esorcizzare la paura – disse Valentino dopo la morte di Tomizawa a Misano nel 2010 - è riconoscerla. Da piccolo sei incosciente, pensi solo ad andar più forte che puoi. Solo da grande impari a convivere con il rischio. La paura ti protegge. Ma se ne hai troppa va a finire che non corri più». Conclusione: la paura esiste, la morte no. Non è prevista. Però arriva.
Kato morì nel 2003 a Suzuka. Poi il lutto si prese una lunga pausa. Più prudenti i piloti? Più sicure le piste? Il caso? C’è un amico che corre insieme a te, è dietro di te, ti vede cadere ma è troppo vicino per evitarti. Ed ecco che si torna a morire. Tomizawa travolto, Simoncelli travolto, Antonelli travolto. Accusano la potenza dei propulsori, polemizzano sull’efficienza delle gomme, danno la colpa alla velocità, discutono delle tecniche di guida, delle piste, di chi le gestisce. Gli stessi ingredienti da brivido che esaltano la trama possono anche distruggerla. «Come faccio a impedire a mio figlio di 13 anni di dedicarsi all’unica cosa che ama, anche se è un gioco mortale?». Michael Lenz aveva appena perso suo figlio Peter, 13 anni, a Indianapolis. Come si fa a fermarli? E’ semplice: non si può.


Indignati, in Spagna, ma italiani. Bella gente che coraggiosamente si ribella contro incultura e stereotipi. Dal Fatto quotidiano di martedì 23 luglio apprendiamo dell’esistenza di una catena di ristoranti in Spagna dal nome “la mafia se sienta a la mesa”, la mafia si siede a tavola. Ma dopo il disgusto viene la buona notizia. Scrive Nando Dalla Chiesa: Venerdì 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio: a Granada un gruppetto di giovani italiani, guidato da Antonella De Blasio, una ricercatrice precaria dell’Università di Bologna andata a cercar futuro in Spagna con un master, compie un gesto esemplare, dal sapore risorgimentale. Va davanti a un ristorante appartenente alla nota catena spagnola “La mafia se sienta a la mesa, apologia quotidiana di mafia e boss, con arredi, foto e menu intonati alla bisogna, e affigge alle vetrine le copie di un volantino. Sopra, la foto di Paolo Borsellino e l’immagine della devastazione bellica di quel pomeriggio del ’92. Sotto, le domande che suonano come frustate. “Come fate a mangiare in un ristorante che inneggia a chi ha fatto tutto questo? Non vi fa vomitare?”. In fondo l’invito finale a non frequentare il ristorante finché non avrà cambiato nome, “per rispetto di tutte le famiglie delle vittime”. Firmato: “Un gruppo di italiani indignati”. Quel che colpisce è che a scandalizzarsi e a reagire a un fatto che offende la sensibilità dell’Italia civile siano dei giovani che non hanno alcuna responsabilità di rappresentanza ufficiale del paese. Ha anzi qualcosa di paradossale il fatto che siano i cervelli in fuga, i nostri giovani all’estero, come è accaduto anche a Vienna di fronte alle salsicce “intitolate” a Falcone, a insorgere e a difendere l’onore dell’Italia, benché ne siano stati “traditi” nelle proprie speranze di futuro. Per fortuna ci sono loro: una nuova generazione di emigrati istruiti che ha respirato nelle scuole e nelle università l’edu - cazione alla legalità, che porta con sé un bagaglio di consapevolezze civili e che ha costruito sul serio, e non retoricamente, un proprio pantheon morale.


