lunedì 16 settembre 2013

#aprite i vostri occhi #15_21 luglio #rassegnastampa

Per la serie “paradossi d’Italia”, iniziamo la rassegna della settimana con il Fatto quotidiano di lunedì 15 luglio che dopo lo scoop sull’Ilva torna sulle polemiche scatenate da una relazione del commissario straordinario, Enrico Bondi. Parliamo dell’uomo che per volere del governo dovrebbe vigilare sul rispetto di sicurezza e ambiente da parte dell’Ilva. Ecco, quest’uomo ha inviato al presidente della Regione Puglia una perizia nella quale si dice che i tumori a Taranto sono causati dal fumo, dall’alcool e dalla povertà. Insomma, la fabbrica non c’entra niente.
A questo punto, racconta il Fatto, il ministro dell’ambiente del governo Letta, Andrea Orlando, ha deciso di “approfondire i risultati” della consulenza tecnica, ma mentre faceva questo aveva pensato bene di nominare nel comitato di esperti che dovrà affiancare Bondi e il sub commissario Edo Ronchi, un ex direttore Ilva. Tal Francesco Chindemi, attualmente imputato in un processo con l’accusa di omicidio colposo per la morte di 11 operai deceduti per mesotelioma pleurico contratto, secondo il pm Raffaele Graziano, a causa dell’esposizione all’amianto presente in fabbrica. Una nomina poi cambiata all’ultimo minuto.
Leggiamo infine le parole di Patrio Mazza, Primario di Ematologia dell'Ospedale Moscati di Taranto: “Io ho fatto almeno dieci perizie su operai, dirigenti dell'Ilva malati o morti di leucemia e a tutti è stato riconosciuto il risarcimento a seguito della causa-effetto tra malattia e lavoro. A Taranto da giorni l'aria è divenuta ancora più irrespirabile, non scaricano più dal camino alto, ma a bassa quota così i fumi non si vedono ma si sentono” e conclude: “Non so per conto di chi parli Bondi, crede di parlare a degli incapaci di intendere e di volere”. Il danno e la beffa. Questa è la canzone del fumo dei 24 grana.

Siamo a martedì 16 luglio e mentre l’Italia colleziona l’ennesima figuraccia davanti al mondo, a seguito dell’espulsione di moglie e figlia di un dissidente kazako che avevano trovato rifugio in Italia, spunta fuori che tutta la manovra potrebbe essere stata orchestrata da Berlusconi per fare un favore al presidente kazako Nazarbaev. La vicenda, che avrete sicuramente seguito, è intricata, avrebbe potuto costare la vita del governo Pd-Pdl che invece si è salvato perché il parlamento ha rinnovato la sua fiducia al ministro dell’interno Alfano.
E’ dal Corriere della sera di martedì che leggiamo di un presunto incontro tra Berlusconi e il presidente kazako in Sardegna, comunque smentito da Palazzo Grazioli. Ma insomma i dubbi restano. Vediamo: non tutto il mistero su ciò che è accaduto i primi giorni di luglio nella grande villa che si affaccia sul promontorio di Punta Aldìa (20 chilometri a sud di Olbia) si è dissolto. Nazarbaev era lì con la sua famiglia e una scorta di almeno 30 uomini. Ci è rimasto una settimana ed è ripartito proprio mentre esplodeva il «caso Shalabayeva». Lo hanno visto tanti, turisti e residenti, mentre andava e veniva fra la villa e uno yacht di 70/80 metri, su tre mastodontici tender/gommoni, uno per la famiglia e gli altri due per gli addetti alla sicurezza. E altrettanti hanno visto per qualche giorno un inusitato apparato di sicurezza (in particolare il pomeriggio del 6 luglio) intorno al complesso residenziale H2O, in particolare vicino alla villa di Ezio Maria Simonelli, professionista con studio commerciale e tributario con incarichi nella galassia di società del gruppo Fininvest-Mediaset-Mondadori: carabinieri, polizia e persino rinforzi dell’apparato privato di sorveglianza del villaggio. Il pomeriggio del giorno 6 nella villa che ospita Nazarbaev c’è una festa, discreta. Poche decine di invitati, compreso «un personaggio molto importante». Un elicottero di colore chiaro prende terra nel parco della villa e chi appare? «Era proprio lui, Berlusconi». Fra gli uomini di sicurezza e i pochissimi non kazaki presenti alla festa, c’è chi non tiene il segreto e qualche giorno dopo nel porticciolo di Punta Aldìa e nei bar della vicina San Teodoro si straparla del «vertice».
Della vicenda si parlerà ancora molto. Ma ancora una volta si dimostra chi è il vero burattinaio della politica italiana. 
Con la cattura di Zeta 40 finisce la fuga del re dei narcos messicani di quelli terribili che controllano l’80% del territorio delle città causando morti e desaparecidos schiavi dei narcotrafficanti. Dal quotidiano La Stampa di mercoledì 17 luglio ne leggiamo la storia per inquadrare le dimensioni del problema.
A quarantatré anni di età, Miguel Angel Treviño ha un pedigree criminale come pochi altri al mondo. Nato in una famiglia di piccoli commercianti di Nuevo Laredo, vive per un periodo a Dallas, in Texas, dove impara l’inglese. Dopo un apprendistato in una gang locale, entra negli Zetas, a quel tempo alleati del Cartello del Golfo, con la tessera numero 40 (per questo è noto come Z40). Treviño non proviene dall’esercito, come gli altri comandanti di questo gruppo di rinnegati che disertarono nel 1999. Eppure i suoi contatti al di là del confine, l’inglese impeccabile e la ferocia ne fanno un elemento di spicco dell’organizzazione. Treviño firma le esecuzioni con una tortura di sua invenzione, bruciando vive le sue vittime in un barile di benzina. Allo stesso tempo, sotto la sua leadership, gli Zetas ampliano il raggio d’azione, oltre il traffico di droga: chiedono il pizzo, controllano il mercato dei rapimenti e soprattutto quello dei clandestini che cercano di attraversare il Rio Grande per entrare negli Stati Uniti. Treviño è accusato tra l’altro di aver rapito e ucciso 265 migranti che (in episodi diversi) si erano rifiutati di trasportare droga o di pagare la «tassa» agli Zetas.
Questo arresto segna il primo risultato tangibile della nuova strategia del presidente Enrique Peña Nieto. Il suo predecessore aveva mobilitato l’esercito nella lotta al narcotraffico. Molti analisti concordano nel ritenere che quell’approccio sia alla base dell’escalation della violenza degli ultimi anni, che ha fatto dal 2007 circa 70.000 morti. L’esercito ingaggiava vere e proprie battaglie campali con i narcos, i quali erano ben equipaggiati e in grado di rispondere al fuoco. Inoltre, i cartelli possono contare su una vasta mano d’opera di disperati pronti a tutto in Guatemala e Ecuador. L’esercito non aveva la struttura di intelligence per portare a termine operazioni mirate a catturare i capi e quindi faceva arresti indiscriminati. E così negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale il numero di vittime innocenti e gli abusi dei diritti umani.
La cultura italiana piange la scomparsa di un grande scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, paroliere. Se n’è andato Vincenzo Cerami che nel cinema ci ha lasciato un gioiello prezioso firmato con Roberto Benigni, la vita è bella. Noi lo ricordiamo leggendo un testo firmato dallo stesso Cerami ripubblicato dall’Unità di giovedì 18 luglio intitolato Tempo.
Non esiste concetto più fuori del tempo che il tempo stesso. È la quarta dimensione, è misura della mobilità, strumento per descrivere l’evoluzione, è senso della durata, tappa di un percorso, un passaggio, un ritmo musicale, un’indicazione metereologica, è un’età. Le sue coordinate fondamentali si trovano soprattutto nel calendario e nell’orologio, e nell’andare di un nuvolone. Dove c’è un prima e un dopo, cioè in una qualsiasi storia, fa da padrone il tempo. Nella stessa idea di vita è implicito il concetto di tempo. Quando Dio creò il tempo non badò a spese. Per chi ha molto da fare ce n’è poco e per chi insegue un desiderio ce n’è troppo. Gli uomini dicono che il tempo passa, ma il tempo risponde che sono gli uomini a passare. Il tempo è fermo e immobile nel tempo, come un totem.Quanta infelicità in chi combatte contro di lui! E pensare che molte persone ne perdono tanto, e spesso lo buttano via. Ma non è importante perché oggettivamente non esiste: c’è quello che non passa mai e quello che vola, quello del fare e del disfare, dell’amare e dell’odiare, della pace e della guerra. Quello del ridere e del piangere. C’è il tempo di cominciare, e di chiudere. Finalmente si parte, finalmente si arriva. Un’azione o un discorso che iniziano fatalmente prevedono una fine. Nascere è già morire. Arriva sempre un giorno in cui l’avvenire comincia a chiamarsi passato. Il tempo ha il sapore del sale, come il mare che non si ferma mai e come le nostre lacrime.
L’Italia non è un paese accogliente. Non solo gli immigrati che arrivano qui con la speranza di una vita migliore hanno la sfortuna di incappare nei nostri politici. Oltre al danno, pure la beffa. Devono conoscerli per forza! Altrimenti le conseguenze potrebbero essere pesanti.
Prendiamo il caso di un ghanese che vive da 16 anni in Italia. A Pordenone. Pur avendo tutte le carte in regola, gli viene negata la cittadinanza italiana perché non sa chi siano Alfano, Berlusconi e compagnia bella. Il Fatto quotidiano di venerdì 19 luglio ci racconta del surreale e kafkiano parere con cui l’Ufficio Immigrazione della Questura di Pordenone, lo scorso gennaio, ha negato la naturalizzazione di un immigrato che “conosceva i nomi di Monti e Napolitano, ma non di Ciampi”.
La relazione, trasmessa alla Prefettura perché finisca al Ministero dell’Interno, mette fine alle speranze di Addai Richie Akoto, operaio, padre di quattro figli in Italia da 16 anni. A sentire tutta la storia non ci sono dubbi, è un perseguitato politico. Ma non dalle autorità del Ghana, da cui è scappato nel 1997 passando per la frontiera di Ventimiglia, quanto da quei politici che distrattamente vede in tv.
Il rapporto, che è un atto interno, riporta un casellario giudiziale intonso, un quadro sociale sereno. Vive in appartamento “per il quale versa un affitto di 650 euro” con tre figli e la moglie, tutti cittadini stranieri regolarmente soggiornanti. Versa anche 180 euro al mese per la stanza della figlia che frequenta Geologia a Trieste. Quei soldi Addai se li suda e lo zelante estensore lo scrive pure: dal 2004 è assunto a tempo indeterminato all’Electrolux di Porcia, cuore industriale di Pordenone alle prese con 150 esuberi e con cassa e mobilità in scadenza a fine mese. Se perde il posto, lui rischia l’espulsione con tutta la famiglia. Non conta. Il dirigente vuole invece accertare, come impone la legge, il suo livello di preparazione linguistica e culturale. Addai parla e legge l’italiano e “comprende anche le parole più complesse”. Evviva, e allora? “Tuttavia ha una conoscenza storica, geografica e delle Istituzioni del nostro paese non sufficiente, confusa e lacunosa”. “Conosce il Parlamento e le due camere,(..) alcuni partiti principali, ma ha sbagliato i leader del Pdl, non conosce Grillo né Casini e Di Pietro”. Inaccettabile: “si esprime parere sfavorevole”. Così un dirigente ha deciso il destino di un aspirante italiano e chissà quanti altri. Almeno fino a luglio, quando il Ministero è ricorso a più miti consigli, anche grazie a un’interrogazione parlamentare di Sel sull’anomala parsimonia nelle concessioni.
Per inciso: La figlia ha rivolto le stesse domande fatte al padre ai passanti, che non hanno saputo rispondere. Qualcuno revocherà loro la cittadinanza italiana? 