Ricorderete la tragedia del Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh, un palazzo di 8 piani dove si confezionavano abiti per marchi importanti, come Benetton, Walt Disney e Mango, si è accartocciato su se stesso provocando la morte di 1.200 lavoratori tessili sottopagati. Ora, il Manifesto di mercoledì 24 luglio, ci fa sapere che in agosto ci sarà un incontro che ha lo scopo di riunire le aziende che hanno effettuato ordini ai vari stabilimenti in cui la mancanza di norme di sicurezza ha causato morti e feriti.
Intanto un po’ di strada si è fatta, a partire dall’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh. La tragedia di Dacca contribuì a far firmare a molte aziende (anche italiane) - prima riluttanti - quest’accordo costituito da un contratto vincolante tra 70 marche e rivenditori del settore dell’abbigliamento (di oltre 15 Paesi), sindacati e Ong. L’8 luglio il comitato di direzione dell’«agreement» ha annunciato il piano di avvio della fase esecutiva dell’Accordo Secondo i firmatari, al primo punto c’è la necessità di procedere rapidamente per ridurre i gravi pericoli ai quali sono soggetti i lavoratori nelle aziende coperte dall’accordo. Le prime ispezioni saranno portate a termine in tutte le fabbriche al più tardi entro nove mesi dalla firma. I progetti di rinnovamento e di riparazione saranno messi in atto dove necessari: Ma non tutto è filato liscio: Walmart e Gap, due importanti multinazionali del settore, hanno rifiutato l’Accord on Fire and Building Safety e hanno annunciato un loro piano con un programma di ispezioni che – secondo la campagna internazionale CleanClothes (in Italia «Abiti puliti») «va ad aggiungersi alla lunga lista di interventi inefficaci propagandati per anni».


Il Mediterraneo in fiamme e le l’europa guarda altrove. Dal Corriere della sera di giovedì 25 vi proponiamo un’analisi su quanto sta accadendo in Egitto e dintorni. Perché noi non vogliano restare indifferenti di fronte all’instabilità e alle tragedie dei nostri vicini di casa.
Leggiamo: l’Egitto è a un passo dalla guerra civile. La Libia, probabilmente, non ne è ancora uscita (e non parliamo della Siria). Anche dalla Tunisia arrivano segnali inquietanti: il fronte laico va riorganizzandosi per rovesciare il governo di Ennahda, non si capisce se pacificamente, cercando di ricreare lo spirito e l’entusiasmo della Rivoluzione dei Gelsomini, o con un colpo all’egiziana, facendo leva sull’esercito. La sponda sud del Mediterraneo, il coinquilino più stretto dell’Unione europea, vive, ormai da mesi, una condizione di conflitto permanente. L’Europa, però, non sembra allarmarsene. Forse perché gli interessi economici vitali, fornitura di gas e petrolio in testa, appaiono in sicurezza. Il caso libico è esemplare: la piena conferma dei contratti con le grandi multinazionali, Eni compresa, è l’unica certezza in un Paese lacerato dai conflitti tribali e ancora lontano da una qualche stabilizzazione.
In conclusione: Sta per scorrere altro sangue in Egitto. Di fronte a un’Europa indifferente o incapace di andare oltre lezioncine di democrazia formale non richieste e, soprattutto, non ascoltate dai governanti del Cairo, come di Tunisi, Tripoli, Damasco.


Settantesima mostra del Festival del cinema di Venezia dal 28 agosto al 7 settembre. Tante le novità e le apprendiamo dal Messaggero di venerdì 26 luglio.
Venezia abbatte gli steccati e mette due documentari in concorso. Pare che per sceglierli ne abbiano visionati 3470: ci sarà pure la crisi, ma nel mondo non si smette di fare cinema. I due documentari sono Il sacro Gra di Gianfranco Rosi, affresco della Roma marginale vista dal Raccordo Anulare, e The Unkown Known: the life and times of Donald Rumsfeld di Errol Morris, un ritratto dell’ex ministro della difesa americano.
Quanto agli altri titoli pronti ad inseguire il Leone, tre sono italiani: a parte Rosi, sono in concorso L’intrepido di Gianni Amelio con Albanese e Via Castellana Bandiera, esordio cinematografico della regista teatrale Emma Dante anche protagonista con Alba Rohrwacher. Ma i film tricolori in totale sono ventuno mentre gli americani ammontano a 19 e a dieci i francesi.
L’idea di “ricaricare” il cinema percorre l’intero festival. Pochi nomi altisonanti, in concorso e non, ma una gran voglia di rimescolare le carte e scovare il talento nei luoghi più diversi. Nel cinema d’autore come in quello di genere. Nei film per le grandi platee e in quelli che elaborano, provocano, scuotono le nostre aspettative.