Con il manifesto di sabato 20 luglio ci spostiamo in Medioriente con una notizia che apre uno spiraglio nella lunga guerra seguita all’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Leggiamo: Esercitando pressioni fortissime su Abu Mazen e offrendo, ma solo a parole, alcune delle garanzie richieste dai palestinesi, il Segretario di stato americano John Kerry è riuscito alla sesta missione in Medio Oriente a raggiungere il suo obiettivo dichiarato: la ripresa del negoziato bilaterale israelo-palestinese. «Se tutto va come deve», la ripresa dei colloqui sarà a Washington, dove la settimana prossima sono attesi i negoziatori delle due parti, ha annunciato Kerry.
Secondo le scarne informazioni divulgate da parte palestinese, il nodo della questione era rappresentato dalle linee armistiziali antecedenti la guerra del 1967 che - nella visione palestinese - dovranno essere necessariamente il punto di partenza di future trattative di pace. Ma Israele si oppone. Si dice disposto a «parlare di tutto» al tavolo dei negoziati, ma senza «puntelli» iniziali. Un’altra questione è la scarcerazione di un certo numero di prigionieri politici palestinesi. Secondo indiscrezioni Kerry avrebbe promesso ad Abu Mazen che ne saranno liberati 350, molti dei quali condannati a lunghe pene detentive, ma non si sa se ci sia un assenso del premier israeliano Netanyahu. Appare improbabile che tra i detenuti da liberare venga inserito anche Marwan Barghouti, popolare leader di Fatahe «comandante della seconda Intifada». I palestinesi da anni insistono per rivederlo libero. Netanyahu è fortemente contrario alla sua scarcerazione.


Visto che Aprite i vostri occhi si occupa di stampa, chiudiamo questa settimana con un articolo pubblicato sul mensile Focus Storia di agosto dal titolo Maledetti libri, che narra della rivoluzione del 400 vissuta grazie all’invenzione della stampa, tanto simile alle rivoluzione digitale dei nostri giorni. Leggiamone un brano: "La stampa? E' una malafemmina: lusinga gli uomini per denaro, corrompe gli innocenti. Solo la scrittura è pura. I caratteri stampati sono invece volgari e altrettanto si può dire degli stampatori, gentaglia che ingurgita vino e russa beatamente tra le ricchezze accumulate in quel modo vergognoso". L'opinione durissima è quella di un frate domenicano, Filippo da Strada, che nella Venezia di fine 400 osservo esterrefatto l'affermarsi della stampa a caratteri mobili e la conseguente fine del suo mono, quello degli amanuensi. Provò a ribellarsi, con invettive e appelli al doge, chiedendogli di coprirsi di gloria sradicando per sempre quel sudicio vizio. "La scrittura è pura se praticata con la penna, è meretrice quando viene stampata", scriveva Filippo. 
Gli stessi toni dell'anatema che risuonano nei confronti del libro elettronico e della rivoluzione digitale.
Finiremo all'inferno. Raffaella Raffa Angelino per Litfiba Channel

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