Finanziamenti collettivi via internet. Ne avete sentito parlare? Avete mai partecipato a un crowdfunding, in pratica a una colletta dell’era digitale? Ebbene, il fenomeno sta prendendo piede tanto che la Consob, l’autorità di controllo sulla Borsa, ha stilato un regolamento. Così l’Italia diventa il primo paese in Europa e uno dei primi nel mondo a regolare il tema, anche se sulle nuove regole, le perplessità tra i pionieri del settore sono molte.
Leggiamo dal quotidiano La Stampa di sabato 27 luglio: arriva in Italia il regolamento Consob sul finanziamento delle start-up col «crowdfunding». I cittadini potranno finanziare le nuove imprese innovative che abbiamo determinati requisiti. «Crowdfunding» e «crowdsourcing» sono due tra le parole più di moda del momento. Indicano, rispettivamente, finanziamenti o contributi di altra natura provenienti da semplici individui (crowd, ovvero, la folla). ma se entrambe le parole hanno solo pochi annidi vita (sono state coniate nel 2006), i due concetti sono antichi di secoli.
Eppure rispetto al passato qualcosa di nuovo c’è davvero e quel qualcosa è, come spesso capita in questi anni, una conseguenza della rivoluzione digitale. Grazie a Internet, infatti, raccogliere sia fondi sia contributi di altra natura (purché rappresentabili sotto forma di bit) è diventato immensamente più facile. E’, infatti, diventato più facile comunicare, raccogliere i contributi e restare in contatto con i contributori. E’ diventato più facile comunicare che cosa si chiede e perché lo si chiede: basta un sito web, magari arricchito da video accattivanti. E’ diventato più facile ricevere i contributi: per i soldi basta saper accettare carte di credito o bonifici, mentre per i contributi basta la posta elettronica, un «wiki» o una cartella condivisa. E’ diventato più facile rimanere in contatto con la comunità dei contributori: basta un sito web o anche solo Facebook. Processi vecchi di secoli vengono dunque fortemente democratizzati, permettendo a chiunque in grado di usare con un minimo di abilità la Rete di chiedere a una platea potenzialmente mondiale aiuto per la realizzazione di un proprio progetto.


Già con le valigie sul letto, chiudiamo la nostra settimana e il nostro luglio con il “gusto delle vacanze” un articolo tratto dal settimanale Internazionale. Leggiamo: Le vacanze sono l’oppio dei popoli. Dire questo non significa sminuire quel momento di riposo che tutti aspettiamo con ansia. Perché l’oppio può essere molto utile, e anche necessario in certe situazioni. Per esempio, un ridimensionamento della nostra vita, detto anche tagli di bilancio. O la routine di un lavoro senza senso per uno stipendio da fame. O quando dobbiamo sopportare politici corrotti, cinici e arroganti senza avere alternative. Per non citare l’ennesimo fallimento sentimentale o la quotidiana guerriglia familiare.
Vediamo questo scampolo di tempo tutto per noi come una ricompensa per i dispiaceri della vita quotidiana. Finalmente usciremo dal regno della necessità per entrare in quello della libertà, dove potremo abbandonarci alle nostre perversioni, come fare la siesta o ubriacarci, a seconda dei gusti. Riposarci, rinnovare il corpo e lo spirito, riconsiderare scelte di vita, passare il tempo con i nostri cari, viaggiare verso nuovi orizzonti e condividere culture. Durante le vacanze tutto è possibile, sono un momento di rigenerazione grazie al quale sopportiamo l’oggi nella speranza del domani.
Tuttavia, l’autore dell’opinione pubblicata su Internazionale, il professor Manuel Castells mette in guardia: Il fatto è che le vacanze come evasione da quello che siamo partono da un presupposto sbagliato: che se ci lasciano tranquilli possiamo reinventarci la vita. Purtroppo, però, siamo come siamo, e anche se usciamo dalle scatole in cui ci hanno chiuso le regole e le imposizioni del mondo in cui viviamo, siamo comunque stati condizionati per vivere nelle scatole.
E quindi, come se ne esce? Se esercitiamo ogni giorno il nostro diritto alle vacanze, che possono essere molto attive se facciamo quello che ci interessa, quando arriveremo alla parentesi estiva ce la godremo senza isterismi. Prenderemo tutto con filosofia perché il piacere lo abbiamo già dentro. E allora sì che inaleremo una deliziosa boccata di quell’oppio e assaporeremo il gusto inebriante della libertà. 
(Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel)

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